Politica

Bruxelles, la partita del Commissario Italia ancora in alto mare. Intanto spunta anche il nome di Letizia Moratti

La partita del commissario europeo da assegnare all’Italia, e anche a tal riguardo ci sarà un bilaterale Conte-Von der Leyen la settimana prossima, e gli ultimi sviluppi sul fronte Brexit con l’arrivo a Downing Street di Boris Johnson: sono queste le notizie e le decisioni principali assunte a livello Ue negli ultimi giorni.

Commissario Italia, situazione ancora “nebulosa”

“Chi l’ha detto che la Lega ha rinunciato a nominare il commissario europeo?” ha affermato due giorni fa Matteo Salvini. “Fino a prova contraria – ha poi aggiunto – all’Italia spetta un commissario, Macron permettendo. Sarà una persona valida, chi sarà lo vedremo. La stagione dei tecnici si è conclusa con Monti e Fornero per quanto mi riguarda”. Parole che testimoniano la volontà del Carroccio di piazzare un suo uomo (o una sua donna) nell’Esecutivo comunitario, nonostante dieci giorni fa nel Parlamento Ue si sia espresso un voto contrario a Ursula Von der Leyen (discostandosi dagli alleati M5s). Quindi, il “chi se ne frega del commissario europeo” – posizione espressa dal ministro dell’Interno appena una settimana fa – era probabilmente solo uno sfogo conseguente alle forti tensioni interne alla maggioranza.

Ma la scelta del nome, con una coalizione di Governo perennemente sull’orlo della crisi e la spaccatura tra alleati proprio sul voto al successore di Juncker, appare quantomai complessa e delicata. L’ex candidato designato, Giancarlo Giorgetti, uomo di punta della Lega e sottosegretario a Palazzo Chigi, si è ufficialmente tirato fuori dalla corsa, ma da qui alla deadline fissata dalla Commissione per indicare un nome (il 26 agosto) non si può totalmente escludere un suo ritorno in pista. Ma per il momento si va avanti con il totonomi: negli ultimi 7 giorni, oltre al ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno (Lega), si è parlato anche di Elisabetta Belloni, segretario generale della Farnesina (e sarebbe una scelta “tecnica”) e di Letizia Moratti (di area Forza Italia, ma comunque gradita al Carroccio), già ministro dell’Istruzione ed ex sindaco di Milano.

L’Italia pare intenzionata a sfruttare a suo vantaggio un paletto posto da Ursula Von der Leyen in persona, che vuole una Commissione composta al 50% da donne, per ottenere l’agognato portafoglio economico “di peso”: Concorrenza, Industria o Commercio. Un obiettivo non facile da raggiungere, anche perchè proprio Von der Leyen ha chiarito che “i desideri” da parte dei Paesi membri “sono stati formulati, ma promesse precise non possono essere fatte fino a quando l’intero quadro non sarà finito”. Una presa di posizione che ridimensiona gli annunci fatti dal Governo italiano, a cominciare da quello che aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, che il 3 luglio su Facebook scriveva: “Siamo riusciti a portare a casa una casella importantissima come quella del commissario Ue alla Concorrenza”. Giuseppe Conte aveva invece parlato della “garanzia di un commissario di alto rilievo economico e possibilmente anche una vicepresidenza”.

Indipendentemente dalle garanzie, c’è la necessità di presentare un nome, e mentre in Italia la maggioranza litiga tanti altri Paesi hanno già indicato il loro candidato. Servirà una figura di alto livello, a maggior ragione se di area Lega. Il pericolo è ben noto: ad inizio ottobre ogni aspirante commissario dovrà essere audito dal committee del Parlamento europeo competente per materia, che poi esprimerà un voto. E il “cordone sanitario” che è stato montato nelle ultime settimane a Strasburgo contro i sovranisti lascia presagire che un (o una) leghista rischierebbe di finire impallinato. “Come Partito democratico non faremo sconti, né al commissario indicato dall’Italia, né agli altri candidati” ha detto il capo delegazione del Pd a Strasburgo, Brando Benifei, aggiungendo che per l’Italia “serve qualcuno in grado di lavorare nella squadra di commissari, che non sembri essere una provocazione o un elemento d’instabilità”. Von der Leyen incontrerà Giuseppe Conte a Roma il prossimo 2 agosto, nell’ambito degli incontri con i capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Ue che sta avendo in questi giorni per definire il programma della sua Commissione e la composizione del Collegio. Un summit che potrebbe quindi essere cruciale per il portafoglio da assegnare all’Italia.

Brexit, a Downing Street arriva Boris Johnson (ed è subito gelo con l’Ue)

L’inizio non promette bene, e parliamo dei rapporti Londra-Bruxelles con il nuovo primo ministro Boris Johnson. Il neo premier, intervenendo a Westminster, ha lanciato un primo affondo sulla Brexit chiedendo all’Ue di riaprire il negoziato perchè i termini dell’intesa siglata da Theresa May (e bocciata tre volte dal Parlamento britannico) sono “inaccettabili”. L’ex ministro degli Esteri, che certo non difetta di carisma ed energia, si è detto pronto a lavorare “ventre a terra” per un nuovo Accordo di recesso che cancelli il meccanismo del backstop irlandese (il principale nodo politico). Si tratta di una clausola di salvaguardia per evitare un confine fisico tra Eire e Irlanda del Nord alla fine del periodo transitorio, il 31 dicembre 2020: il meccanismo scatterebbe qualora Londra e l’Ue non trovassero un nuovo accordo doganale definitivo. L’intesa, in teoria, potrebbe anche non esser trovata mai, e quindi il meccanismo del backstop può lasciare a tempo indefinito tutta la Gran Bretagna all’interno dell’unione doganale europea (ipotesi che i brexiteer duri e puri non riescono a digerire).

Per Johnson l’uscita del Regno Unito dall’Ue avverrà alla data stabilita (il 31 ottobre) “senza se e senza ma”, in quanto “sono finiti i tre anni di indecisione ed è ora di restaurare la fiducia nella nostra democrazia, e sono state inserite tra le “priorità” i preparativi per un’uscita No deal. Tuttavia, ha anche detto che preferirebbe “di gran lunga” un recesso con accordo. Il nuovo premier ha anche annunciato che “in nessuna circostanza” il Regno Unito nominerà un nuovo commissario europeo britannico, rinunciando quindi in anticipo ad uno dei diritti degli Stati membri, e ha promesso la tutela dei diritti dei cittadini Ue nel Regno Unito dopo la Brexit. Ma per “spaventare” l’Ue il nuovo inquilino di Downing Street ha ventilato la possibilità di non pagare i famosi 45 miliardi dovuti da Londra a Bruxelles, il famoso “conto del divorzio”. “Miliardi che serviranno a lubrificare il no deal” ha detto Boris. Da Bruxelles la reazione – gelida – non si è fatta attendere. “L’Accordo di recesso è il migliore e unico accordo possibile, in linea con gli orientamenti del Consiglio europeo” ha detto la portavoce di Juncker, ribadendo per l’ennesima volta che l’intesa è chiusa, aggiungendo però che “la Commissione rimane a disposizione del Regno Unito per aggiungere elementi alla dichiarazione politica”.

Più duro il capo negoziatore Ue per la Brexit, Michel Barnier, che ha definito “inaccettabili” le richieste di Johnson. “Se Bruxelles si rifiuta di negoziare saremo costretti a uscire senza accordi” ha detto il primo ministro britannico, con il chiaro intento di addossare all’Ue la responsabilità di una rottura. Gli scenari possibili sono diversi: Johnson, constatata la reale impossibilità di modificare l’Accordo di recesso, potrebbe chiedere e ottenere la riscrittura della dichiarazione politica al cui interno mettere nero su bianco elementi in grado di tranquillizzare l’ala più oltranzista del suo partito. In questo modo, approvando alla Camera dei comuni entro il 31 ottobre sia l’Accordo di recesso che la nuova dichiarazione, ci sarebbe una Brexit ordinata e nei tempi previsti.

La seconda possibilità è la temuta “Hard Brexit”, l’uscita senza accordo il 31 ottobre: le conseguenze economiche, in primis per il Regno Unito, potrebbero essere pesanti, ma Johnson ha rassicurato dicendo che cè “una probabilità su un milione che accada”. Tuttavia, l’indisponibilità del premier a far slittare l’uscita obbligano a considerare possibile un tale scenario. Una terza ipotesi sarebbe la Brexit “cieca”: di fronte allimpossibilità di far passare lAccordo in Parlamento, Johnson potrebbe concordare con l’Ue l’uscita di Londra il 31 ottobre facendo restare tutto come prima, ma con la partenza istantanea di negoziati per definire nuovi Trattati (e ci potrebbero volere anni). La quarta opzione sono le elezioni anticipate, da tenersi a settembre o ad inizio ottobre: uno scenario a cui il premier potrebbe esser costretto dalle difficoltà nel far passare la sua linea in Parlamento (dove i Conservatori hanno una maggioranza risicatissima).

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