Figuraccia della sinistra: accusano Romoli del Tg2 di nazifascismo ma quella croce celtica era un encomio militare
Pd, M5S, Italia Viva e Avs portano in sede parlamentare un caso costruito su una segnalazione anonima di X: la spilletta incriminata è un riconoscimento ufficiale dell’Esercito Italiano, assegnato quando erano loro stessi al governo.
Un encomio solenne per il servizio prestato durante il Covid finisce al centro di un caso politico: quattro capigruppo delle opposizioni in Vigilanza Rai accusano il giornalista del Tg2 di esibire simbologia nazifascista in diretta, salvo scoprire che quel distintivo era stato assegnato dall’esercito quando Pd e M5S erano al governo. Lo scontro si infiamma, il centrodestra chiede scuse pubbliche, e Romoli rompe il silenzio: “Hanno tirato in mezzo mio padre, un comportamento inqualificabile.”
La segnalazione e l’accusa in Commissione
Tutto nasce da un post su X. Un blogger individua, durante un collegamento del Tg2 delle 20.30, una spilletta sul bavero di Andrea Romoli, inviato del telegiornale e primo capitano della riserva dell’Esercito Italiano, e la identifica come una croce celtica, simbolo del nazifascismo. La segnalazione circola rapidamente. I capigruppo delle opposizioni in Commissione parlamentare di vigilanza Rai raccolgono l’assist e si muovono compatti: Stefano Graziano (Pd), Dario Carotenuto (M5S), Maria Elena Boschi (Italia Viva) e Peppe De Cristofaro (Avs) firmano una nota congiunta e chiedono ai vertici dell’azienda pubblica di “chiarire immediatamente quanto riportato”.
Il tono è perentorio: “Non è accettabile che un giornalista che dovrebbe essere garante dell’informazione democratica sfoggi in pompa magna una spilla simbolo del nazifascismo.” L’attacco non si ferma alla spilletta. La nota dei quattro capigruppo cita anche le origini familiari di Romoli — figlio dell’ex sindaco di Gorizia Ettore Romoli, esponente di Forza Italia — e richiama un episodio del 2020 in cui il giornalista avrebbe commentato “con toni non proprio neutri” la notizia di un sacerdote ucciso da un cittadino tunisino.
L’equivoco: un encomio militare, non un simbolo politico
La realtà smentisce l’accusa nel giro di ore. Quel distintivo non è una croce celtica. È un encomio solenne conferito dall’Esercito Italiano a Romoli per il servizio prestato all’ospedale militare da campo di Cosenza durante l’emergenza Covid: oltre due mesi di attività, come previsto dal regolamento di disciplina militare per gli ufficiali di riserva richiamati in servizio. Un riconoscimento istituzionale, non un simbolo politico. Il dettaglio che rende la vicenda particolarmente imbarazzante per i firmatari della nota è uno: quando l’esercito ha conferito l’onorificenza, il governo era guidato da una maggioranza composta da Pd e Movimento 5 Stelle.
Romoli lo sottolinea senza giri di parole: “Al governo c’erano Pd e M5S quando l’esercito mi ha conferito questo riconoscimento!” Il giornalista non nasconde il risentimento. “Quando sono andato in diretta l’altra sera, un blogger ha visto questa spilletta e chissà perché l’ha scambiata per una croce celtica”. La sua ricostruzione è netta: “L’encomio è la cosa più bella che ho fatto in vita mia. Non stavo bene in quel periodo ma non ho rifiutato il richiamo e sono partito. Ho aiutato della gente in difficoltà”.
La reazione del centrodestra: scuse immediate
La maggioranza risponde con durezza. Forza Italia è la prima a muoversi, definendo l’attacco “vergognoso, scomposto e ingiustificato” e stigmatizzando il “tentativo meschino di infangare anche la memoria del padre, Ettore Romoli, sindaco di Gorizia”. Il presidente dei senatori azzurri Maurizio Gasparri non usa mezze misure: “Pensavamo ci fossero dei limiti alla stupidità umana. Ma Boschi, Graziano, Carotenuto e De Cristofaro dimostrano che invece si può andare anche oltre”.
Gasparri chiede scuse pubbliche immediate e aggiunge, a margine, un affondo rivolto a Graziano: “Da lui ci saremmo aspettati delle scuse anche per le promozioni di suoi sodali dislocati in Rai. Ma di questo parleremo in un’altra occasione.” Francesco Filini, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Vigilanza, parla di “figuraccia” e di “ossessione di una certa sinistra priva di argomenti”. Paolo Barelli, presidente dei deputati di Forza Italia, definisce i quattro parlamentari di minoranza “cercatori d’odio da strapazzo” caduti in una “drammatica ‘sola’”. Antonio Tajani contatta direttamente Romoli per esprimergli solidarietà personale.
Il coinvolgimento del padre e il punto di rottura
A toccare Romoli nel profondo non è tanto l’accusa in sé, quanto il trascinamento nella polemica del padre Ettore, deceduto. “Hanno tirato dentro mio padre, che è morto e non c’entra nulla”, dice. E aggiunge un dettaglio che fotografa la statura istituzionale della figura paterna: “Lui era considerato un uomo delle istituzioni: quando è stato eletto presidente del Consiglio regionale era stato votato anche dalle opposizioni, non era mai successo”.
Il giornalista respinge qualsiasi identificazione con l’ambiente che gli viene attribuito per associazione: “Io non sono un fascista, non è la mia storia”. Il caso si chiude, sul piano dei fatti, con la smentita documentata. Sul piano politico, lo scontro resta aperto: nessuno dei quattro firmatari della nota aveva, al momento della pubblicazione di questo articolo, formulato scuse pubbliche.
