Decreto sicurezza a rischio decadenza, il Colle dice no al bonus da 615 euro per gli avvocati dei migranti

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Il decreto sicurezza è sospeso su un filo. La norma che riconosce un compenso di 615 euro agli avvocati i cui assistiti scelgono il rimpatrio volontario ha scatenato l’allarme al Quirinale, irritato le opposizioni e suscitato dubbi di incostituzionalità trasversali alla stessa maggioranza. Con la scadenza del 25 aprile incombente, il governo si trova a dover riscrivere una parte del testo, con la conseguenza di un ulteriore passaggio al Senato che mette a rischio l’intera conversione.

La disposizione contestata era già nel mirino da giorni. Il ministero della Giustizia aveva espresso riserve, il ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti non aveva accolto con favore la misura – dal momento che comporta una spesa – e l’avvocatura aveva sollevato un’ondata di proteste. La convinzione che il meccanismo sia incostituzionale non si era limitata alle opposizioni: circolava con insistenza anche tra i costituzionalisti e, in forma più cauta, in alcuni ambienti della stessa maggioranza.

Il Quirinale impone una svolta

A metà pomeriggio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, è salito al Colle per un confronto diretto con Sergio Mattarella. Secondo quanto si apprende da fonti parlamentari, il capo dello Stato si è detto molto contrariato. “Così non va”, avrebbe detto al suo interlocutore. La sola ipotesi che Mattarella potesse non controfirmare il provvedimento in assenza di modifiche sostanziali è bastata a imprimere una svolta all’intera vicenda.

Mantovano avrebbe avanzato al capo dello Stato una proposta alternativa per evitare una terza lettura: approvare una norma correttiva immediatamente dopo la conversione in legge del decreto, lasciando quindi il testo invariato ma impegnandosi a intervenire in seguito. Il Quirinale avrebbe respinto l’ipotesi con fermezza. Il Colle aveva già espresso dubbi durante l’esame al Senato, segnalando i “profili di palese incostituzionalità” della disposizione. Un ordine del giorno, per quanto formalmente vincolante sul piano politico, non era sufficiente.

L’emendamento come via obbligata

Dopo l’incontro, è emersa con chiarezza la strada percorribile: un emendamento correttivo in commissione alla Camera, capace di modificare la norma incriminata prima del voto finale. Sullo stesso tavolo erano rimaste altre ipotesi — un nuovo decreto limitato all’abrogazione della disposizione contestata, oppure il ricorso a decreti attuativi — ma al termine delle triangolazioni tra Parlamento, Palazzo Chigi e Quirinale, l’emendamento è apparso come la soluzione più praticabile.

I tempi, tuttavia, sono strettissimi. Il decreto scade il 25 aprile: senza conversione definitiva entro quella data, decade. Con un emendamento alla Camera, il testo dovrebbe tornare al Senato per una terza lettura. Il calendario ipotizzato prevede il voto a Montecitorio entro giovedì, la chiusura a Palazzo Madama entro sabato. Non impossibile, secondo chi lavora negli uffici del governo, ma privo di margini di errore.

Il braccio di ferro in commissione

Nelle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera, la seduta è stata sospesa in attesa degli esiti dell’incontro tra Mantovano e il capo dello Stato. La sospensione è stata comunicata dal presidente della commissione Giustizia, Ciro Maschio di Fratelli d’Italia, che ha accolto la richiesta delle opposizioni di attendere aggiornamenti. “Stiamo cercando di acquisire aggiornamenti”, ha detto Maschio, aggiungendo che la sospensione era condizionata all’impegno di non lamentare successivamente il tempo sottratto ai lavori. “Questo è il gentlemen agreement”.

L’opposizione aveva chiesto un rinvio della seduta al giorno successivo, senza ottenerlo. Il braccio di ferro in commissione riflette la tensione più ampia: la maggioranza ha fretta di chiudere, le opposizioni puntano a rallentare nella speranza che il decreto non venga convertito in tempo, o che Mattarella intervenga con un rinvio alle Camere.

Il caso Costa e i segnali ignorati

Un indicatore della consapevolezza interna alle forze di governo sulle criticità della norma era emerso nei giorni precedenti. Il capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, Enrico Costa, aveva preannunciato in un’intervista la presentazione di un ordine del giorno per aprire un confronto con gli avvocati e avviare un intervento normativo successivo. “Non si può non tener conto delle osservazioni arrivate dai vari ambiti in queste ore, è evidente”, aveva detto Costa. L’azzurro aveva anche precisato che il decreto “non entrerà in vigore senza regole attuative”, anticipando la necessità di un correttivo.

L’iniziativa, tuttavia, non è stata considerata sufficiente dal Quirinale. Un ordine del giorno non modifica il testo di legge: lascerebbe entrare in vigore la norma contestata, incentivo economico incluso. Alla destra si sperava che Mattarella si accontentasse del gesto di buona volontà; il capo dello Stato ha scelto diversamente.

Calendario da riscrivere, decreto a rischio

Con l’emendamento ormai scelto come strumento, sarà necessaria una conferenza dei capigruppo per ridefinire il calendario d’aula. Il programma originario prevedeva l’approdo del decreto in aula alla Camera la mattina seguente, con la posizione della questione di fiducia alle 11.30. Tutto andrà rivisto. In assenza di un’intesa rapida tra i partiti, il rischio è quello di una terza lettura al Senato condotta a pochissimi giorni dalla decadenza, con la conversione dell’intero provvedimento che diventerebbe un’ipotesi tutt’altro che certa.

La situazione rimane in itinere. In commissione si attende la decisione definitiva dell’esecutivo, con l’eventualità di una seduta notturna per procedere all’esame dell’emendamento. Quello che era stato presentato come un decreto di ordinaria amministrazione sulla sicurezza si è trasformato in un caso politico-istituzionale: l’ennesima prova di tensione tra un governo convinto di avere i numeri e un Quirinale che, senza alzare la voce, esercita il proprio peso con metodo.