Processo a Dell’Utri per i soldi di Berlusconi: a giudizio l’ex senatore e sua moglie per omessa dichiarazione antimafia
La somma contestata ammonta a dieci milioni e ottocentoquarantamila euro già sequestrati; la vicenda giudiziaria era nata a Firenze con ben altra ipotesi, poi tramontata. Quattro avvocati ricordano che sei giudici — Cassazione inclusa — avevano già scagionato i coniugi.
Marcello Dell'Utri
Il gup di Milano ha disposto il rinvio a giudizio di Marcello Dell’Utri e della moglie Miranda Ratti per intestazione fittizia di beni. Al centro del processo, le donazioni per circa 42 milioni di euro ricevute dall’ex senatore da Silvio Berlusconi: somme che, secondo la procura, non sarebbero mai state dichiarate alle autorità antimafia come imposto dalla legge a chi ha precedenti per reati di criminalità organizzata.
L’accusa: omissione antimafia e sequestro
La normativa antimafia impone ai condannati per reati associativi di segnalare ogni variazione patrimoniale rilevante. Dell’Utri — condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa — non avrebbe ottemperato a quest’obbligo. Da qui il capo d’accusa di intestazione fittizia, contestato tanto all’ex senatore quanto alla moglie.
Va tuttavia precisato, come chiariscono qualificate fonti legali interpellate da Askanews, che la contestazione non abbraccia l’intero ammontare delle donazioni: riguarda una somma pari a 10 milioni e 840 mila euro, già oggetto di sequestro preventivo. Il resto — oltre trenta milioni — resta sullo sfondo del fascicolo ma non è, allo stato, direttamente imputato.
Da Firenze a Milano: la storia del procedimento
Il procedimento ha una genesi lontana da piazzale Loreto. Fu aperto dalla procura di Firenze, convinta — in una prima fase investigativa — che quei versamenti potessero configurare una forma di corruzione silenziosa: soldi versati da Berlusconi per assicurarsi la reticenza dell’ex senatore su presunti rapporti tra il fondatore di Forza Italia e la criminalità organizzata.
Un’ipotesi ambiziosa, che non ha retto all’esame delle successive verifiche giudiziarie. Nel marzo 2025, su eccezione della difesa accolta dal giudice, gli atti sono stati trasmessi a Milano per competenza territoriale. È qui che il procedimento ha ripreso forma, con la procura ambrosiana che ha scelto di non abbandonare l’accusa — pur circoscrivendola alla violazione antimafia — e il gup che ha ritenuto sussistenti gli elementi per il dibattimento.
La difesa: sei giudici li avevano già assolti
Le reazioni degli avvocati sono nette. I difensori di Dell’Utri, Francesco Centonze e Filippo Dinacci, insieme ai colleghi Tullio Padovani e Lodovica Beduschi che assistono Miranda Ratti, hanno rilasciato una nota comune in cui ricordano come “la medesima vicenda sia già stata esaminata, negli stessi termini, da sei diverse autorità giudiziarie, tra cui per due volte la Cassazione, che hanno escluso la realizzazione di trasferimenti fraudolenti di somme di denaro”.
Una circostanza che la difesa intende portare al centro del dibattimento, confidando — si legge nella nota — “di dimostrare l’assenza di responsabilità dei propri assistiti anche nel presente procedimento”. Il rinvio a giudizio non equivale, sul piano tecnico, a una condanna: è l’esito di un’udienza preliminare in cui il giudice verifica l’esistenza di elementi sufficienti per sostenere l’accusa in sede dibattimentale. Il merito sarà stabilito dal tribunale.
