Nessuna pietà per i braccianti che hanno smesso di dire “sì, capo”: il rogo è la loro ultima busta paga
Ullah, Waseem, Amin e Safi condividevano una stanza con materassi a terra e il sogno di aiutare le famiglie lontane. I loro aguzzini pretendevano anche il costo del trasporto: cinque euro a testa. La procura di Castrovillari non esclude uno scontro tra gruppi per il controllo dello sfruttamento. Le opposizioni in Senato parlano di “complicità politica”.
Avevano diciannove anni il più giovane, ventinove il più anziano. Un’età in cui si pensa al futuro, non a una morte da “torcia umana” dentro un pulmino parcheggiato lungo la statale 106.
Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad – tre afgani e un pakistano – sono stati uccisi perché hanno smesso di chinare la testa. Volevano essere pagati per le fragole raccolte nelle campagne della Sibaritide. Invece i caporali Safeer Ahmed e Ali Raza, loro connazionali, li hanno rinchiusi nel veicolo, cosparsi di benzina e dati alle fiamme con un accendino. Omicidio plurimo e pluriaggravato: il giudice ha convalidato i fermi.
Un superstite e il racconto dei soprusi

Mohammad Taj Alamyar, trentacinquenne afgano, è l’unico che ce l’ha fatta. Fuggito dall’abitacolo in fiamme, ha riportato ustioni a braccia e mani. Martedì, davanti agli inquirenti, ha usato una parola precisa per descrivere quei secondi: “inferno”. Ma prima dell’inferno della stazione di servizio, c’era stato quello quotidiano dei campi. Lui e gli altri quattro condividevano una casa a Villapiana, materassi per terra, un cucinino, l’affitto spartito con altri cinque “invisibili”.
Ricevevano alloggio e cibo, ma per il lavoro – giornate intere sotto il sole a raccogliere frutta – non vedevano un euro. I caporali, ha detto Alamyar, esigevano anche cinque euro a testa per il trasporto fino ai campi. La ribellione è nata così: hanno alzato la testa, chiesto quel poco che gli spettava. Poi il diverbio, l’inseguimento, il blocco sulla 106 tra Amendolara e Roseto Capo Spulico. Meno di un minuto per trasformare quattro vite in corpi carbonizzati.
La prudenza del procuratore e il contesto criminale
“Il caporalato è una delle piste, ma non l’unica”. Il procuratore di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, in conferenza stampa ha tenuto aperto il ventaglio delle ipotesi. Tra queste, anche un possibile scontro tra gruppi per il controllo della manodopera stagionale in un’area dove il fenomeno è endemico.
“Sul contesto stiamo ancora indagando”, ha precisato D’Alessio. Il quadro indiziario finora ha consentito di identificare gli esecutori materiali. Ma resta da capire se dietro i due pakistani ci siano protezioni più vaste. Le vittime, ha aggiunto il procuratore, erano in Italia da anni, con permessi regolari e senza precedenti penali. Lavoratori “regolari” nello sfruttamento: una contraddizione che il sistema del caporalato rende possibile.
La politica tra condanne e responsabilità storiche
Giorgia Meloni su X parla di “orrore” e assicura che “l’Italia non arretra davanti alla violenza e alla barbarie”. La Comunità di Sant’Egidio usa termini più netti: “frutto di un caporalato spietato, gestito da oscure mafie locali, anche attraverso mani straniere”.
In Senato le opposizioni – M5S, Pd, Avs, Iv – chiedono un’informativa urgente ai ministri Piantedosi, Lollobrigida e Calderone. La senatrice pentastellata Concetta Damante parla di “complicità politica” per aver reso questi soggetti “invisibili”. Il dem Nicola Irto cita il nuovo segretario di Futuro nazionale («chi importa il terzo mondo diventa terzo mondo») e chiede alla maggioranza di prendere le distanze. Un minuto di silenzio in Aula. Poi si riprende a discutere.
Numeri, inchieste e un sistema che si ripete
Secondo i ricercatori del Cnr-Ismed, in Calabria tra le undicimila e le dodicimila unità di manodopera agricola lavorano in condizione di irregolarità. Nella provincia di Cosenza l’area più calda è proprio quella della piana di Sibari, tra Corigliano, Rossano, Cassano Jonico e Trebisacce. Lì si raccolgono fragole, agrumi, ortaggi. Lì il caporalato assume forme “sempre più sofisticate”, come scrivono Giovanni Ferrarese e Donato Di Sanzo.
Contratti formalmente regolari nascondono cottimo e orari selvaggi. Il lavoro nero, quando non c’è nemmeno la finzione di un foglio firmato, significa sfruttamento estremo, spesso alimentato dall’assenza di alternative e dal bisogno di sopravvivere. Libera, in una nota, ricorda che la Calabria è tra le prime regioni per inchieste su questo fenomeno: trentasei, almeno, negli ultimi anni. E cita il caso di Satnam Singh, il bracciante indiano lasciato morire senza soccorsi nelle campagne di Latina due anni fa. Un precedente che non ha fermato la catena.
Pierpaolo Bombardieri, segretario generale della Uil, non ha dubbi: «Pensiamo che lì si possa parlare di tratta degli schiavi. Voi siete calabresi come me, pensate veramente che due persone che vengono da fuori Italia possano gestire il caporalato in un paese senza la copertura della mafia?». Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, definisce i due arrestati non imprenditori ma “banditi”. Annuncio: “Ci impegneremo con la collega Calderone e con il governo a continuare a lavorare, in sintonia con le forze sindacali”. Parole che i familiari di Ullah, Waseem, Amin e Safi, nei loro Paesi d’origine, probabilmente non sentiranno mai. E nemmeno i loro quattro corpi, ridotti in cenere su una strada statale, nel silenzio di una notte di giugno.
