La legge elettorale supera il Senato, ora Meloni deve blindare la terza lettura alla Camera

La riforma elettorale ha superato il Senato con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni. Il testo, modificato durante l’esame a Palazzo Madama, dovrà essere esaminato dalla Camera a partire dal 28 settembre.

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Il Senato ha approvato in seconda lettura la riforma della legge elettorale con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni. Il testo torna ora alla Camera, dove la terza lettura è stata calendarizzata dal 28 settembre. Poiché Palazzo Madama ha modificato il provvedimento già approvato da Montecitorio il 16 luglio, la Camera dovrà votare nuovamente il testo.

Il sistema resta fondato sulla rappresentanza proporzionale, con un premio di governabilità di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambi i rami del Parlamento. Sono previste inoltre soglie di accesso e l’indicazione nel programma elettorale del candidato alla Presidenza del Consiglio, nel rispetto delle prerogative del capo dello Stato.

Il governo valuta come blindare il passaggio

Il problema politico della terza lettura riguarda ora soprattutto le modalità del voto. La maggioranza deve decidere se ricorrere alla questione di fiducia per evitare che gli emendamenti riaprano il confronto interno. Prima dell’approvazione al Senato, il ricorso alla fiducia alla Camera era stato indicato da esponenti della maggioranza, ma dopo le modifiche introdotte a Palazzo Madama la decisione formale resta da assumere.

La questione è legata anche al precedente del luglio scorso, quando il governo era stato battuto in Aula su un emendamento relativo alle preferenze. Il voto finale della legge, a differenza di quello sugli articoli e sugli emendamenti, potrebbe invece essere sottoposto a scrutinio segreto, circostanza che lascia aperto un margine di incertezza sull’ultimo passaggio parlamentare.

La riforma è una delle leggi sulle quali Giorgia Meloni ha costruito una parte della propria agenda istituzionale. Il suo impianto mira a superare i collegi uninominali e a introdurre un modello a prevalente base proporzionale, corretto dal premio di governabilità.

Le preferenze cambiano il testo

La modifica approvata al Senato ha introdotto fino a tre preferenze per i candidati della lista, escludendo il capolista. L’elettore può quindi intervenire sull’ordine degli altri candidati attraverso il voto di preferenza, secondo le regole fissate dal testo approvato durante l’esame parlamentare.

Il meccanismo non coincide quindi con una preferenza estesa a tutti i candidati: il capolista resta bloccato, mentre gli altri candidati possono essere selezionati dagli elettori. La disciplina approvata prevede inoltre l’alternanza di genere nel caso di più preferenze.

La modifica ha rappresentato il principale punto di confronto interno alla maggioranza durante l’esame del provvedimento. Il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Andrea De Priamo, ha rivendicato il ritorno delle preferenze e ha auspicato che la Camera confermi la scelta compiuta a Palazzo Madama.

“Le preferenze tornano in Parlamento dopo più di trent’anni grazie al governo Meloni e a questa maggioranza”, ha dichiarato De Priamo, sostenendo che la scelta rafforzi il rapporto tra parlamentari e consenso degli elettori.

Restano aperti diversi punti

La modifica sulle preferenze non è l’unica novità emersa durante l’esame al Senato. Il provvedimento interviene anche sulle modalità di raccolta delle firme per le forze non rappresentate in Parlamento, sui collegi della provincia di Bolzano e sul voto fuori sede.

Il testo prevede inoltre il superamento dei collegi uninominali, mentre restano le soglie di accesso e il premio di governabilità. La soglia per ottenere il premio è fissata al 42 per cento e il premio consiste in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, a condizione che la stessa lista o coalizione raggiunga la soglia nei due rami del Parlamento.

La riforma non prevede il ballottaggio. Le forze politiche devono inoltre indicare nel programma il nome della persona proposta per la Presidenza del Consiglio, senza che ciò modifichi le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica.

La Camera riparte dal 28 settembre

Il calendario di Montecitorio prevede l’esame in Aula dal 28 settembre. I tempi saranno contingentati e la maggioranza punta a concludere l’iter nelle settimane successive. Il passaggio sarà però condizionato dalle modalità con cui saranno affrontate le modifiche introdotte dal Senato e dagli eventuali emendamenti presentati dai gruppi di opposizione.

Il Partito democratico e le altre forze di opposizione hanno contestato diversi aspetti del provvedimento e hanno annunciato battaglia parlamentare. Tra i punti destinati a essere nuovamente discussi figurano il meccanismo delle preferenze, il premio di maggioranza e le norme sulla raccolta delle firme.

Un ulteriore passaggio riguarda la possibile verifica di costituzionalità. Il testo contiene disposizioni che potranno essere sottoposte al controllo della Corte costituzionale secondo le procedure previste dall’ordinamento. Le opposizioni hanno già annunciato iniziative giudiziarie sul provvedimento, mentre non è ancora possibile anticipare tempi e modalità di un eventuale esame della Consulta.

La terza lettura sarà dunque il passaggio conclusivo dell’iter parlamentare, ma non una semplice ratifica formale delle decisioni già assunte. Alla Camera il testo arriva dopo le modifiche sulle preferenze e con la questione della fiducia ancora da definire. È su queste modalità di voto, oltre che sul contenuto della riforma, che si concentrerà il confronto nelle prossime settimane.