Raid su Kharg, Trump rilancia: “Teheran è sconfitta, ora tocca alle potenze mondiali difendere Hormuz”

Dopo l’attacco americano all’isola-snodo dell’export di greggio iraniano al quindicesimo giorno di guerra, il presidente degli Stati Uniti chiama le nazioni dipendenti dal passaggio strategico a farsi carico collettivamente della sua riapertura, delineando un nuovo schema di responsabilità internazionale sulla crisi energetica.

Donald Trump

Donald Trump

Al quindicesimo giorno di guerra, gli Stati Uniti portano il conflitto sull’isola di Kharg, nello Stretto del Golfo Persico, e trasformano l’energia in arma diplomatica. Donald Trump annuncia di aver “azzerato gli obiettivi militari” dell’isola — senza toccare, per ora, le infrastrutture petrolifere — e lancia l’ultimatum a Teheran: liberate lo stretto di Hormuz o le raffinerie saranno il prossimo bersaglio. Sullo sfondo, Israele bombarda tre città iraniane e pianifica un’invasione di terra in Libano, mentre Hamas chiede a Teheran di fermare gli attacchi ai Paesi del Golfo.

Kharg, il rubinetto del petrolio iraniano

Da Kharg transita la quota principale dell’export petrolifero della Repubblica Islamica, con una fetta rilevante destinata al mercato cinese. Colpire l’isola — anche solo nei siti a uso militare — equivale a un messaggio simultaneo a Teheran e a Pechino: Washington è disposta ad alzare il tiro. La distinzione fra obiettivi militari e infrastrutture energetiche è, in questo contesto, deliberatamente calibrata. Trump preserva le raffinerie per conservare la minaccia: la loro distruzione resta sul tavolo come leva negoziale, non come fatto compiuto.

La logica del raid è lineare. L’Iran tiene chiuso lo stretto di Hormuz, snodo attraverso cui transitano milioni di barili al giorno destinati a Europa, Asia e mercati globali. Ogni giorno di chiusura è un costo politico ed economico per decine di Paesi. Washington vuole forzare la riapertura, e Kharg è il punto di pressione più diretto disponibile.

Le parole di Trump: “L’Iran è morto”

Poche ore dopo il blitz, il presidente americano affida al suo social Truth una serie di dichiarazioni che tracciano la postura politica dell’operazione. “L’Iran è totalmente sconfitto e vuole un accordo ma io no”, scrive. Poi aggiunge: “L’Iran è morto proprio come i suoi piani di distruggere Israele”. La retorica è quella dell’iperbole trionfale — un registro ricorrente — ma il messaggio operativo è preciso: nessuna trattativa alle condizioni di Teheran, la pressione continua.

In serata Trump allarga l’orizzonte su Truth, invocando un impegno collettivo dei Paesi dipendenti da Hormuz: “I Paesi del mondo che ricevono petrolio attraverso lo Stretto devono occuparsi di quel passaggio.” Annuncia che Washington si coordinerà con questi Stati affinché “tutto proceda rapidamente, senza intoppi e con successo”, e inquadra l’operazione come fondamento di “una pace duratura”. La struttura retorica sposta il peso politico sugli alleati: gli Stati Uniti hanno fatto la parte militare, ora tocchi agli altri garantire la navigabilità dello stretto.

Israele, il Libano e i raid sulle città iraniane

Il teatro di guerra non si esaurisce nell’asse Washington-Teheran. Secondo quanto riportato da Axios, Israele sta pianificando una grande invasione di terra in Libano. Un funzionario israeliano, rimasto anonimo, sintetizza così l’intenzione: “Faremo quello che abbiamo fatto a Gaza.” La frase è al tempo stesso una minaccia militare e una dichiarazione di metodo.

Tel Aviv nel frattempo intensifica i bombardamenti in Iran, con attacchi concentrati sulle città di Tabriz, Sirjan e Urmia — centri industriali e infrastrutturali nel nord e nel sud-ovest del Paese. L’escalation israeliana procede in parallelo con quella americana, sebbene con obiettivi parzialmente distinti: Tel Aviv punta a degradare la capacità militare e missilistica di Teheran, Washington a esercitare una leva energetica ed economica.

Hamas chiede moderazione, Teheran stretta fra pressioni

In questo quadro si inserisce la posizione di Hamas, che esorta l’Iran a mettere fine agli attacchi contro i Paesi del Golfo e della regione. Il movimento palestinese mantiene formalmente il riconoscimento del diritto di Teheran a difendersi da Israele e dagli Stati Uniti, ma la richiesta di cessare le ostilità verso i vicini arabi segnala una frizione interna al fronte anti-israeliano: l’Iran rischia di alienarsi gli stessi attori regionali che dovrebbero costituire la sua rete di supporto. La guerra, al quindicesimo giorno, non ha ancora trovato il suo punto di equilibrio.