Il Fmi taglia le stime globali: la guerra in Iran spinge l’economia mondiale verso la recessione
L’istituzione di Washington ha rivisto al ribasso la crescita 2026 al 3,1% nello scenario base, ma elabora due scenari alternativi — avverso e grave — in cui l’escalation del conflitto nel Golfo potrebbe trascinare il Pil mondiale sotto il 2% e far esplodere l’inflazione oltre il 6%.
Il Fondo monetario internazionale taglia le previsioni di crescita globale per il 2026 e costruisce, per la prima volta in modo esplicito, tre scenari distinti attorno alla variabile-chiave del conflitto nel Golfo. Nello scenario base, il Pil mondiale crescerà del 3,1% quest’anno — due decimi di punto meno rispetto alle stime di gennaio — per poi risalire al 3,2% nel 2027. Ma è attorno agli scenari alternativi che si misura la vera portata dell’allarme.
Nello scenario “avverso”, con un’ulteriore escalation del conflitto iraniano, la crescita 2026 rallenterebbe al 2,5% e l’inflazione globale salirebbe al 5,4%. Nello scenario “grave” — quello che il Fmi evoca come possibile ma non ancora probabile — il Pil mondiale si contrarrebbe al 2% e l’inflazione supererebbe il 6%, soglie che non si vedono dalla crisi energetica degli anni Settanta. “Le tensioni geopolitiche potrebbero portare alla peggiore crisi energetica dei tempi moderni”, scrive l’istituzione di Washington in un passaggio che suona meno come proiezione tecnica e più come avvertimento politico.
L’Europa che non accelera
Per l’area euro il quadro è di stagnazione prolungata. Il Fmi taglia di 0,2 punti le stime su entrambi gli anni: +1,1% nel 2026, +1,2% nel 2027. L’Italia segue la scia del blocco continentale: +0,5% del Pil sia quest’anno che il prossimo, confermato senza revisioni ma anche senza slancio. Sul fronte dei prezzi, Francoforte dovrà fare i conti con un’inflazione dell’area euro che il Fmi stima in accelerazione al 2,6% nel 2026 — dal 2,1% del 2025 — per poi ridiscendere al 2,2% nel 2027. L’obiettivo della Bce, fissato al 2% sul medio periodo, rimane fuori portata nell’orizzonte previsionale immediato.
Christine Lagarde, interpellata da Bloomberg Tv a margine della presentazione, ha evitato qualsiasi impegno sul percorso dei tassi. “Dobbiamo essere completamente agili e pronti a muoverci nella direzione richiesta”, ha detto, per poi aggiungere: “Certamente non determina un percorso dei tassi che oggi possa confermare. Onestamente non lo so.” Un’ammissione di incertezza rara per una banca centrale, ma coerente con la volatilità del contesto. Il capo economista del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas, ha adottato una posizione simile: le banche centrali “per ora possono aspettare”, ma i rischi richiedono attenzione costante.
La geografia del disastro nel Golfo
È nella sezione dedicata al Medio Oriente che il World Economic Outlook rivela la sua portata più dirompente. Il Fmi certifica in cifre ciò che la cronaca militare descriveva qualitativamente: il conflitto ha devastato le economie produttrici di energia della regione. L’Iran è atteso in recessione del 6,1% nel 2026, con un’inflazione che sfiora il 70% (68,9%), dopo il già drammatico 50,9% del 2025. Un parziale recupero è previsto nel 2027 (+3,2% del Pil, inflazione al 39,6%), ma si tratta di rimbalzo tecnico su una base devastata.
Ancora più acuta la contrazione stimata per il Qatar: -8,6% del Pil nel 2026, con un rimbalzo speculare atteso nel 2027 (+8,6%), a conferma che Doha è esposta in modo diretto alle perturbazioni del traffico energetico nello Stretto di Hormuz. L’Iraq segna -6,8% quest’anno e +11,3% il prossimo, altra oscillazione estrema che racconta di un’economia dipendente da una singola variabile — il petrolio — che la guerra ha reso imprevedibile. Kuwait e Bahrein registrano contrazioni più contenute, rispettivamente -0,6% e -0,5% nel 2026, ma con proiezioni di recupero nel 2027.
Israele cresce, Russia tiene
Due eccezioni al segno meno nel Golfo allargato. Israele, che il conflitto ha indirettamente favorito dal punto di vista della postura strategica regionale, vede il Fmi alzare le stime di crescita al +3,5% nel 2026 — dal +2,9% del 2025 — con ulteriore accelerazione al +4,4% nel 2027. La Russia, nonostante le sanzioni, viene rivista al rialzo di 0,3 punti sul 2026: +1,1% anche nel 2027, confermando una resilienza che Mosca attribuisce alla domanda interna e alla riorientazione commerciale verso est.
Sull’asse indo-pacifico, la Cina rallenta leggermente al +4,4% nel 2026 (-0,1 punti) e +4,0% nel 2027. L’India resta il motore più dinamico tra le grandi economie: +6,5% confermato su entrambi gli anni, con una revisione al rialzo di un decimo di punto sul 2027. Gli Stati Uniti perdono un decimo nel 2026 (+2,3%) ma lo recuperano nel 2027 (+2,1%), in un quadro di rallentamento ordinato che non incorpora ancora gli effetti delle tensioni commerciali più recenti.
Il Giappone rimane stazionario: +0,7% nel 2026, +0,6% nel 2027, confermato senza variazioni. Un’economia che non sorprende, né in positivo né in negativo, mentre il resto del mondo naviga tra scenari che il Fmi stesso fatica a gerarchizzare con certezza.
