L’Italia torna al nucleare dopo ventidue anni di immobilismo. E la verità è che questo immobilismo non è piovuto dal cielo: è stato costruito, coltivato, difeso spesso da politiche “sinistre”. Mentre l’Europa correva, mentre dodici Paesi UE consolidavano o ampliavano il proprio parco nucleare, mentre la Francia produceva da sola il 58,6% dell’energia atomica europea, l’Italia si è limitata a distribuire qualche pala eolica qua e là, spesso senza rete, senza accumulo, senza una strategia industriale degna di questo nome.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Paese che importa energia prodotta da centrali nucleari altrui, che paga il differenziale, che parla di transizione ecologica senza aver mai costruito le infrastrutture per sostenerla.
Ora il governo accelera sul “nucleare sostenibile” di nuova generazione. La prima centrale è prevista per il 2033-2034. La Camera ha già dato il via libera al disegno di legge delega. Il ministro Pichetto Fratin promette decreti legislativi entro fine anno. È una scelta politica netta, discutibile quanto si vuole, ma finalmente una scelta.
Ed è qui che emerge la contraddizione più evidente del dibattito italiano: chi per dieci anni non ha costruito alternative oggi denuncia tempi lunghi e costi elevati. Come se dieci anni non fossero già stati bruciati. Come se la transizione energetica fosse un esercizio retorico e non un processo industriale. Come se bastasse dire “rinnovabili” per far comparire reti, accumuli, impianti, autorizzazioni, investimenti.
L’Europa, intanto, ha fatto ciò che l’Italia non ha avuto il coraggio di fare: ha inserito il nucleare nella tassonomia green, riconoscendolo come fonte sostenibile. Ha investito in reattori di nuova generazione, in SMR, in ricerca. Ha scelto.
L’Italia no. L’Italia ha scelto di non scegliere. Ha rinunciato al nucleare nel 1987, lo ha ribocciato nel 2011, e nel frattempo non ha costruito un modello alternativo. Ha lasciato che la politica energetica diventasse un terreno di slogan, non di decisioni.
E oggi, davanti alla prospettiva di un ritorno all’atomo, si rispolvera il repertorio di sempre: “troppo costoso”, “troppo lento”, “troppo rischioso”. Come se l’inerzia fosse gratis. Come se la dipendenza energetica non avesse un costo. Come se il tempo non fosse già stato sprecato.
La verità è semplice e scomoda: se ogni opzione viene scartata perché imperfetta, l’Italia resterà per sempre ferma. E i tempi lunghi non finiranno mai, perché non si comincia mai.
