Meloni tende la mano sull’Iran, ma le opposizioni voltano le spalle all’unità nazionale

La presidente del Consiglio propone martedì un tavolo permanente di confronto sulla crisi mediorientale, offrendo alle minoranze un ruolo istituzionale condiviso; Conte e Bonelli rifiutano senza esitazione, il Pd temporeggia e scarica la responsabilità sul Parlamento, lasciando il paese senza una voce comune in un momento di emergenza.

Riccardo Magi, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Nicola Fratoianni

Riccardo Magi, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Nicola Fratoianni

La premier apre, l’opposizione chiude. Giorgia Meloni offre un tavolo istituzionale nel mezzo di una crisi internazionale; Giuseppe Conte e Angelo Bonelli declinano con sufficienza, il Pd si trincera dietro le procedure. Alla fine restano solo le telefonate individuali: il minimo sindacale di un confronto che le minoranze non hanno voluto.

L’iniziativa nasce sull’onda dell’attacco subìto martedì sera dai militari italiani in missione a Erbil, nel Kurdistan iracheno, che ha innalzato il livello di allerta al governo. La presidente del Consiglio — un giorno dopo il suo appello alla coesione in Senato, già naufragato tra rinfacci e accuse incrociate — torna alla carica con una proposta operativa: un tavolo a Palazzo Chigi per “affrontare questa stagione confrontandomi con le opposizioni tutte le volte che sarà necessario, anche per le vie brevi”. Il giro di telefonate si chiude nel tardo pomeriggio con Riccardo Magi di Più Europa, a margine di un comizio sul referendum al Teatro Parenti di Milano.

Conte pone il veto, Avs si allinea

Il muro arriva da Giuseppe Conte. Il leader del M5s aveva già espresso la propria contrarietà il giorno prima; martedì la ribadisce pubblicamente senza sfumature: “Ci possono essere scambi di informazione ai vari livelli. Però permettetemi anche di dire: passerelle a Chigi — finte passerelle — le abbiamo già fatte”. È una chiusura senza appello. Angelo Bonelli, per Verdi e Sinistra, porta la stessa risposta.

Il ragionamento di Meloni è consequenziale: senza la volontà unanime a sedersi, un tavolo istituzionale non può aprirsi. Il no di Conte diventa così la giustificazione formale per archiviare la proposta nella forma più ambiziosa.

Il Pd gioca in difesa

Più articolata — e più significativa sul piano politico — la posizione del Partito Democratico. Il partito non è compatto: Paolo Gentiloni aveva già sollecitato venerdì scorso una “iniziativa bipartisan sull’Iran”, posizione condivisa da Lorenzo Guerini. Pina Picierno ha chiesto esplicitamente che “governo e opposizione si incontrino urgentemente, uscendo da una campagna elettorale permanente fatta di polarizzazione e attacchi”. Filippo Sensi ha scritto su X: “Se c’è un varco va tenuto aperto, se c’è un tavolo — serio — si dialoga, nelle differenze”.

Eppure la segretaria Elly Schlein, in aula lunedì, aveva tenuto una posizione interlocutoria senza sbilanciarsi: “Saremo sempre disponibili al confronto, presidente, a fare le nostre proposte come le accise mobili. Ma non chiedete di votare una risoluzione”. Il Pd si trova in una posizione scomoda: sospetta il bluff, ma non può rifiutare a priori il confronto su una crisi di sicurezza nazionale.

La via d’uscita è la stessa di sempre — rimandare tutto al Parlamento, chiedere che la premier “torni in aula” prima di qualunque altra sede. Di fronte al no di M5s e Avs, anche i centristi — gli unici ad aver dato disponibilità piena — hanno convergito sulla soluzione minima: aggiornamenti telefonici. Poi si vedrà.

Sul referendum, toni da scontro

Il canale tenuto aperto sulla crisi iraniana non addolcisce i toni su altri fronti. Alla prima uscita pubblica della giornata, all’evento di Fratelli d’Italia a Milano, Meloni sceglie il registro dell’attacco diretto contro i sostenitori del No al referendum sulla separazione delle carriere: “Oggi c’è il controllo della politica sulla magistratura, e la riforma serve anche a eliminare quel controllo. Per questo molti sostenitori del No non dicono la verità, perché loro vogliono controllare la magistratura, per questo difendono lo status quo con le unghie e con i denti”.

In mattinata, rispondendo a un intervento radiofonico di Schlein — che aveva sottolineato come l’appello alla coesione fosse “arrivato in ritardo e durato poco” — la premier aveva invece scelto un registro più sobrio: “Il mio è stato un appello al dialogo sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali. I toni che io ho utilizzato nella replica, invece, sono rimasti rispettosi”. E aveva concluso: “Nessuna clava, nessuna mancanza di rispetto, nessun insulto. A dimostrazione di quello che dico il mio invito restava valido”.

Due registri distinti, dunque, nello stesso giorno. La crisi internazionale chiama al dialogo; la campagna referendaria chiama allo scontro. Entrambi coesistono senza contraddirsi, nella logica di una stagione politica in cui le emergenze non sospendono mai la competizione.