Cassazione riscrive il quesito: il referendum sulla giustizia rischia lo slittamento

I magistrati dell’Ufficio centrale accolgono la nuova formulazione proposta dai promotori delle cinquecentomila firme, innescando un dibattito tra costituzionalisti sulla necessità di rinviare il voto fissato per il 22-23 marzo.

CERIMONIA DI APERTURA DELL'ANNO GIUDIZIARIO PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE.

Il referendum sulla riforma della giustizia si trova di fronte a una svolta procedurale che potrebbe alterarne i tempi. L’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione ha accolto il nuovo quesito nella formulazione presentata dai quindici giuristi promotori della raccolta firme, che ha raggiunto quota cinquecentoquarantaseimila trecentoquarantatré cittadini. Il dispositivo depositato dai magistrati afferma che “si intende venuto meno il quesito enunciato” nell’ordinanza precedente del diciotto novembre scorso, disponendo la formulazione di un nuovo quesito. La comunicazione è stata immediatamente trasmessa al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere, al Presidente del Consiglio dei ministri e al Presidente della Corte costituzionale.

L’ordinanza prevede inoltre la notifica ai presentatori della richiesta referendaria e ai tre delegati dei parlamentari per ciascuna delle quattro richieste ammesse con il provvedimento di novembre. La modifica sostanziale riguarda l’inserimento esplicito degli articoli costituzionali oggetto di revisione. Il quesito originario chiedeva semplicemente se si approvasse “il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero duecentocinquantatré del trenta ottobre duemilaventicinque”.

La nuova formulazione tecnica

La versione attuale specifica invece: “Approvate il testo della legge di revisione degli articoli ottantasette, decimo comma, centodue, primo comma, centoquattro, centocinque, centosei, terzo comma, centocinque, primo comma, e centodieci della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del trenta ottobre duemilaventicinque con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?'”. L’integrazione rende espliciti i riferimenti normativi che nella prima stesura erano incorporati soltanto nel titolo della legge.

Il timore di una parte dell’opposizione è che questa riformulazione imponga un nuovo decreto di indizione del referendum. Tale scenario farebbe ripartire il conteggio dei cinquanta giorni di campagna referendaria previsti dalla normativa vigente prima della consultazione. La data fissata per il ventidue e ventitrè marzo slitterebbe di almeno due settimane, considerando che il fine settimana pasquale impedirebbe lo svolgimento delle votazioni. Secondo alcune forze politiche, l’obiettivo dei ricorrenti sarebbe proprio quello di guadagnare tempo supplementare per consentire al Comitato del No di articolare con maggiore efficacia le proprie argomentazioni.

Le istituzioni davanti a un caso inedito

Le questioni sollevate dall’ordinanza andranno ora all’attenzione degli organi competenti: dal Quirinale a Palazzo Chigi, fino alla Consulta. Gli osservatori sottolineano che ci si troverebbe di fronte a un precedente nella storia referendaria italiana. Una modifica del testo del quesito con la campagna già in corso non si è mai verificata. Tuttavia, gli esperti di diritto costituzionale si dividono sull’interpretazione delle conseguenze procedurali.

Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato all’università La Sapienza di Roma ed ex parlamentare, ritiene che la data non debba cambiare. Il referendum risulta già indetto per decreto, quindi si tratterebbe solo di aggiornare il quesito senza necessità di ulteriori provvedimenti che ne posticiperebbero lo svolgimento. Il quesito cambia ma la data resta immutata. Ceccanti non esclude però che la questione possa protrarsi qualora i promotori decidano di impugnare la data ricorrendo alla Consulta per conflitto di attribuzione, benché ritenga improbabile l’ammissione di tale ricorso.

Michele Ainis, professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico all’università Roma Tre, sostiene invece la tesi opposta. Secondo il costituzionalista, il governo ha deliberatamente omesso gli articoli della Costituzione dal quesito per renderlo più comprensibile. Se la Cassazione, tornando sui propri passi dopo aver approvato la formulazione precedente, stabilisce che occorre rimodularla, non esistono dubbi: la data delle votazioni deve slittare. La data risulta incorporata nel decreto e non può rimanere valida. Ainis ritiene che possa e debba slittare, altrimenti il comitato promotore delle cinquecentomila firme avrà facoltà di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.

I precedenti e le valutazioni giuridiche

Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte costituzionale, richiama un precedente della propria esperienza di giudice costituzionale. All’epoca i radicali sollevarono un conflitto di attribuzione, ma la data non fu spostata poiché il ricorso venne respinto. Per Baldassarre, a rigore di diritto la data dovrebbe restare invariata: sarà sufficiente una modifica tramite decreto integrativo del precedente. La modifica non tocca il contenuto essenziale del decreto originario, configurandosi come formale ed esteriore piuttosto che sostanziale.

Lo scorso gennaio il Tribunale amministrativo regionale del Lazio aveva già escluso la possibilità di una sospensiva sulla decisione dell’esecutivo di fissare per il ventidue e ventitrè marzo la consultazione, respingendo il ricorso avanzato dal medesimo comitato di quindici giuristi. La vicenda dimostra come la questione procedurale si intrecci strettamente con le strategie politiche dei fronti contrapposti, in una partita dove i tempi della campagna referendaria assumono rilevanza cruciale quanto i contenuti della riforma stessa.