Hamas scioglie l’amministrazione civile a Gaza per cedere il potere al comitato del piano Trump

La fazione palestinese abbandona la guida burocratica dell’enclave per lasciare spazio ai tecnocrati scelti da Washington, attualmente bloccati in Egitto.

il governo di Hamas

Il Comitato d’emergenza che amministra la Striscia di Gaza ha rassegnato le proprie dimissioni, completando le procedure per il trasferimento formale dei poteri civili. L’annuncio, diffuso oggi dai vertici della fazione palestinese, segna un potenziale punto di svolta nell’enclave, governata dal movimento islamista dal 2007.

La decisione mira a consegnare la gestione burocratica al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Cnag), l’organismo di tecnocrati guidato da Ali Shaath e istituito dal Board of peace nell’ambito della strategia in venti punti per il dopoguerra promossa dalla Casa Bianca. La mossa assume un rilievo strategico e simbolico nei delicati equilibri mediorientali, sebbene l’efficacia del trasferimento resti subordinata al via libera di Israele e ai nodi irrisolti sul disarmo delle milizie.

La svolta dell’esecutivo burocratico

Il capo dell’ufficio stampa dell’amministrazione uscente, Ismail al-Thawabta, ha confermato che Mohammed al-Farra, alla guida dell’ente di monitoraggio, ha ufficializzato il passo indietro. “Sua Eccellenza, il capo del comitato di emergenza del governo e capo ad interim del Dipartimento di monitoraggio del governo ha presentato ufficialmente le sue dimissioni”, ha dichiarato al-Thawabta. Ha inoltre precisato che è stato deciso “di sciogliere il comitato per agevolare la transizione amministrativa e governativa”.

In una nota ufficiale, l’organizzazione ha assicurato che “tutti i dipendenti pubblici continueranno a garantire i servizi alla popolazione” e che sono “pronti a operare sotto la responsabilità del nuovo organismo”. Durante una conferenza stampa riportata dall’emittente al Jazeera, al-Thawabta ha formulato un appello internazionale: “Chiediamo ai mediatori e al presidente statunitense di fare pressione per l’apertura dei valichi e l’ingresso degli aiuti”. Il portavoce ha poi concluso che la fazione si impegnerà per garantire il successo del comitato tecnico e che “tutti i ministeri attendono il suo ingresso nella Striscia”.

Lo stallo dei delegati tecnici

Al momento, l’insediamento dei funzionari del nuovo organismo registra una paralisi logistica. I membri del comitato tecnocratico si trovano infatti al Cairo, poiché il governo israeliano vieta il loro ingresso nel territorio, distrutto dai bombardamenti e controllato per circa il sessanta per cento dalle forze armate di Tel Aviv. Il portavoce Hazem Qassem ha descritto l’iniziativa come una mossa volta ad aprire le porte all’ingresso della nuova struttura amministrativa post-bellica.

“Nell’ambito della nostra attuazione concreta, abbiamo annunciato in via definitiva che non faremo più parte della gestione quotidiana”, ha aggiunto Qassem, auspicando che i mediatori costringano le autorità israeliane a consentire l’accesso dell’ente. Dal Cairo, il presidente del Cnag Ali Shaath ha confermato la prontezza operativa della struttura, ponendo tuttavia precise condizioni per l’esercizio del mandato: “I requisiti fondamentali per il successo del Comitato sono un’unica autorità, una legge con un riferimento chiaro e un’unica forza di sicurezza soggetta a tale autorità”.

Il nodo cruciale del disarmo

Il provvedimento istituzionale non intacca l’ala militare dell’organizzazione, storicamente preminente rispetto alla componente politica. Il nodo della smilitarizzazione rimane l’ostacolo principale nei negoziati. La dirigenza delle milizie ha ribadito il rifiuto di deporre le armi senza un accordo che garantisca il ritiro completo delle truppe israeliane e la fine dell’occupazione.

Nel tentativo di superare lo stallo, fonti diplomatiche egiziane hanno riferito alla televisione israeliana Kan di aver proposto un compromesso: il trasferimento dell’arsenale in Egitto a titolo di deposito custodito. Secondo i mediatori del Cairo, la fazione palestinese starebbe tuttavia “perdendo tempo” senza mostrare segnali di cedimento. Sul fronte opposto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato la linea della fermezza durante l’ultima riunione di gabinetto: “Non ci sarà ricostruzione a Gaza senza lo smantellamento e la smilitarizzazione della Striscia”.

I riflessi diplomatici nella regione

La rigidità del capo del governo israeliano si confronta con l’orientamento del Board of peace, propenso ad avviare la ricostruzione delle aree sotto controllo militare anche in assenza di un disarmo immediato. Parallelamente, il quadro diplomatico regionale registra sviluppi sull’asse Washington-Beirut.

L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha annunciato che il prossimo round di colloqui bilaterali tra Israele e Libano si terrà a Roma il 15 e 16 luglio prossimi. La notizia, confermata dall’ambasciata israeliana all’Ansa, vedrà il confronto svilupparsi ancora a livello di rappresentanti diplomatici. Leiter ha inoltre preannunciato un imminente passaggio istituzionale alla Casa Bianca, confermando che il presidente libanese Joseph Aoun incontrerà il capo dello Stato americano il prossimo 21 luglio per discutere la stabilizzazione del fronte settentrionale.