Cronaca

Morto Benedetto XVI, Papa del passo indietro e del dialogo con la ragione

Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, 265mo Papa della Chiesa cattolica e Vescovo di Roma, intellettuale, filosofo tra i più illustri del ventesimo secolo, si è spento oggi in Vaticano all’età di 95 anni, dei quali gli ultimi 9 trascorsi quasi in clausura nel monastero ‘Mater Ecclesiae’ nei giardini vaticani. La notizia è stata diffusa dal direttore della Sala Stampa Vaticana, Matteo Bruni che in un comunicato stringato ha annunciato ‘con dolore’ che il Papa Emerito, Benedetto XVI, si era spento alle 9.34, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Le sue condizioni di salute si erano aggravate nelle ultime settimane, con problemi anche di tipo respiratorio dovuti all’età avanzata, e a dare, di fatto, l’annuncio delle sue peggiorate condizioni di salute era stato lo stesso Papa Francesco quando, al termine dell’udienza generale nell’Aula Paolo VI in Vaticano, il 28 dicembre scorso, quando aveva invitato tutti ad una ‘preghiera speciale’ per il Papa emerito che, aveva detto, ‘nel silenzio sta sostenendo la Chiesa’. ‘E’ molto ammalato’, aveva poi aggiunto, chiedendo al Signore ‘che lo consoli, e lo sostenga in questa testimonianza di amore alla Chiesa, fino alla fine’. Lo stesso Francesco, al termine dell’incontro con i fedeli si era subito recato, per una visita, al Monastero dove risiedeva il suo predecessore. Un uomo, Joseph Ratzinger, che certamente verrà ricordato per il suo poderoso pensiero filosofico e teologico, con una bibliografia vastissima (spicca, tra gli altri, il suo ‘Gesù di Nazareth’ in tre volumi), per il suo tentativo di dialogo con la ‘ragione’ e, quindi, con la scienza e, nella Chiesa, per le sue posizioni considerate da molti legate alla ‘tradizione’ e non sempre condivise soprattutto da alcune sensibilità, in particolar modo da quella che viene definita (un po troppo schematicamente) l’ala progressista del mondo cattolico.

Ma Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, è già passato alla storia per la sua inaspettata quanto fragorosa decisione, resa nota al mondo l’11 febbraio 2013, di lasciare il soglio di Pietro e di dimettersi per questioni legate al suo stato di salute e, in controluce, per una impossibilità ad affrontare le tante sfide che si ammassavano come nere nubi all’orizzonte della Chiesa universale. Un passo indietro, quello del Papa tedesco, avvenuto dopo 8 anni di pontificato, da quando, il 19 aprile 2005 venne eletto Pontefice romano e si presentò ai fedeli festanti in piazza San Pietro come ‘un umile lavoratore nella vigna del Signore’. Quando il 24 aprile 2005 celebrò l’inizio del suo pontificato chiese in una passaggio dell’omelia di pregare perché, disse: ‘Io non fugga dalla paura davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri’. Un passaggio che dice molto sulla consapevolezza delle difficoltà che, dopo il lungo pontificato di Papa Wojtyla e il suo universale carisma, gli cadevano sulle spalle, con l’aggravante che proprio il Papa polacco lo aveva, di fatto, indicato come suo naturale successore, caricandolo, quindi, di aspettative e attese. Malgrado ciò, l’11 febbraio 2013, con effetto alle ore 20 del 28 febbraio, nel chiuso di un Concistoro, leggendo un foglio in lingua latina, Papa Ratzinger comunicò ai cardinali presenti le sue decisioni di lasciare il timone della barca di Pietro. ‘Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il Ministero petrino. Sono ben consapevole che questo Ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito, spiegò ai cardinali presenti e ai cattolici tutti la sua decisione.

‘Per questo -concluse Benedetto XVI – ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al Ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005 (…). Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio’. Queste parole legano ancor di più la sua figura alla lunga transizione (non ancora conclusa) intrapresa dalla Chiesa cattolica romana dopo il Concilio Vaticano II, con le sue novità ed ‘aperture’ alla modernità. Fu un complesso periodo, quello post-conciliare, nel quale l’allora giovane Ratzinger iniziò a rivedere alcune delle sue posizioni ‘aperturiste’, certamente messe a dura prova dai problemi (e in alcuni casi dagli eccessi), che quelle riforme avevano portato con sé. Uno degli architravi del suo pensiero teologico, come scrive il giornalista ed ex vice-direttore de ‘L’Osservatore Romano’, Carlo Di Cicco, tra i suoi più apprezzati conoscitori, trova comunque le fondamenta proprio nel Concilio Vaticano II. ‘Nel tempo, quando le passioni più accese saranno sopite, si potranno misurare la reale portata e le benefiche conseguenze della rinuncia di Ratzinger al pontificato’, scrive Di Cicco in uno dei suoi due volumi dedicati a Benedetto XVI: ‘Ratzinger: dalla paura al tempo dell’amore’, uscito poco dopo le dimissioni. Nell’ultimo colloquio con il Papa, Peter Seewald, il giornalista che più lo ha intervistato, chiese invece a Benedetto XVI se si considerasse la fine del vecchio o piuttosto l’inizio del nuovo mondo: ‘entrambi’ fu la risposta asciutta del pontefice. ‘Forse, per capirlo, dopo che ha deciso in piena libertà di uscire di scena in punta di piedi come era entrato e definendo sè stesso semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra, è bene partire dalla fine. – argomenta Di Cicco – La sua rinuncia si ricollega allo spirito del Concilio Vaticano II e in quanto tale appartiene ai segni dei tempi. E in quanto segno, va letto anzitutto come un atto di riforma. ll più importante. È una riforma che alla lontana si ricollega a Paolo VI. Papa Montini, sulla spinta conciliare, svecchiando la Curia da secolari abitudini avviò la contrastata riforma che prevedeva la rinuncia dei Vescovi al governo delle diocesi al compimento del dei 75 anni di età. In questa scia dispose anche che i cardinali giunti agli 80 anni perdevano il diritto di votare in conclave per le elezioni del Papa. La scelta di Benedetto va oltre, toccando il papato. Lui è così il primo papa emerito della storia. Partito con la premura di dover accompagnare la chiesa sulla via della riforma spirituale richiesta dal Concilio per rispondere alla crisi di fede nel mondo e affrancandosi dal timore per i processi di secolarizzazione, Benedetto XVI non ha tardato oltre il necessario sulle parole di riforma. Ha messo sulla bilancia della storia un gesto il più eloquente universalmente accessibile, nella trasparenza, per dire che era caduto anche l’ultimo tabù: il Papa a vita. Si può dire che con la sua decisione finale Benedetto XVI, passerà alla storia come un riformatore. Non tante né spettacolari le riforme della curia, ma con la sua rinuncia ha messo in moto un rinnovamento a catena delle istituzioni ecclesiastiche. Le resistenze potranno cadere più facilmente ora – conclude Di Cicco – che il Papa ha messo in gioco il suo stesso ufficio liberandolo dall’usura semi-divina e riconducendolo nel tempo e nello spazio umani’.

Se al Concilio Vaticano II Carol Wojtyla prese parte in qualità di vescovo, Joseph Ratzinger fu presente come teologo, esperto voluto dal Cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia. ‘C’è ancora un grande lavoro di traduzione da fare dei grandi Doni della fede nel linguaggio di oggi nel pensiero di oggi. Le grandi verità sono le stesse: il peccato originale, la creazione, la redenzione, la vita eterna. Ma molte di queste cose si esprimono ancora in un pensiero che non è più il nostro e bisogna farli arrivare nel pensiero del nostro tempo e renderle accessibili per l’uomo perché veda davvero la logica della fede punto è un lavoro ancora da fare, esplicitò Ratzinger da Pontefice il suo pensiero circa il lascito conciliare. ‘La chiesa – notò poi – è sempre giovane e il futuro appartiene alla chiesa. Tutti gli altri regimi che sembravano molto più forti sono caduti, non esistono più, sopravvive la chiesa. Sempre una nuova nascita appartiene alle generazioni. Fiducia, questa è realmente la nave che conduce al porto’.  Nell’intervista rilasciata alla televisione polacca il 16 ottobre 2005, anniversario delle elezioni di Wojtyla, Ratzinger svelò poi la sua amicizia con Karol Wojtyla iniziata solo nei due pre-conclavi e nei due Conclavi del 1978. Aveva sentito parlare di Wojtyla nel 1965, nel contesto della corrispondenza tra Vescovi tedeschi e polacchi nell’iniziativa della riconciliazione tra le due nazioni e le rispettive chiese per le devastazioni seminate dal nazismo. ‘Dall’inizio o sentito una grande simpatia e, grazie a Dio, immediatamente il cardinale di quel tempo mi ha donato fin dall’inizio la sua amicizia… – rivelò in quella occasione Papa Ratzinger – Sono grato per questa amicizia che mi ha donato senza i miei meriti. Soprattutto vedendolo pregare ho visto e non solo ho capito. Ho visto che era un uomo di Dio. Mi ha poi impressionato la cordialità senza pregiudizi con la quale si è incontrato con me. In questi incontri del pre-conclave dei cardinali ho preso diverse volte la parola e qui ho avuto anche la possibilità di sentire la statura del pensatore. Senza grandi parole. Era così nata un’amicizia che veniva proprio dal cuore e subito dopo la sua elezione, il Papa mi ha chiamato diverse volte a Roma per colloqui e alla fine mi ha nominato perfetto della Congregazione della dottrina della Fede. E così, dopo aver superato molti dubbi, Joseph Ratzinger, accettò l’incarico e si trasferì dalla sua diocesi di Monaco a Roma nel febbraio 1982.

‘Parlando dell’eredità del Papa (Wojtyla) – disse ancora Ratzinger alla tv polacca – avevo dimenticato di parlare dei tanti documenti che ci ha lasciato: 14 encicliche, tante lettere pastorali e tanti altri documenti punto e tutto questo rappresenta un patrimonio ricchissimo che non è ancora sufficientemente assimilato dalla Chiesa. Considero proprio una mia missione essenziale e personale di non emanare tanti nuovi documenti, ma di fare in modo che questi documenti siano assimilati, perché sono un tesoro ricchissimo, sono l’autentica interpretazione del Vaticano II. Sappiamo che il papa era l’uomo del Concilio, che aveva assimilato interiormente lo spirito e la lettera del Concilio. E con questi testi ci fa veramente capire cosa voleva e cosa non voleva del Concilio. Ci aiuta ad essere veramente chiesa del nostro tempo e del nostro futuro’. La questione dei Vescovi ordinati da Monsignor Lefebvre e dei loro seguaci tradizionalisti non è stata l’unica spina di Benedetto. Altre non meno pungenti ce ne sono state nel non lungo pontificato. Ne ricordiamo alcune: la denuncia della pedofilia nella chiesa, l’infedeltà nel servizio con la diffusione di documenti riservati ribattezzata Vatileaks o ‘tempo dei Corvi’, la disastrosa gestione finanziaria di tante diocesi e istituzioni cattoliche che per uscire dalla crisi si sono appellate alla Santa Sede. Gli ultimi tempi del pontificato sono entrati dentro un turbinio potente e devastante specialmente nella loro rappresentazione mediatica tanto da poter paragonare lo scorcio finale del pontificato di Papa Ratzinger, scrive sempre Di Cicco, ‘ai giorni dell’ira: un accanimento terapeutico verso quanto riguarda la Santa Sede e la sua gestione negli anni recenti’. Papa Benedetto XVI divenne così una sorta di catalizzatore di queste problematiche, anche in alcuni ambienti della Chiesa, che renderanno la missione di Joseph Ratzinger quasi insostenibile. Non miglior fortuna ebbe in ambito mediatico. La sua figura, riservata e quasi introversa, certamente più a suo agio in un’aula universitaria che in una grande piazza, che seguiva quella ‘telegenica’ di Papa Wojtyla, non incontrò mai e fino in fondo la simpatia dei mass media nè a livello italiano che internazionale.

Nato a Marktl am Inn, in Baviera il 16 aprile 1927 da una famiglia di origini contadine e artigiane, Joseph Ratzinger è il terzo figlio di un commissario della gendarmeria. Entrò nel 1939 in seminario e, arruolato sedicenne nei servizi ausiliari antiaerei nel 1943, alla fine del 1945 poté riprendere gli studi ecclesiastici di filosofia e teologia, a Frisinga e Monaco. Ordinato sacerdote nel 1951 e laureatosi in teologia nel 1953, insegnò tra il 1959 e il 1969 nelle università di Bonn, Münster e Tubinga. Durante il Concilio Vaticano II fu consulente teologico del cardinale arcivescovo di Colonia J. Frings, esponente della maggioranza riformatrice nell’assemblea conciliare, e dal 1969 insegnò dogmatica e storia dei dogmi nell’università di Ratisbona, affermandosi nei suoi numerosi studi e volumi (spesso tradotti in diverse lingue) come uno dei più conosciuti, discussi e brillanti teologi della seconda metà del Novecento. Nel 1977 da Paolo VI fu nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga e creato cardinale. Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 1981, ha guidato per oltre ventitré anni l’organismo dottrinale della Curia romana con un’autorevolezza e un prestigio riconosciutigli anche dai suoi avversari, e nel 2002 è stato anche eletto decano del collegio cardinalizio. Nelle sue pubblicazioni già dalla fine degli anni Sessanta, durante il suo episcopato e soprattutto nel lunghissimo periodo nel quale ha diretto la Congregazione per la dottrina della fede – contribuendo a ispirare ed esprimendo la linea e i documenti dottrinali del pontificato di Giovanni Paolo II – ha criticato con nettezza tendenze a suo avviso eversive nei confronti dello stesso Vaticano II, tra cui l’appiattimento dell’esperienza cristiana sulla dimensione politica, la dissipazione del patrimonio liturgico con il conseguente indebolimento della sua capacità pedagogica e la relativizzazione della salvezza portata da Cristo. Il 19 aprile 2005 il decano del collegio cardinalizio card. Ratzinger venne eletto papa, al quarto scrutinio, in un conclave dove sono entrati 115 elettori – il numero più alto nella storia delle elezioni papali – e che tuttavia è durato meno di ventiquattro ore. Successore del primo pontefice polacco, primo papa tedesco dopo più di nove secoli e unico cardinale entrato in conclave (oltre lo statunitense W.W. Baum) a non essere stato creato da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ha spiegato il nome assunto da papa con il riferimento a Benedetto XV, che durante il primo conflitto mondiale predicò la pace, e soprattutto a san Benedetto, l’ordinatore del monachesimo occidentale, che Paolo VI nel 1964 aveva proclamato patrono d’Europa e del quale Benedetto ha voluto sottolineare l’esortazione a non anteporre nulla a Cristo.

Le priorità del pontificato, dichiarate dal papa nel messaggio pronunciato il giorno dopo la sua elezione, sono l’attuazione del Concilio Vaticano II ‘in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa’, l’impegno per la ricostituzione dell’unità dei cristiani, attraverso ‘gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze’, e il dialogo con i credenti delle altre religioni e ‘con le diverse civiltà’. E nel primo viaggio internazionale compiuto a Colonia (18-21 agosto 2005) per la ventesima Giornata mondiale della gioventù, incontrando nella sinagoga della città la comunità ebraica, Benedetto XVI ha formulato l’invito, senza precedenti, a progredire nel confronto teologico, e ai rappresentanti musulmani ha ribadito con chiarezza la necessità di un’azione comune per respingere il terrorismo che strumentalizza anche la religione, e per educare soprattutto i giovani a una convivenza pacifica. Tra le sue azioni c’è da ricordare la pubblicazione di un Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica. Il 25 gennaio 2006 è stata pubblicata la prima enciclica, dedicata all’amore cristiano, intitolata ‘Deus caritas est’, delle tre lasciate in eredità alla Chiesa e ai fedeli cattolici: la ‘Spe salvi’ (30 novembre 2007) e la ‘Caritas in veritate’ (29 giugno 2009). Ma tra gli interventi del suo magistero non si può dimenticare anche la lettera ai fedeli irlandesi (19 marzo 2010), contenente una condanna esplicita non soltanto degli abusi sessuali commessi da esponenti della Chiesa locale, ma anche del modo in cui il problema era stato gestito dai loro superiori, preoccupati di ‘evitare gli scandali’. A rivolgere ancora una volta un pensiero ‘affettuoso, riconoscente ed ammirato’ al Papa emerito Benedetto XVI è stato Papa Francesco, in occasione l’udienza concessa alla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, per il conferimento dell’ XI.mo Premio Ratzinger, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico in Vaticano.

‘Oggi lo ringraziamo in particolare perché è stato anche esempio di dedizione appassionata allo studio, alla ricerca, alla comunicazione scritta e orale; e perché ha sempre unito pienamente e armoniosamente la sua ricerca culturale con la sua fede e il suo servizio alla Chiesa’. Benedetto XVI, inoltre, ha detto in quella occasione Papa Bergoglio, ‘ha continuato a studiare e scrivere fino alla fine del suo pontificato. Circa dieci anni fa, mentre adempiva le sue responsabilità di governo, era impegnato a completare la sua trilogia su Gesù e così lasciarci una testimonianza personale unica della sua costante ricerca del volto del Signore. È la ricerca più importante di tutte, che egli poi ha continuato a portare avanti nella preghiera. Ce ne sentiamo ispirati e incoraggiati, e gli assicuriamo il nostro ricordo al Signore e la nostra preghiera’.
Il Papa si è infine soffermato sul motto scelto da Joseph Ratzinger quando divenne arcivescovo di Monaco: le parole della Terza Lettera di Giovanni ‘Cooperatores Veritatis’. Esse, secondo Papa Francesco, ‘esprimono il filo conduttore delle diverse tappe di tutta la sua vita, dallo studio all’insegnamento accademico, al ministero episcopale, al servizio per la Dottrina della Fede – a cui fu chiamato da San Giovanni Paolo II 40 anni fa – fino al Pontificato, caratterizzato da un luminoso magistero e un indefettibile amore per la Verità’. Frings, esponente della maggioranza riformatrice nell’assemblea conciliare, e dal 1969 insegnò dogmatica e storia dei dogmi nell’università di Ratisbona, affermandosi nei suoi numerosi studi e volumi (spesso tradotti in diverse lingue) come uno dei più conosciuti, discussi e brillanti teologi della seconda metà del Novecento. Nel 1977 da Paolo VI fu nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga e creato cardinale. Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 1981, ha guidato per oltre ventitré anni l’organismo dottrinale della Curia romana con un’autorevolezza e un prestigio riconosciutigli anche dai suoi avversari, e nel 2002 è stato anche eletto decano del collegio cardinalizio.

Nelle sue pubblicazioni già dalla fine degli anni Sessanta, durante il suo episcopato e soprattutto nel lunghissimo periodo nel quale ha diretto la Congregazione per la dottrina della fede – contribuendo a ispirare ed esprimendo la linea e i documenti dottrinali del pontificato di Giovanni Paolo II – ha criticato con nettezza tendenze a suo avviso eversive nei confronti dello stesso Vaticano II, tra cui l’appiattimento dell’esperienza cristiana sulla dimensione politica, la dissipazione del patrimonio liturgico con il conseguente indebolimento della sua capacità pedagogica e la relativizzazione della salvezza portata da Cristo. Il 19 aprile 2005 il decano del collegio cardinalizio card. Ratzinger venne eletto papa, al quarto scrutinio, in un conclave dove sono entrati 115 elettori – il numero più alto nella storia delle elezioni papali – e che tuttavia è durato meno di ventiquattro ore. Successore del primo pontefice polacco, primo papa tedesco dopo più di nove secoli e unico cardinale entrato in conclave (oltre lo statunitense W.W. Baum) a non essere stato creato da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ha spiegato il nome assunto da papa con il riferimento a Benedetto XV, che durante il primo conflitto mondiale predicò la pace, e soprattutto a san Benedetto, l’ordinatore del monachesimo occidentale, che Paolo VI nel 1964 aveva proclamato patrono d’Europa e del quale Benedetto ha voluto sottolineare l’esortazione a non anteporre nulla a Cristo. Le priorità del pontificato, dichiarate dal papa nel messaggio pronunciato il giorno dopo la sua elezione, sono l’attuazione del Concilio Vaticano II ‘in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa’, l’impegno per la ricostituzione dell’unità dei cristiani, attraverso ‘gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze’, e il dialogo con i credenti delle altre religioni e ‘con le diverse civiltà’. E nel primo viaggio internazionale compiuto a Colonia (18-21 agosto 2005) per la ventesima Giornata mondiale della gioventù, incontrando nella sinagoga della città la comunità ebraica, Benedetto XVI ha formulato l’invito, senza precedenti, a progredire nel confronto teologico, e ai rappresentanti musulmani ha ribadito con chiarezza la necessità di un’azione comune per respingere il terrorismo che strumentalizza anche la religione, e per educare soprattutto i giovani a una convivenza pacifica.

Tra le sue azioni c`è da ricordare la pubblicazione di un Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica. Il 25 gennaio 2006 è stata pubblicata la prima enciclica, dedicata all’amore cristiano, intitolata “Deus caritas est”, delle tre lasciate in eredità alla Chiesa e ai fedeli cattolici: la “Spe salvi” (30 novembre 2007) e la “Caritas in veritate” (29 giugno 2009) . Ma tra gli interventi del suo magistero non si può dimenticare anche la lettera ai fedeli irlandesi (19 marzo 2010), contenente una condanna esplicita non soltanto degli abusi sessuali commessi da esponenti della Chiesa locale, ma anche del modo in cui il problema era stato gestito dai loro superiori, preoccupati di “evitare gli scandali”. A rivolgere ancora una volta un pensiero “affettuoso, riconoscente ed ammirato” al Papa emerito Benedetto XVI è stato Papa Francesco, in occasione l`udienza concessa alla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, per il conferimento dell` XI.mo Premio Ratzinger, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico in Vaticano. “Oggi lo ringraziamo in particolare perché è stato anche esempio di dedizione appassionata allo studio, alla ricerca, alla comunicazione scritta e orale; e perché ha sempre unito pienamente e armoniosamente la sua ricerca culturale con la sua fede e il suo servizio alla Chiesa”. Benedetto XVI, inoltre, ha detto in quella occasione Papa Bergoglio, “ha continuato a studiare e scrivere fino alla fine del suo pontificato. Circa dieci anni fa, mentre adempiva le sue responsabilità di governo, era impegnato a completare la sua trilogia su Gesù e così lasciarci una testimonianza personale unica della sua costante ricerca del volto del Signore. È la ricerca più importante di tutte, che egli poi ha continuato a portare avanti nella preghiera. Ce ne sentiamo ispirati e incoraggiati, e gli assicuriamo il nostro ricordo al Signore e la nostra preghiera”. Il Papa si è infine soffermato sul motto scelto da Joseph Ratzinger quando divenne arcivescovo di Monaco: le parole della Terza Lettera di Giovanni “Cooperatores Veritatis”. Esse, secondo Papa Francesco, “esprimono il filo conduttore delle diverse tappe di tutta la sua vita, dallo studio all`insegnamento accademico, al ministero episcopale, al servizio per la Dottrina della Fede – a cui fu chiamato da San Giovanni Paolo II 40 anni fa – fino al Pontificato, caratterizzato da un luminoso magistero e un indefettibile amore per la Verità”.

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