Spese militari e aiuti a Kiev, si apre il vertice Nato di Ankara: i Paesi europei verso il traguardo del 5%

I trentadue capi di Stato e di governo dell’Alleanza atlantica aprono domani in Turchia un vertice bilaterale di due giorni incentrato sul raddoppio degli investimenti per la difesa, sui contratti industriali e sul sostegno a Kiev sotto la pressione del presidente statunitense Donald Trump.

nato (1)

Il rafforzamento del fronte occidentale e la ridefinizione dei bilanci della difesa sono i temi centrali del vertice della Nato che si apre domani ad Ankara, in Turchia. Per due giornate di lavoro, trentadue capi di Stato e di governo si confronteranno sull’incremento delle risorse finanziarie destinarie al comparto militare, su una maggiore cooperazione nel settore dell’industria bellica e sul varo di un nuovo pacchetto di aiuti economici e strategici a beneficio dell’Ucraina. La riunione formale avviene in un clima di forte pressione diplomatica esercitata dagli Stati Uniti, con l’amministrazione guidata da Donald Trump che esige dai partner europei e dal Canada un adempimento immediato degli impegni finanziari sottoscritti, ponendo i Paesi alleati di fronte alla necessità di bilanciare le esigenze di sicurezza collettiva con la tenuta dei rispettivi conti pubblici.

Alla vigilia dell’incontro istituzionale, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha confermato che i lavori si fonderanno sulle decisioni assunte nel precedente vertice dell’Aja, che prevedono l’innalzamento della spesa complessiva per la difesa fino al 5% del Prodotto interno lordo (Pil) entro il 2035. La quota stabilita si articola in due macro-aree: il 3,5% destinato alla difesa considerata “core”, ovvero agli investimenti strutturali e operativi di base, e il restante 1,5% riservato a capitoli di spesa connessi alla sicurezza, quali la cybersicurezza, il potenziamento delle infrastrutture e la mobilità militare. “Qui ad Ankara, mi aspetto che le nazioni presentino piani chiari, concreti e credibili per raggiungere quell’obiettivo del 5%. E i risultati che vediamo finora sono impressionanti”, ha dichiarato Rutte durante la conferenza stampa di presentazione del vertice, sottolineando la necessità di formalizzare tabelle di marcia vincolanti.

I nuovi equilibri finanziari dell’Alleanza

Il richiamo del segretario generale si inserisce in un quadro di progressivo riallineamento dei contributi economici tra le due sponde dell’Atlantico, volto a superare quella che lo stesso Rutte ha definito una relazione iniqua con Washington. Secondo i dati preliminari diffusi dalla leadership dell’Alleanza, che troveranno una sanzione ufficiale con la pubblicazione delle nuove stime statistiche proprio durante il summit, gli alleati europei e il Canada hanno registrato un incremento del 20% della spesa per la difesa di base nell’ultimo anno. Questo incremento si traduce, nel biennio compreso tra il 2025 e il 2026, in investimenti aggiuntivi pari a 258 miliardi di dollari complessivi. Attualmente, la spesa cumulata di questi Paesi per le voci di difesa e sicurezza si attesta già attorno al 4% del Pil, evidenziando una parziale accelerazione rispetto ai parametri storici del blocco occidentale.

La conformazione della mappa degli investimenti mostra tuttavia marcate asimmetrie geografiche e politiche tra i trentadue membri dell’organizzazione. In testa alla classifica per l’impegno finanziario si colloca la Polonia, che nel 2025 ha destinato alla difesa il 4,7% della propria economia nazionale, superando in termini relativi gli stessi Stati Uniti e l’Estonia, attestati entrambi al 3,4%. Elevati livelli di spesa si registrano anche in Lettonia, con il 3,2%, e in Grecia e Lituania, appaiate al 3,1%. Questi territori, posizionati in larga parte lungo il perimetro orientale della Nato, risultano i più vicini al conseguimento del target del 3,5% relativo alla spesa militare core. In una fascia intermedia si posizionano la Finlandia con il 2,5%, la Danimarca con il 2,4%, seguite da Regno Unito, Romania e Svezia al 2,3%, oltre a Norvegia e Ungheria al 2,2%, mentre Germania, Francia e Repubblica Ceca rimangono ferme al 2,1% del Pil.

La posizione italiana e le deroghe

All’estremità inferiore della graduatoria si trovano i Paesi fermi al 2% del Pil, la soglia minima concordata nel lontano 2014 e considerata ormai superata dai nuovi orientamenti strategici. Tra questi figurano l’Italia, il Belgio, il Canada, i Paesi Bassi, il Portogallo, la Croazia, la Slovacchia, la Slovenia, la Turchia, il Lussemburgo, l’Albania e la Bulgaria. Un caso specifico è rappresentato dalla Spagna, che nell’ultimo vertice ha ottenuto una formulazione negoziale ad hoc: Madrid ha sostenuto di poter soddisfare gli obiettivi di capacità militare assegnati dall’Alleanza attraverso un investimento limitato al 2,1% del Pil, evitando l’adeguamento formale al parametro complessivo del 5%.

La delegazione italiana, guidata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, si presenta ad Ankara evidenziando una quota di investimento in difesa e sicurezza pari al 2,8% del Pil, dato che riflette un incremento dello 0,71% rispetto alle rilevazioni precedenti. Tale avanzamento è tuttavia ascrivibile in misura prevalente alle voci di spesa collegate alla sicurezza interna e al controllo del territorio nazionale, piuttosto che al potenziamento delle capacità di difesa militare pura. Il Segretario generale della Nato ha espresso un riconoscimento pubblico per gli sforzi compiuti dalle capitali europee, associando l’evoluzione dei bilanci sia alla percezione della minaccia russa sia alle sollecitazioni politiche provenienti da Washington. “Se guardiamo all’anno scorso, hanno tutti raggiunto il 2%. Certo, è stato per via della Russia e dell’Ukraina, ma forse c’era anche una piccola parte del ‘fattore Trump’, e io lo lodo per questo”, ha osservato Rutte, richiamando l’attenzione sui ritardi strutturali di Roma, Madrid e Ottawa.

Sviluppi industriali e commesse belliche

Oltre alle implicazioni di natura strettamente macroeconomica e di bilancio, il vertice di Ankara si caratterizza per una spiccata dimensione industriale. A margine delle sessioni politiche ed esecutive dei capi di Stato, i lavori prevedono lo svolgimento di un forum dedicato alle imprese della filiera aerospaziale e della difesa. In questa sede, i Paesi membri dell’Alleanza formalizzeranno l’annuncio di nuovi contratti e commesse industriali per un valore stimato in decine di miliardi di dollari, finalizzati ad accrescere la capacità produttiva di munizionamento, sistemi d’arma e piattaforme tecnologiche integrate.

L’obiettivo strategico risiede nella creazione di una base industriale della difesa europea che sia maggiormente autonoma e interconnessa, capace di sostenere nel lungo periodo lo sforzo di approvvigionamento dei dispositivi nazionali e, contestualmente, di garantire i flussi di forniture logistiche verso il teatro di guerra ucraino. Per le cancellerie europee, in particolare per quelle caratterizzate da un elevato debito pubblico e da opinioni pubbliche interne tradizionalmente restie all’incremento delle spese militari, l’appuntamento in Turchia rappresenta un passaggio istituzionale complesso, dove le scadenze della sicurezza internazionale imposte dall’asse transatlantico devono trovare una difficile sintesi con i vincoli della finanza pubblica.