“Mi hanno bullizzata su ogni palcoscenico mediatico”: Venezi risponde alla Fenice che l’ha cacciata

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Beatrice Venezi

Beatrice Venezi non incassa in silenzio. Dopo che la Fondazione Teatro La Fenice ha annullato tutte le collaborazioni future con lei, la direttrice passa al contrattacco: otto mesi di diffamazione sistematica, il peso di essere giovane e donna in Italia, il successo di “una ragazza di provincia che si è fatta da sola” che non piace alla “Casta”. Dall’altra parte, un comunicato freddo e definitivo firmato dal sovrintendente Colabianchi.

Il contrattacco: “Diffamata, bullizzata in tutto il mondo”

La risposta di Venezi è senza mediazioni. “Mai sono mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro, a differenza di quanto invece ho ricevuto dai lavoratori de La Fenice negli ultimi otto mesi, che mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, su social, giornali, Tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera”.

La direttrice rovescia il tavolo e si presenta come vittima di un sistema: “In Italia essere giovane è un handicap, poi donna un aggravante”. Poi la chiave identitaria e politica dell’intera vicenda: “Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta”. Una narrazione costruita con precisione, che trasforma una disputa lavorativa in uno scontro culturale e generazionale.

La nota della Fenice e la posizione del governo

Dall’altra parte, la Fondazione non lascia spazio all’interpretazione. Il comunicato firmato dal sovrintendente Nicola Colabianchi è netto: tutte le collaborazioni future con Venezi sono annullate. La motivazione è esplicita — le “reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche” della direttrice sono state giudicate “offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua Orchestra”, nonché “incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d’Orchestra”.

La Fondazione chiude ribadendo “il proprio impegno nella promozione di un ambiente professionale fondato sul rispetto reciproco, sulla collaborazione costruttiva e sull’eccellenza artistica”. Una formula di circostanza che, in questo contesto, suona anche come risposta diretta all’immagine della Fenice disegnata dalla direttrice sulle pagine argentine: un teatro bloccato, timoroso del futuro. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli si mantiene a distanza di sicurezza. Prende atto della decisione, la definisce maturata “in autonomia e indipendenza”, conferma “la più completa fiducia” nel sovrintendente. Il Mic precisa però che si tratta di un atto “insindacabile”, sul quale il governo “non avrebbe potuto avere e in generale non intende avere alcuna facoltà di condizionamento”.

La scintilla: l’intervista argentina

Tutto precipita il 23 aprile, con la pubblicazione di un’intervista sul quotidiano La Nación. Venezi descrive la propria esperienza veneziana con toni da outsider in terra ostile: “Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio”. Poi il paragone con Diego Matheuz, chiamato alla Fenice a 26 anni: “Era un protetto di Abbado. Io non ho padrini, questa è la differenza”. Infine la diagnosi sul teatro: “Hanno paura del cambiamento, del rinnovamento. È più facile rimanere ancorati alle vecchie abitudini. Ma è così che muore un teatro”.

Le parole non restano confinate alle pagine sudamericane. La RSU della Fenice replica con durezza, definendo quelle affermazioni “false, gravi e offensive”, e avverte: un eventuale ritorno di Venezi sul podio sarebbe avvenuto in un clima di “profonda tensione e sfiducia”. Colabianchi, che fino al giorno prima aveva difeso la direttrice, prende le distanze: “Naturalmente non condivido le affermazioni del maestro Venezi, in quanto conosco l’orchestra e ne apprezzo le qualità”. Poche ore dopo, arriva il comunicato ufficiale.

Una crisi che viene da settembre

La rottura di aprile non nasce dal nulla. Dal settembre scorso, orchestra e coro erano in stato di agitazione contro la nomina stessa di Venezi a direttrice musicale, giudicata dalle maestranze come una scelta non adeguata al prestigio del teatro. La tensione aveva trovato sfogo pubblico già il Venerdì santo, durante un concerto, e si era ripetuta il 24 aprile: poco prima dell’inizio dello spettacolo, una voce dai loggioni aveva gridato “Colabianchi dimettiti!”, accompagnata da una pioggia di volantini.

Nell’intervista argentina, Venezi aveva anche allargato il fronte critico alla gestione strategica del teatro: nessuna collaborazione con la Biennale o il Festival del cinema, un’orchestra e un coro che “non lasciano quasi mai l’isola”, un pubblico di turisti e abbonati anziani che nessuno si preoccupa di rinnovare. Proposte alternative — concerti con elementi visivi, apertura verso la terraferma — presentate però a un pubblico straniero, con il tono di chi descrive un’istituzione incapace di rinnovarsi. Agli occhi di chi lavora alla Fenice da anni, un affronto difficile da assorbire.