Amazon attacca la Procura: “Azioni aggressive” mentre tratta col Fisco

Il colosso statunitense ha presentato istanza di cooperazione rafforzata a marzo 2025. Il procedimento era stato dichiarato ammissibile a maggio. L’amministrazione finanziaria e l’autorità giudiziaria procedono su binari paralleli.

Amazon - (pexels) - ilFogliettone.it

 Il copione è noto. Multinazionale americana, pubblici ministeri italiani, una nota stampa che alterna numeri e indignazione. Eppure stavolta c’è un elemento che rompe lo schema.

Amazon ha depositato un’istanza di cooperazione rafforzata presso l’Agenzia delle Entrate il 18 marzo 2025. L’istituto, introdotto per ridurre il contenzioso e dare prevedibilità ai grandi contribuenti, è stato attivato dall’azienda su questioni tecniche relative all’inquadramento fiscale delle proprie attività. La risposta dell’amministrazione è stata tempestiva: il 15 maggio il procedimento è stato dichiarato ammissibile. Significa che il tavolo tecnico è aperto, i funzionari e i consulenti lavorano insieme per stabilire se quanto dichiarato corrisponda al diritto vigente.

Cooperazione fiscale e azione penale: il bivio della giurisdizione

Non è un dialogo informale. È un percorso normato, che vincola entrambe le parti e prevede tempi certi per la definizione dell’accordo. Proprio nel corso di questo confronto tecnico, la Procura di Milano ha notificato nuovi atti. Amazon parla di “azioni aggressive e sproporzionate”. Traduzione: lo Stato si presenta con due facce. Una chiede di chiarire, l’altra contesta di non aver già chiarito.

Non si intende qui entrare nel merito delle contestazioni. Gli atti sono coperti da segreto istruttorio e le carte varranno quel che varranno davanti al giudice. Ma esiste una questione preliminare, ed è di sistema. Se un contribuente – sia esso Amazon o una piccola società di capitali – attiva volontariamente uno strumento di compliance previsto dalla legge, ha diritto ad aspettarsi che tutte le articolazioni del potere fiscale procedano coordinate. Non è accaduto.

L’effetto concreto di una procedura amministrativa ignorata

L’azienda fornisce dati che nessun ente pubblico ha smentito. Nel 2024 il tax rate effettivo in Italia ha superato 1,7 miliardi. I dipendenti a tempo indeterminato sono oltre diciannovemila, e a questi si aggiungono le decine di migliaia di lavoratori dell’indotto. Gli investimenti dichiarati dal 2010 superano i 25 miliardi. Numeri da grande contribuente, non da evasore seriale.

L’amministratore delegato per il Sud Europa ha firmato l’istanza di cooperazione. Un atto volontario, che espone l’impresa a controlli più approfonditi in cambio di certezza. La reazione della magistratura, in questo frangente, vanifica l’incentivo. Perché un’impresa dovrebbe chiedere al fisco di validare i propri comportamenti, se poi la Procura può disconoscerli in qualsiasi momento?

Il costo della discrezionalità sull’economia reale

La nota del gruppo cita esplicitamente la “attrattività dell’Italia”. È il passaggio più politico, ma anche il più misurato. Non c’è minaccia di delocalizzazione, né i toni muscolari usati da altre multinazionali in passato. C’è invece una constatazione: contesti normativi imprevedibili generano costi. Costi che le imprese sopportano fino a un certo punto, prima di dirottare altrove i flussi di capitale.

La scelta del governo sarà presto inevitabile. Può difendere l’operato della magistratura contabile, rivendicando il principio di legalità formale. Oppure può prendere atto che procedure parallele producono caos e invitare Procura e Agenzia a coordinarsi. La terza via – il silenzio – è la peggiore. Perché confermerebbe quel difetto di sistema che Amazon, con la consueta asetticità, ha appena messo a verbale.