Tagliola in commissione sul decreto sicurezza: 896 emendamenti azzerati, testo blindato verso l’aula

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Camera dei Deputati

Il decreto sicurezza cambia rotta nell’arco di poche ore. Dopo lo stop di Sergio Mattarella alla norma che riconosceva 615 euro agli avvocati per i rimpatri volontari dei migranti, il governo ha abbandonato l’ipotesi emendativa e ha scelto la via della fiducia a Montecitorio, con l’impegno a correggere la disposizione contestata attraverso un decreto ad hoc successivo all’entrata in vigore. I presidenti delle commissioni riunite hanno fatto scattare la tagliola, azzerando l’esame di 896 emendamenti rimasti. Il provvedimento approda in aula domani mattina, senza relatore.

La tagliola in commissione

La decisione è arrivata a seduta ancora aperta nelle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera. I rispettivi presidenti hanno interrotto l’esame degli emendamenti senza attenderne la votazione integrale: ne restavano da esaminare 896. La scelta è stata dettata dall’aritmetica del calendario: con la scadenza del decreto fissata al 25 aprile, qualsiasi modifica al testo avrebbe imposto un terzo passaggio al Senato, comprimendo i margini temporali fino all’inverosimile. La maggioranza ha preferito non rischiare la decadenza del provvedimento e ha scelto la strada del testo blindato, da chiudere con la questione di fiducia a Montecitorio.

L’aula della Camera riceverà domani mattina un decreto privo di relatore: circostanza che segnala, senza necessità di ulteriori commenti, la velocità e la disordinata traiettoria con cui il provvedimento ha concluso la fase istruttoria. Non è una formalità: l’assenza del relatore è il residuo visibile di una giornata in cui il governo ha dovuto cambiare posizione più volte nel giro di poche ore.

La norma contestata resta in vigore

Il punto politico più delicato è che la disposizione oggetto delle contestazioni – il compenso di 615 euro agli avvocati i cui assistiti scelgono il rimpatrio volontario – non sarà eliminata prima della conversione. Entrerà in vigore con il testo originario. La soluzione individuata dal governo, dopo l’alt del Quirinale, è quella di attendere l’entrata in vigore del decreto e intervenire subito dopo con un provvedimento separato, un decreto ad hoc destinato ad abrogare o modificare la norma incriminata.

Si tratta, nella sostanza, della proposta che il sottosegretario Alfredo Mantovano aveva avanzato al Colle nel pomeriggio e che il Quirinale aveva inizialmente respinto: la differenza, ora, è che non si parla più di un ordine del giorno – strumento puramente politico, privo di efficacia normativa – ma di un impegno a legiferare in tempi brevi con uno strumento vincolante. Se il Quirinale abbia accettato questa nuova formulazione, o si sia limitato a non opporsi ulteriormente, non è stato chiarito in via ufficiale.

Il Quirinale e i limiti dell’intervento

La giornata aveva preso una piega istituzionalmente rilevante nel pomeriggio, quando Mantovano era salito al Colle per un incontro diretto con Mattarella. Il capo dello Stato aveva già segnalato durante l’esame al Senato i “profili di palese incostituzionalità” della norma sui compensi. Fonti parlamentari avevano riferito di un presidente della Repubblica molto contrariato, con una valutazione sintetica e netta: “Così non va”.

L’ipotesi della mancata controfirma – strumento che Mattarella non adopera con frequenza ma che in questo caso era evocata con concretezza nei corridoi parlamentari – aveva impresso una brusca accelerazione alle valutazioni del governo. La strada dell’emendamento correttivo in commissione era sembrata per alcune ore la soluzione più praticabile; poi è emersa l’impossibilità di rispettare i tempi anche con quella via, e la scelta è caduta sul testo invariato con decreto correttivo posticipato.

Fiducia, calendario e margini inesistenti

Con il decreto in aula domani mattina, la posizione della questione di fiducia è attesa in mattinata. Il voto finale a Montecitorio dovrebbe chiudersi nel corso della giornata, lasciando al Senato il compito di ratificare la conversione entro il 25 aprile. I margini sono minimi: ogni intoppo procedurale, ogni ostruzionismo anche blando delle opposizioni, potrebbe rimettere in discussione l’intera conversione.

Le opposizioni avevano già indicato la propria strategia: rallentare, nella speranza che il decreto decadesse o che il Quirinale intervenisse con un rinvio alle Camere. La scelta del governo di porre la fiducia taglia corto su questa tattica, ma consegna alla storia parlamentare un provvedimento convertito con una norma incostituzionale al suo interno, in attesa di un correttivo ancora da scrivere. Quello che era stato presentato come decreto di ordinaria amministrazione sulla sicurezza si chiude come una prova di fragilità istituzionale: una maggioranza che non ha saputo governare il proprio testo, un Quirinale che ha esercitato il proprio peso senza alzare la voce, un compromesso che rinvia il problema invece di risolverlo.