Italiani nel Golfo, sistemi antimissile e basi Nato: tutte le mosse del governo nella crisi Iran

Con il voto parlamentare che autorizza l’invio di sistemi difensivi antiaerei e anti-drone, il governo italiano entra nella gestione concreta dell’emergenza mediorientale, mentre la premier dialoga con Macron e Zelensky e promette di salire in Parlamento la settimana prossima.

Italiani nel Golfo, sistemi antimissile e basi Nato: tutte le mosse del governo nella crisi Iran

Giorgia Meloni

La voce arriva prima della faccia. Giorgia Meloni si collega di buon mattino con Rtl 102.5 per dire ciò che le opposizioni avrebbero voluto ascoltare dai banchi del governo: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”. Un messaggio fortemente politico, consegnato via etere mentre Roma è già in movimento su più fronti, destinato a rassicurare un’opinione pubblica che guarda con crescente inquietudine all’escalation in Medio Oriente. La faccia, come da protocollo istituzionale, arriverà mercoledì prossimo, quando la premier salirà in Parlamento per le comunicazioni formali.

Una giornata densa di movimenti diplomatici

La giornata era iniziata la sera prima, con il confronto al Quirinale tra Meloni e il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Poche ore dopo l’intervista radiofonica, i ministri degli Esteri e della Difesa — Antonio Tajani e Guido Crosetto — si presentano a Camera e Senato per il passaggio parlamentare che fornisce la cornice legislativa all’invio nel Golfo Persico e a Cipro di assetti difensivi: sistemi di difesa aerea, anti-drone e anti-missilistici. Nel corso della giornata arrivano anche la telefonata con Emmanuel Macron, nella quale si “ribadisce il comune impegno” per quella regione, e poi quella con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Il filo che lega tutti questi movimenti è uno: “L’Italia, come Regno Unito, Francia e Germania, intende inviare aiuti ai paesi del Golfo”. Non solo per ragioni di alleanza, spiega Meloni, ma perché in quell’area si trovano “decine di migliaia di italiani, anche militari, che vogliamo e dobbiamo proteggere”.

Il nodo delle basi e il rischio escalation

In radio la premier affronta anche la questione che più agita il dibattito interno: l’utilizzo delle basi militari italiane in caso di operazioni belliche. Meloni ricorda che gli accordi vigenti — “che risalgono al 1954” — consentono l’uso per logistica e “operazioni non cinetiche, ovvero di non bombardamento”. Se dovessero arrivare richieste più estese, “ad oggi” assenti, la decisione spetterebbe al governo, ma la premier assicura che, in quel caso, intende coinvolgere le Camere.

Sul fronte delle conseguenze economiche, il governo si dice “preoccupato” per la “reazione scomposta” di Teheran, che “comporta il rischio di un’escalation dalle conseguenze totalmente imprevedibili”. Le ricadute sull’Italia riguardano soprattutto il costo dell’energia e i rischi di speculazione sulle materie prime alimentari. È, in sintesi, il quadro di una “crisi sempre più evidente del diritto internazionale” e “degli organismi multilaterali” che genera, secondo Meloni, “un mondo sempre più governato dal caos”.

Le opposizioni: “Parlamento usato a la carte”

La scelta della radio scatena le opposizioni. Che avrebbero preferito sentire quelle stesse parole in aula, non via etere. Le pressioni dei giorni precedenti ottengono tuttavia un risultato parziale: il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, annuncia la “disponibilità” della premier a presentarsi mercoledì. Le comunicazioni, però, verranno abbinate a quelle già previste in vista del Consiglio europeo del 19 marzo, estendendole anche alla crisi mediorientale.

Non basta a placare le polemiche. Per il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, si tratta di un uso “a la carte” dell’istituzione parlamentare. Il sospetto che agita il Partito Democratico è esplicito: accorpare i due appuntamenti nella settimana del referendum serve a evitare dibattiti in aula in un momento politicamente delicato. “È preoccupata non per il Paese, non per l’Iran, ma per il referendum”, accusa Boccia. Il governo non risponde. Mercoledì, dal banco del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni potrà farlo di persona.