I repubblicani prendono le distanze da Trump, fiutano disastro a Usa 2020

I repubblicani prendono le distanze da Trump, fiutano disastro a Usa 2020
Donald Trump
12 ottobre 2020

Prime prese di distanza da Donald Trump nei ranghi del partito repubblicano, che teme il disastro elettorale il prossimo 3 novembre. Negli ultimi giorni hanno cominciato a fioccare le dichiarazioni critiche di esponenti repubblicani verso il presidente, un segnale di quanto siano cambiate le paure all’interno partito. Per quasi quattro anni i politici del Gop hanno temuto più di ogni altra cosa di incorrere nelle ire di Trump con gesti e parole che potesse considerare non abbastanza ossequiosi. Ora però – scrive il sito politico.com in una lunga analisi – il principale timore di molti è quello di non apparire abbastanza indipendenti dall’inquilino della Casa Bianca. Se non è una vera e propria rivolta, molti deputati e senatori si dimostrano infastiditi dalle prese di posizione eccessive del presidente, ma soprattutto dei suoi insuccessi in tema di lotta al coronavirus.

Tra gli esempi di ex entusiasti trumpiani oggi dubbiosi il senatore texano Ted Cruz, che si è detto “preoccupato” per il voto di novembre, che potrebbe tradursi in un “bagno di sangue di proporzioni da Watergate” per il partito. Gli fa buona compagnia il presidente del Senato Mitch McConnell, un uomo che a lungo ha retto il gioco di Trump anche nei momenti più controversi, e che la scorsa settimana ha confessato candidamente che non va alla Casa Bianca dal 6 agosto perchè è preoccupato per il lassismo delle misure anti-Covid-19 negli uffici del presidente. “La mia impressione è che il loro approccio alla gestione di questa cosa sia diverso dal mio e ho insistito che in Senato indossiamo mascherine pratichiamo il distanziamento sociale” ha detto. Il senatore Thom Tillis, il cui seggio in North Carolina è a rischio, ha detto che votare per lui dà una chance ai repubblicani di mantenere la maggioranza al Senato e di rappresentare “il miglior controllo per una presidenza Biden”. E ancora la senatrice Martha McSally, che è in svantaggio nella gara per il suo seggio dell’Arizona, ha rifiutato di dire in un dibattito con lo sfidante Mark Kelly se sia orgogliosa di sostenere Trump. “Beh, sono orgogliosa di combattere per i cittadini dell’Arizona su cose come il taglio delle tasse” ha risposto.

John Cornyn, senatore texano avanti nei sondaggi meno di quanto vorrebbe, ha detto che Trump non pratica l'”autodisciplina” nella lotta al coronavirus, e che i suoi tentativi prematuri di affermare che l’epidemia sta allentando la sua presa hanno creato “confusione” nell’opinione pubblica. Ci sono poi vari repubblicani che hanno criticato Trump per aver interrotto il negoziato con i democratici su un nuovo piano di rilancio economico. La senatrice del Maine Susan Collins l’ha addirittura definito “un grosso errore”, mentre Lindsey Graham, potente senatore della South Carolina molto vicino a Trump che rischia la poltrona come mai nella sua carriera, ha chiesto al presidente di tornare al tavolo. Cosa che Trump ha in effetti fatto.

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Insomma i tempi in cui mettersi contro Trump costava la carriera a questo o quel senatore o deputato repubblicano sembrano ormai lontani, anche perché Trump, nelle settimane finali della sua campagna, sembra più occupato ad arginare il caos alla Casa Bianca che a prendere misure punitive verso i non allineati. Così un numero crescente di repubblicani si fa da parte nelle occasioni pubbliche pur di non essere fotogtafato insieme a Trump, mentre anche le figure più vicine al presidente dicono che la questione coronavirus rappresenta una pesante incognita e che il partito, in chiave elettorale, farebbe meglio a concentrarsi sulla battaglia per la conferma alla Corte suprema della giudice ultraconservatrice Amy Coney Barrett.

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