Vannacci, il Pd tira fuori la legge Scelba: il governo risponde con la Costituzione
L’interpellanza del dem Morassut richiama l’apologia di fascismo e le posizioni del leader di Futuro nazionale. Ferro replica distinguendo tra idee radicali, tutelate dalla Carta, e minacce concrete all’ordinamento democratico.
Roberto Vannacci
Il Pd porta Roberto Vannacci davanti alla legge Scelba. E il governo risponde ricordando che, prima della legge Scelba, c’è la Costituzione. È questo il punto politico-istituzionale dell’interpellanza urgente presentata alla Camera da Roberto Morassut, che ha chiesto all’esecutivo se esistano i presupposti per lo scioglimento di Futuro nazionale per apologia di fascismo. A rispondere è stata la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, secondo la quale le manifestazioni di pensiero radicali rientrano, alla luce della giurisprudenza consolidata, nella libertà garantita dall’articolo 21.

La scena ha una sua singolare geometria: da una parte si chiede di verificare se un partito possa essere sciolto sulla base della normativa antifascista; dall’altra il governo ricorda che proprio la Repubblica nata dalla Costituzione ha scelto di proteggere anche la libertà di esprimere idee sgradite, radicali o controverse. Non basta, dunque, che un’opinione sia scomoda per trasformarla automaticamente in una condotta vietata.
La Scelba non è un interruttore
La legge 20 giugno 1952, n. 645, non è una generica legge contro le idee politiche che non piacciono. È la norma di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione e definisce la riorganizzazione del disciolto partito fascista attraverso una serie di elementi specifici: finalità antidemocratiche, esaltazione o uso della violenza come metodo politico, propaganda razzista, soppressione delle libertà costituzionali, esaltazione di principi e metodi propri del fascismo e manifestazioni esteriori di carattere fascista.
Il punto, quindi, è giuridico prima ancora che politico. Invocare la legge Scelba significa chiedere di verificare se determinate attività e comportamenti possano rientrare nelle fattispecie previste dalla legge. Non significa che la legge possa funzionare come un interruttore: posizione politica sgradita, interruttore; partito sciolto. È proprio su questa distinzione che si è concentrata la risposta del governo.
Il richiamo all’articolo 21
Ferro ha sostenuto che le “manifestazioni di pensiero radicali”, secondo una consolidata giurisprudenza, rientrano nella libertà di pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione.
La sottosegretaria ha poi tracciato il confine che, nella risposta del governo, separa la libertà di espressione dalla repressione di condotte incompatibili con l’ordinamento democratico. Il sistema delle garanzie costruito dai Costituenti, ha spiegato Ferro, distingue “le espressioni di idee e la realizzazione di minacce violente contro l’ordinamento democratico”.
È una distinzione tutt’altro che secondaria. La Costituzione tutela la manifestazione del pensiero; la legislazione penale e quella speciale intervengono quando dalle opinioni si passa alle condotte che la legge considera illecite. Il problema, in casi come questo, è stabilire dove passi concretamente quella linea.
Nel mirino ci sono Vannacci e il partito
Morassut ha richiamato la vicenda politica e giudiziaria che riguarda Vannacci, parlamentare europeo eletto nel 2024 con la Lega e oggi presidente di Futuro nazionale, partito da lui fondato nel febbraio 2026.
Nell’interpellanza il Pd cita anche la denuncia presentata dall’avvocato catanese Antonio Fiumefreddo, nella quale vengono contestati all’ex generale diversi reati, tra cui istigazione a delinquere, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e associazione sovversiva.
Il documento parlamentare richiama inoltre numerose dichiarazioni pubbliche di Vannacci, i riferimenti alla X Flottiglia Mas guidata da Junio Valerio Borghese dopo l’armistizio del 1943 e alcuni passaggi del libro “Il mondo al contrario”. Secondo l’interpellanza, questi elementi sono stati sottoposti ad analisi giuridiche per valutare una possibile configurabilità dell’apologia del fascismo.
Sono però piani diversi: una contestazione politica, un’analisi giuridica, un eventuale procedimento penale e lo scioglimento di un partito non coincidono automaticamente.
L’altro fascicolo riguarda i militari
Nella risposta del governo è comparso anche un altro procedimento. Ferro ha riferito delle notizie di stampa relative a militari in servizio che sarebbero attivi in Futuro nazionale e ha precisato che, dopo un esposto, il ministero della Giustizia ha iscritto un procedimento penale poi trasmesso alla Procura di Roma.
Anche questo elemento va tenuto distinto dalla richiesta politica avanzata dal Pd. Un procedimento giudiziario dovrà accertare eventuali responsabilità individuali secondo le regole proprie del processo penale; altra cosa è stabilire se esistano i presupposti previsti dalla legge per lo scioglimento di un’organizzazione politica. La stessa legge Scelba individua condizioni precise per parlare di riorganizzazione del disciolto partito fascista.
La democrazia e il problema delle idee
Ed è qui che il botta e risposta parlamentare acquista il suo elemento più curioso. Il Pd chiede al governo di verificare se una formazione politica debba essere sciolta sulla base della legislazione antifascista; il governo risponde che, per arrivare a quel punto, non basta il contenuto radicale delle opinioni.
Ferro ha concluso richiamando il “sistema di libertà e garanzie” costruito dai Costituenti per proteggere i valori democratici e prevenire “rigurgiti autoritari”. La distinzione indicata dal governo è netta: le idee possono essere radicali; diverso è minacciare o aggredire concretamente l’ordinamento democratico.
La questione, dunque, non si chiude con l’interpellanza. Si sposta sul terreno nel quale deve essere affrontata: quello della verifica concreta delle condotte, della legge e, quando necessario, della magistratura. Perché la libertà di pensiero comprende anche il diritto di sostenere idee che una parte del Parlamento considera inaccettabili. E proprio per questo lo scioglimento di un partito non può diventare la scorciatoia per risolvere una controversia sulle idee.
