Politica

Ginevra, tutto pronto per i negoziati sulla Siria. L’Onu è prudente, nessuna illusione

Sei anni dopo l’inizio della guerra in Siria, riprendono domani a Ginevra i negoziati inter-siriani, mediati dall’Onu, per porre fine al bagno di sangue nel Paese: colloqui che però non hanno grandi speranze di successo, in considerazione del proseguimento delle violenze, della distanza tra le posizioni dei belligeranti e dell’incertezza sulle intenzioni americane. Si tratta dei primi negoziati dagli ultimi tentativi compiuti sempre nella città svizzera a gennaio e aprile 2016. L’approccio ai negoziati è stato accompagnato, come già avvenuto in passato, da una recrudescenza dei combattimenti. Da alcuni giorni, le forze governative hanno ripreso i bombardamenti contro le postazioni dei ribelli vicino Damasco e nella provincia di Homs. L’opposizione ha denunciato “un messaggio sanguinoso” destinato a sabotare i colloqui in Svizzera.

NIENTE ILLUSIONI I nuovi negoziati si apriranno in un contesto, sul terreno, completamente diverso rispetto all’ultima occasione, nell’aprile del 2016: il regime, appoggiato dai suoi alleati russi e iraniani, ha riconquistato Aleppo, città simbolo dell’insurrezione nel Nord della Siria. La Turchia, che sostiene l’opposizione, è di fatto diventata parte belligerante, dopo l’intervento delle sue truppe di terra nelle aree occidentali del Paese. Ankara, inoltre, si è avvvicinata a Mosca, che però è la principale alleata del regime, e sponsorizza con Russia e Iran un cessate il fuoco molto fragile, negoziato ad Astana, in Kazakistan. “Non mi faccio troppe illusioni”, ha confessato l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan De Mistura (foto), nei giorni scorsi, durante la Conferenza internazionale sulla sicurezza a Monaco di Baviera. “Ma è tempo di fare un nuovo tentativo”, ha insistito il diplomatico italo-svedese. E in questa occasione, secondo fonti vicine ai negoziati, le Nazioni unite intendono mettere faccia a faccia le due parti siriane in guerra. La delegazione di Damasco sarà guidata dall’ambasciatore siriano all’Onu Bashar al Jaafari, quella dell’opposizione farà capo all’avvocato Mohammad Sabra, uomo considerato vicino alla Turchia.

TRANSIZIONE POLITICA Secondo quanto concordato preliminarmente, dei gruppi di lavoro dovrebbero essere messi a punto sui tre principali temi previsti dalla risoluzione Onu 2254 sulla Siria: la governance, la futura Costituzione e le elezioni. Questioni che prevedono “una transizione politica” su cui regime e opposizione hanno però opinioni profondamente diverse. “Andremo a Ginevra per discutere una soluzione politica”, ha dichiarato Anas Al Abdeh, il capo della Coalizione nazionale siriana, durante un forum a Monaco. Ma “Assad deve andarsene”, ha aggiunto, perché nessun problema potrà essere risolto “fino a quando resterà al potere”. Ipotesi esclusa dallo stesso Assad che, di recente, ha nuovamente rilanciato le accuse contro i suoi oppositori, definiti “terroristi”. Il presidente ritiene di godere del “sostegno popolare” per recuperare il controllo di “ciascun centimetro del territorio siriano” e resta convinto del fatto che solo le urne potranno decidere la sua futura sorte. Una tesi, quest’ultima, enunciata anche dal ministro degli Esteri Angelino Alfano, in occasione del suo incontro del 15 febbraio a Roma con De Mistura. Sul futuro di Assad in Siria “alla fine la risposta la daranno i siriani” con le elezioni, aveva detto il titolare della Farnesina. Tenuto conto delle profonde differenze, dunque, gli occhi restano puntati sulle mosse delle grandi potenze regionali e internazionali impegnate, direttamente o indirettamente, nel conflitto siriano.

CASA BIANCA Il riavvicinamento tra Mosca e Ankara da questo punto di vista “ha cambiato i giochi”, secondo De Mistura, che ritiene necessario “sostenere la realpolitik in modo che possa andare nella giusta direzione”. “La Russia ha interesse a uscire da questo conflitto senza fine, mentre l’Iran è in una posizione di cieco sostegno ad Assad”, ha stimato il diplomatico dell’Onu. Ma la grande incognita resta la posizione degli Stati uniti dopo l’arrivo alla Casa bianca di Donald Trump. Il 45esimo presidente Usa, che ha chiesto al Pentagono nuovi piani per lottare contro i jihadisti dello Stato islamico entro la fine di febbraio, finora non ha mostrato la reale intenzione di coinvolgere gli Stati uniti negli sforzi diplomatici per risolvere un conflitto che ha fatto oltre 310.000 morti e milioni di rifugiati e sfollati. “Saremo egoisti nella protezione e promozione dei nostri interessi”, ha semplicemente annunciato a Monaco l’inviato speciale Usa per la coalizione anti-Isis, Brett McGurk, ricordando che la priorità numero uno di Washington è “distruggere l’Isis”. Un’incertezza, quella sulla posizione Usa, certificata anche dalle parole di De Mistura, sempre nella città tedesca. “Dove sono gli Stati Uniti (sulla soluzione politica)? Non posso dirvelo, perchè non lo so”, ha dichiarato l’inviato Onu. “Possa Dio aiutare i siriani se aspettano una soluzione da Trump!”, ha commentato il direttore di Human Rights Watch, Kenneth Roth.

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