Ieri la Casa Bianca ha sospeso le misure più severe previste dalla legge intitolata a Lindsey Graham contro l’export energetico russo. Il continente ha già risposto con un pacchetto proprio, ma senza la sponda americana il suo raggio d’azione resta limitato.
Lo strappo consumato in una settimana
La sequenza è ravvicinata. Venerdì 9 ottobre Trump ha annunciato un accordo con Putin per forniture di diesel russo a scaglioni, per un totale di circa 4,8 milioni di tonnellate. Per facilitare l’intesa Washington ha emesso un’ampia deroga sul diesel russo valida fino ad aprile 2027, e la reazione di Kiev e degli alleati è stata di allarme. Domenica 11 Trump ha dichiarato un “cessate il fuoco energetico” tra Russia e Ucraina. Lunedì i ministri degli Esteri europei si sono riuniti a Lussemburgo. Ieri è arrivato l’ordine esecutivo. Il testo non cancella le sanzioni già imposte a Mosca, ma lascia all’amministrazione un margine molto più ampio su quali mantenere, senza i vincoli della legge.
La replica dei Ventisette
Bruxelles ha scelto di non attendere. I ministri hanno approvato quasi 1.600 nuove designazioni, in prevalenza contro il complesso militare-industriale russo, la maggiore espansione dell’elenco da inizio guerra. Nella lista figurano anche 77 persone coinvolte nell’organizzazione delle elezioni della Duma nei territori ucraini occupati. Kallas ha precisato che il Regno Unito è già allineato all’Ue e ha chiesto a Washington di seguirlo, indicando proprio la legge Graham. Il ministro estone Tsahkna ha tracciato la linea politica. Gli europei devono restare saldi, aumentare il sostegno usando i beni congelati e intensificare la pressione su Mosca, qualunque cosa faccia Washington.
Un’alleanza sotto stress
Il danno è soprattutto politico. Kallas ha dichiarato che l’approccio alla guerra è ormai diverso e che bisogna fare pressione sull’aggressore, non sulla vittima. La premier danese Mette Frederiksen ha espresso rammarico perché l’accordo peggiora i rapporti con Washington. Il quadro è reso più teso dalle parole del presidente americano. Trump ha detto che l’Ucraina dovrebbe avere un nuovo leader capace di fare un accordo. Zelensky ha definito debole la decisione sul diesel, mentre la tregua energetica si è scontrata con i fatti. Mosca ha rivendicato attacchi contro quattro centrali elettriche a Kiev e dintorni e altre due a Kharkiv.
Washington divisa, Congresso in campo
Anche negli Stati Uniti il fronte non è compatto. Sette senatori, quattro dei quali repubblicani, hanno definito illegale l’accordo sul diesel. Richard Blumenthal, democratico del Connecticut e tra gli autori della legge, ha denunciato che le deroghe a favore dell’export energetico russo non hanno scadenza. È su questa frattura che gli europei costruiscono la propria strategia. Secondo la stampa catalana, la mossa sui carburanti punta ad abbassare i prezzi a un mese dal voto di metà mandato. Il Congresso, che ha approvato la Graham con maggioranze ampie, resta l’interlocutore naturale di Bruxelles. L’esito delle urne di novembre peserà sul margine di manovra della Casa Bianca.
Le scelte che attendono Bruxelles
Tre nodi restano aperti. Il primo riguarda i beni russi congelati: usarli significa affrontare le questioni giuridiche e finanziarie che finora hanno frenato gli Stati membri. Il secondo è il finanziamento di Kiev, che senza la pressione americana sull’energia ricade più pesantemente sui bilanci europei. Il terzo è la tenuta politica dei Ventisette, chiamati a muoversi insieme senza il moltiplicatore dei dazi secondari. Il vertice dei leader ha inoltre messo all’ordine del giorno una risposta alle azioni ibride russe, tra droni, sabotaggi, attacchi informatici e disinformazione.
Il continente non è senza strumenti, ma deve decidere se agire come attore autonomo o attendere le mosse altrui. La finestra aperta dall’ordine esecutivo non ha scadenza, e in questo l’Europa ha poco tempo per trasformare le dichiarazioni in capacità reale.

