Ucraina, risoluzione unitaria affondata: nel centrosinistra è sempre guerra tra Schlein e Conte
Il mancato accordo tra Pd e M5s racconta qualcosa di più strutturale: una competizione aperta per la guida del campo largo. L’opposizione unita contro Meloni è ancora uno slogan
Giuseppe Conte e Elly Schlein
Non è solo una questione di virgole o di sfumature diplomatiche. Il mancato accordo sulla risoluzione unitaria tra Pd e M5s racconta qualcosa di più strutturale: una competizione aperta per la guida del campo largo, che affiora con chiarezza alla vigilia del confronto parlamentare con Giorgia Meloni. Oggi, con ogni probabilità, ciascun partito presenterà il proprio documento. L’unità resterà un’aspirazione.
La frattura sul nodo ucraino
Il punto di rottura è preciso e circoscritto. Il M5s ha presentato una bozza di risoluzione che affrontava l’intera agenda di politica estera — Iran compreso — inserendo sull’Ucraina un passaggio deliberatamente generico. Nessun riferimento agli aiuti militari a Kiev. Solo un appello al “protagonismo dell’Unione europea” per favorire una “svolta negoziale”. Una formula costruita, nelle intenzioni di Conte, per non costringere nessuno a rinnegare le proprie posizioni precedenti: il Pd continua a sostenere l’invio di armi, il M5s no. Un testo vago, nella logica pentastellata, era l’unico terreno praticabile.
Per i democratici, invece, quella vaghezza era inaccettabile. La minoranza interna ha fatto sentire il proprio peso, e il messaggio è arrivato con nettezza alla segretaria Elly Schlein: nessun passo indietro sul sostegno a Kiev. Schlein, del resto, non ha mai modificato la propria posizione su questo punto. La risposta è stata una controproposta: risoluzione unitaria delle opposizioni limitata all’Iran — allargata anche a Italia Viva, Azione e Più Europa, assenti dalla firma della settimana precedente — e poi, separatamente, ogni partito libero di depositare un secondo documento con la propria linea sull’Ucraina.
Conte dice no, la coalizione si frammenta
A quel punto è arrivato il veto di Giuseppe Conte. Il leader del M5s ha respinto la soluzione dei documenti separati, rivendicando la necessità di un testo unico e complessivo. L’argomento usato è stato, in apparenza, di natura politica: anche Meloni ha trattato tutti i dossier insieme; l’opposizione deve rispondere con una voce sola, capace di contrapporre la propria coerenza alle divisioni del centrodestra. Un ragionamento che, letto in filigrana, rivela però anche un calcolo di posizionamento.
“Le cose stanno così, è nelle cose. Ognuno fa la sua partita”, commenta un parlamentare della coalizione, sintetizzando con pragmatismo ciò che nelle trattative non si dice apertamente. La competizione tra Pd e M5s per intestarsi la guida del campo largo è reale, e ogni passaggio — compresa la scelta di firmare o non firmare una risoluzione comune — viene misurato in questa ottica. “I due si marcano a vista”, osserva un altro esponente del fronte progressista.
Il risultato concreto è che oggi in aula il centrosinistra si presenterà frammentato. Sull’Iran, tema su cui l’accordo era già consolidato dalla risoluzione unitaria Pd-M5s-Avs della settimana scorsa, potrebbe esserci ancora la possibilità di un voto incrociato tra le forze di opposizione. Sul resto, ciascuno andrà per conto proprio. Non è un fallimento episodico. È la fotografia di una coalizione che esiste come somma aritmetica, ma fatica ancora a darsi una grammatica comune.
