Nucleare iraniano, dopo otto mesi riparte il dialogo tra la Casa Bianca e i mullah di Teheran

Araghchi e Witkoff si confrontano indirettamente a Mascate sul dossier atomico. La Repubblica islamica respinge lo smantellamento del programma ma apre su gradualità e controlli. Nuove sanzioni americane sul greggio poche ore dopo la chiusura dei lavori.

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Dopo otto mesi di silenzio diplomatico, Iran e Stati Uniti hanno ripreso a parlarsi. Lo hanno fatto a Mascate, capitale dell’Oman, attraverso la formula dei colloqui indiretti: nessun faccia a faccia, ma messaggi trasmessi da una stanza all’altra per mano del ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi. Il formato non è una novità. Il sultanato, ponte naturale tra il Golfo Persico e l’Occidente, aveva già svolto questo ruolo durante le trattative che portarono all’accordo sul nucleare del 2015. Oggi però il contesto è diverso. La rottura consumatasi lo scorso giugno ha lasciato ferite aperte e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riportato in primo piano la strategia della “massima pressione” che aveva caratterizzato il suo primo mandato.

I colloqui sono iniziati alle dieci del mattino, ora locale, e si sono protratti fino alle sei di sera. Otto ore di negoziato serrato, scandito da più giri di consultazioni. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, ha parlato di discussioni “lunghe e intense”, definendole comunque “un buon inizio”. La delegazione statunitense era guidata da Steve Witkoff, inviato presidenziale, affiancato da Jared Kushner, genero di Trump, e da Brad Cooper, comandante del Centcom. Quest’ultima presenza segna una novità significativa: è la prima volta che un alto funzionario militare americano partecipa a trattative con Teheran. Un segnale che può essere letto in due direzioni opposte: volontà di coinvolgere direttamente chi gestisce la sicurezza regionale, oppure messaggio implicito di deterrenza.

Il nodo dell’arricchimento dell’uranio

Sul tavolo, stando alle dichiarazioni di Araghchi, è finito soltanto il dossier nucleare. Nessun accenno ad altri temi, come il sostegno iraniano ai gruppi armati della regione o la questione dei diritti umani all’interno della Repubblica islamica. La focalizzazione è stata totale. Washington, secondo fonti diplomatiche raccolte da Reuters, avrebbe chiesto a Teheran di cessare completamente l’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio. Una richiesta che l’Iran ha respinto con nettezza, ribadendo il diritto sovrano a proseguire le attività nucleari per scopi civili. Tuttavia, la porta non è stata chiusa del tutto. Araghchi avrebbe manifestato disponibilità a discutere “il livello e la purezza” dell’arricchimento, aprendo così uno spiraglio su un possibile compromesso tecnico. È emersa anche l’ipotesi di un consorzio regionale, formula che potrebbe consentire controlli internazionali più stringenti senza rinunciare alla sovranità tecnologica.

Il punto di frizione è noto da tempo. Dal ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo del 2015, deciso proprio da Trump nel 2018, l’Iran ha progressivamente aumentato le proprie capacità di arricchimento. Oggi Teheran dispone di uranio arricchito al sessanta per cento, soglia tecnicamente vicina a quella necessaria per un ordigno nucleare. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha più volte chiesto trasparenza, senza ottenere piena collaborazione. Il timore occidentale è che il programma civile possa trasformarsi, in tempi relativamente brevi, in un programma militare. Da qui la richiesta americana di uno stop totale, che però Teheran considera inaccettabile.

Sanzioni immediate e contraddizioni tattiche

Poche ore dopo la conclusione dei colloqui, Washington ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro il settore petrolifero iraniano. La mossa ha sollevato interrogativi sulla coerenza della strategia americana. Da un lato si riapre il dialogo, dall’altro si inaspriscono le misure punitive. Il Dipartimento del Tesoro ha giustificato la decisione sostenendo che i proventi del petrolio iraniano vengono utilizzati per “sostenere il terrorismo all’estero e reprimere i propri cittadini”. Araghchi non ha commentato direttamente le sanzioni, limitandosi a sottolineare che “i colloqui sul nucleare e la risoluzione di questioni importanti richiedono calma, evitando tensioni o minacce”. Un appello che suona come una risposta indiretta all’annuncio di Washington.

La scelta di procedere simultaneamente su binari opposti non è inedita nella diplomazia americana. Durante le trattative del 2015, l’amministrazione Obama mantenne in vigore parte delle sanzioni fino alla firma dell’accordo finale. Tuttavia, in quel caso esisteva una cornice negoziale più strutturata e la fiducia reciproca era maggiore. Oggi il clima è diverso. L’Iran ha accumulato risentimento per le sanzioni imposte negli ultimi anni, che hanno messo in ginocchio l’economia del paese. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non nascondono lo scetticismo verso qualsiasi impegno assunto da Teheran, soprattutto dopo le violazioni degli accordi precedenti.

Prossimi passi e geometrie regionali

Un funzionario statunitense, interpellato da Axios, ha confermato che un secondo round di colloqui dovrebbe tenersi nei prossimi giorni. Araghchi ha però precisato che “tempi, formato e data saranno decisi in consultazioni successive, che saranno condotte tramite il ministro degli Esteri dell’Oman”. La formula mantiene aperta la mediazione di Mascate, confermando il ruolo centrale del sultanato come facilitatore. Subito dopo la conclusione dei lavori, Araghchi è partito per Doha, dove oggi parteciperà alla diciassettesima edizione dell’Al Jazeera Forum e incontrerà l’omologo qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Anche il Qatar, come l’Oman, ha storicamente svolto funzioni di intermediazione tra l’Iran e l’Occidente.

La diplomazia del Golfo si muove su equilibri delicati. I paesi della regione temono un Iran dotato di armi nucleari, ma allo stesso tempo non vogliono un conflitto aperto che destabilizzerebbe l’intera area. L’Arabia Saudita, principale rivale regionale di Teheran, osserva con attenzione. Riad ha recentemente riallacciato i rapporti diplomatici con l’Iran, grazie alla mediazione cinese, ma resta diffidente. Gli Emirati Arabi Uniti, da parte loro, preferiscono la via del dialogo economico, mantenendo canali aperti nonostante le tensioni politiche. In questo intreccio di interessi, la ripresa dei colloqui sul nucleare rappresenta un elemento di stabilizzazione potenziale, ma anche un banco di prova per la credibilità delle diplomazie coinvolte.