Conte smonta le primarie, Schlein fa muro: il duello che affossa l’alleanza

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Elly Schlein e Giuseppe Conte

Il “campo largo” si conferma una formula vuota, ostaggio delle tattiche personali e di un’incompatibilità strategica strutturale. L’ennesimo scontro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte sgombra il campo dalle illusioni: la coalizione dell’opposizione non è mai decollata. A far saltare il banco è stato il rilancio del leader M5S sul “nodo Ucraina” da “sciogliere alle primarie”.

Per spingere la segretaria del PD ad abbandonare la sua linea “zen” e a replicare con un gelido “così non funziona”, la misura doveva essere colma. Era successo solo un’altra volta nel 2024, quando l’ex premier andò all’attacco sulle inchieste in Puglia sfilandosi dalle primarie di Bari. Stavolta la mossa di Conte ha fatto scattare l’allarme ben oltre l’area riformista democratica.

La linea “testardamente unitaria” di Schlein sbanda di fronte al sospetto diffuso nella segretaria dem: la sortita pentastellata punta a rendere impraticabili i gazebo per costringere la coalizione al “metodo delle regioni”, piegando il partito al tavolo delle trattative per un “terzo nome”. D’altronde, ammette un dirigente PD, “una risposta andava data”.

Lo scontro sui gazebo: veti incrociati e la farsa del programma

La spaccatura sulle regole riflette una frattura ideologica profonda. Conte scopre le carte evocando alternative alla conta popolare: “Oltre alle primarie ci sono altri modi, per esempio – come già sperimentato nelle elezioni regionali – si sceglie il candidato più competitivo per vincere”. Un’ipotesi che terrorizza il Nazareno ma trova sponda in quanti, da Romano Prodi a Walter Veltroni, Massimo D’Alema e Goffredo Bettini, predicano da tempo cautela sull’uso delle primarie.

Schlein non intende però cedere la golden share accreditata dai sondaggi. La sua linea è rigida: “Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito”. A blindarla interviene Francesco Boccia, ricordando che le “divisioni” hanno già “regalato” la vittoria a Giorgia Meloni nel 2022 e che la “lezione” è stata “pagata”: “Il nostro avversario non è chi condivide il cammino per costruire un’alternativa, ma la destra”.

La contromossa non placa i riformisti PD. Giorgio Gori fissa il paletto: “L’alleanza sì, testardamente, ma non a qualunque costo. Sostegno all’Ucraina e sicurezza dell’Europa non sono negoziabili”. Una presa di posizione che per la minoranza dem “rimette Conte al posto suo”, ma “evita di chiarire che le armi a Kiev non si discutono”.

L’opposizione al gioco al massacro: il fantasma della disfatta elettorale

Nel frattempo, il resto della potenziale coalizione affonda nel caos delle schermaglie tattiche. Matteo Renzi incalza Schlein ma pone condizioni stringenti: “Ci sono due idee di sinistra. Andiamo alle primarie e che vinca il migliore”, chiedendo però un “patto di ferro da sottoscrivere prima: il giorno dopo tutti insieme. Altrimenti non sono primarie ma è una presa in giro”.

Riccardo Magi (Più Europa) boccia l’impianto e parla di rischio “gioco al massacro”: “Se il tavolo sul programma sarà sostituito dalle primarie, ancorando indissolubilmente il programma della coalizione a quello del candidato o della candidata premier, allora noi non ci stiamo”. Nicola Fratoianni (AVS) prova a liquidare lo scontro come “incidente agostano”, ma chiarisce subito i limiti dei gazebo: “Non è che chi vince le primarie, ammesso che le primarie ci siano, comanda e decide il programma”.

Il risultato è un’opposizione paralizzata, incapace di trovare una sintesi perfino sui passaggi parlamentari immediati come lo scostamento di bilancio e il fondo europeo Safe. Il centrosinistra resta imprigionato nelle sue contraddizioni originarie, condannato – come avverte Maria Elena Boschi – a ripetere “l’errore del 2022, quando le divisioni spalancarono le porte a Giorgia Meloni”.