Tinto Brass è morto a Roma a 93 anni, dopo una lunga malattia: la moglie Caterina Varzi e i figli ne hanno dato notizia, chiudendo una carriera che ha portato l’erotismo nel confronto con la censura.
La famiglia ha previsto esequie strettamente private. Brass è morto ieri intorno alle 10.30. La sua filmografia, dagli esordi sperimentali ai successi degli anni Ottanta e Novanta, ha attraversato generi diversi e ha fatto della libertà espressiva uno dei temi ricorrenti.
La notizia arriva dopo un nuovo riconoscimento a Venezia. Nel 2026 il Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani gli ha assegnato il Premio Pietro Bianchi; alla Mostra è stata inoltre presentata la versione restaurata in 4K di Col cuore in gola, il film del 1967.
Milano, Venezia e la famiglia
Giovanni Brass nacque a Milano il 26 marzo 1933 e crebbe a Venezia, città alla quale sarebbe rimasto legato per tutta la vita. Il nonno, il pittore e scenografo Italico Brass, gli diede il soprannome di Tintoretto, poi abbreviato in Tinto. Il nome d’arte avrebbe accompagnato un autore che si sarebbe mosso tra cinema d’autore, sperimentazione e opere destinate a un pubblico più ampio.
La formazione familiare accostò l’educazione rigorosa del padre allo spirito anticonformista del nonno. Brass avrebbe richiamato spesso quella tensione nel proprio lavoro: l’interesse per le regole e per le istituzioni si accompagnava alla volontà di metterle alla prova. Nel suo cinema, la provocazione non si limitò ai temi sessuali, ma investì anche il potere, la morale e le convenzioni sociali.
Parigi e la formazione cinematografica
Dopo la laurea in giurisprudenza all’Università di Padova, nel 1957 Brass si trasferì a Parigi. Lavorò come archivista alla Cinémathèque Française, dove entrò in contatto con il fermento della Nouvelle Vague. L’esperienza lo avvicinò a un’idea di cinema fondata sulla ricerca formale e sulla possibilità di rompere le strutture narrative più convenzionali.
Rientrato in Italia, lavorò come aiuto regista con Alberto Cavalcanti, Joris Ivens e Roberto Rossellini. Il percorso professionale si intrecciò presto con quello di Carla Cipriani, sposata nel 1957. Cipriani collaborò con lui come co-sceneggiatrice e segretaria di edizione in numerosi film. Il loro matrimonio durò oltre quarant’anni, fino alla morte di lei nel 2006.
Esordio tra censura e autonomia
Brass debuttò alla regia nel 1963 con Chi lavora è perduto, girato a Venezia. Il film segue il disagio di un giovane che non trova posto nella società e adotta una forma narrativa libera, vicina alle sperimentazioni francesi. Il progetto incontrò subito la censura, che chiese modifiche ai contenuti. Brass cambiò il titolo originario, In capo al mondo, ma non intervenne sul film.
Nel 1964 diresse due episodi di La mia signora, con Silvana Mangano e Alberto Sordi. Nei lavori successivi si allontanò progressivamente dalla commedia e dal dramma tradizionale, concentrandosi sui personaggi ai margini e sulle contraddizioni del presente. Il confronto con la censura e con la magistratura tornò più volte nella sua carriera, seguendo la circolazione delle opere e il modo in cui venivano classificate.
Una macchina da presa inquieta
Con Col cuore in gola (1967), Brass realizzò un thriller pop costruito attorno a montaggio rapido e immagini grafiche, con la consulenza di Guido Crepax. Interpretato da Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin, il film è ambientato a Londra e segue l’incontro tra un attore e una giovane donna trovata in stato di choc accanto a un cadavere. La storia, liberamente ispirata a un romanzo di Sergio Donati, mostra già la sua inclinazione a mescolare i codici del genere con soluzioni visive personali.
Nel 1969 girò L’urlo, opera di impronta surrealista che porta la contestazione dentro una forma narrativa frammentata. Osteggiato dalla censura, il film arrivò comunque al confronto con la critica internazionale e fu candidato all’Orso d’oro a Berlino nel 1970. In questa fase Brass passò dal thriller al film politico e sperimentale, senza abbandonare l’attenzione per la costruzione dell’immagine.
Potere, produzione, montaggio
Il successo di Salon Kitty, uscito nel 1976, segnò una svolta. Il film mette in relazione sessualità e potere nel contesto della Germania nazista e attirò l’attenzione di Bob Guccione, fondatore della rivista Penthouse. Fu Guccione ad affidare a Brass la regia di Caligola, progetto su cui il regista lavorò dal 1976.
La lavorazione si trasformò in una disputa sul controllo dell’opera. La versione arrivata nelle sale incorporò interventi e scene girate senza il controllo di Brass; il regista contestò il montaggio e finì per rinnegare il risultato. Le diverse edizioni del film hanno mantenuto aperta la discussione su quale fosse la visione originaria del progetto. La scheda del Torino Film Festival e quella della Cinémathèque Française ricostruiscono le tensioni tra regista, produzione e montaggio.
Anni Ottanta, nuovi volti
Negli anni Ottanta Brass consolidò il proprio ruolo nel cinema erotico italiano. Con La chiave (1983), tratto dal romanzo di Jun’ichirō Tanizaki, offrì a Stefania Sandrelli un’occasione di rilancio sul grande schermo. Il film portò al centro il desiderio coniugale e la distanza tra ciò che i personaggi mostrano e ciò che scrivono o nascondono.
A Miranda (1985), con Serena Grandi, seguirono Capriccio (1987), con Francesca Dellera, e Paprika (1991), con Debora Caprioglio. Nel decennio successivo diresse Claudia Koll in Così fan tutte (1992) e Anna Ammirati in Monella (1998). I film contribuirono a definire un immaginario riconoscibile e a rendere alcune delle interpreti associate a Brass figure note al pubblico del cinema italiano.
Desiderio, ironia, forme visive
Nelle opere di Brass l’erotismo convive con l’ironia e con una messa in scena esplicita, spesso costruita attraverso colori, oggetti e ambienti. Non era soltanto un tema: determinava il modo in cui la macchina da presa osservava i personaggi e organizzava il racconto. Questa scelta lo portò a misurarsi con i limiti della censura e con i confini tra cinema d’autore e prodotti destinati al mercato popolare.
Negli anni Novanta e Duemila tornò su questi elementi con Fermo posta Tinto Brass, Monella, Senso ’45 e Fallo!. In Senso ’45 riprese la novella di Camillo Boito; con il film a episodi Fallo! proseguì un percorso che metteva il desiderio nella vita quotidiana dei personaggi. Il suo cinema continuò a dividere le letture: per alcuni spettatori era una sfida ai codici morali, per altri un’esplorazione del rapporto tra corpi, sguardo e rappresentazione.
Teatro, adattamenti, ritorni
Accanto ai film, Brass lavorò per il teatro. Diresse Pranzo di famiglia di Roberto Lerici, L’uomo di sabbia di Riccardo Reim e Lulu di Frank Wedekind. Il palcoscenico gli offrì un altro spazio per mettere alla prova testi e personaggi, mantenendo l’attenzione per la provocazione e per le convenzioni che regolano la rappresentazione.
Nel 2009 tornò al mito di Don Giovanni con una rilettura ambientata nella Venezia del 1930. Nello stesso anno presentò alla Mostra di Venezia Hotel Courbet, un cortometraggio di 18 minuti dedicato al pittore Gustave Courbet. Questi progetti prolungarono il legame con una città che era stata insieme luogo di formazione, ambientazione e riferimento biografico.
Premio, restauro, memoria pubblica
La Cinémathèque Française gli dedicò nel gennaio 2002 la retrospettiva Éloge de la chair, riconoscendo il ruolo della sperimentazione nella sua filmografia. Nel 2026 il Premio Pietro Bianchi ha richiamato quella stessa dimensione: la motivazione lo ha definito «maestro di un cinema radicalmente libero, visionario e anticipatore», sottolineando la contaminazione tra cinema d’autore e ricerca formale.
Alla Mostra di Venezia è stata presentata anche la versione restaurata in 4K di Col cuore in gola. Brass non era presente e la moglie ha letto un suo messaggio, nel quale richiamava ricerca estetica, sperimentazione e libertà. Il film del 1967 ha così riportato l’attenzione su una fase precedente al successo dei titoli erotici, quando la sua ricerca passava già per il montaggio e la rottura delle convenzioni narrative.
La morte chiude una carriera di oltre sessant’anni, ma lascia una filmografia che attraversa più stagioni del cinema italiano. Dai primi esperimenti veneziani a Caligola, dai film con Sandrelli e Grandi alle opere degli anni Duemila, Brass ha cambiato registro senza rinunciare alla centralità dello sguardo e al confronto con ciò che la società considera rappresentabile. Le sue immagini continueranno a essere lette attraverso la doppia eredità di autore e provocatore.

