La Fenice scarica Venezi: le accuse di nepotismo all’orchestra veneziana costano care alla direttrice

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Beatrice Venezi

Il rapporto tra il Teatro La Fenice e Beatrice Venezi si è concluso con una frattura netta e ufficiale. La Fondazione veneziana ha annullato tutte le collaborazioni future con la direttrice, dopo che le sue dichiarazioni al quotidiano argentino La Nación — in cui accusava l’orchestra di nepotismo — hanno reso insanabile una crisi già aperta da settembre.

Il comunicato è firmato dal sovrintendente Nicola Colabianchi: “La Fondazione Teatro La Fenice comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi”. La motivazione è esplicita: le “reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche” della direttrice sono state giudicate “offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua Orchestra”, nonché “incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d’Orchestra”.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli interviene sulla vicenda con una nota ufficiale, nella quale prende atto della decisione di Nicola Colabianchi, definita come una scelta maturata “in autonomia e indipendenza”. Giuli conferma quindi “la più completa fiducia” nei confronti del sovrintendente de La Fenice, auspicando che il passo compiuto possa contribuire a “sgomberare il campo da equivoci, tensioni e strumentalizzazioni d’ogni ordine e grado”, nell’interesse del Teatro e della città di Venezia.

La scintilla: l’intervista a Buenos Aires

Tutto precipita il 23 aprile, con la pubblicazione dell’intervista sul quotidiano argentino. Venezi descrive la propria esperienza veneziana con toni da outsider in terra ostile: “Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio”. Poi il paragone con Diego Matheuz, diretto alla Fenice a 26 anni: “Era un protetto di Abbado. Io non ho padrini, questa è la differenza”. Infine la diagnosi sul teatro: “Hanno paura del cambiamento, del rinnovamento. È più facile rimanere ancorati alle vecchie abitudini. Ma è così che muore un teatro”.

Le dichiarazioni non restano confinate alle pagine sudamericane. La RSU della Fenice replica con durezza, definendo quelle affermazioni “false, gravi e offensive”, incompatibili con “le condizioni necessarie per costruire un rapporto di fiducia e una collaborazione artistica proficua”. I rappresentanti dei lavoratori rivendicano la selezione dell’orchestra esclusivamente attraverso concorsi pubblici internazionali “basati sul talento e sul rigore procedurale”, respingendo l’idea di qualsiasi trasmissione familiare dei ruoli. L’avvertimento è netto: un eventuale ritorno di Venezi sul podio sarebbe avvenuto in un clima di “profonda tensione e sfiducia”.

Una crisi che viene da lontano

La rottura di aprile non nasce dal nulla. Dal settembre scorso, orchestra e coro erano in stato di agitazione contro la stessa nomina di Venezi a direttrice musicale, giudicata dalle maestranze come una scelta non adeguata al prestigio del teatro. La tensione si era già manifestata pubblicamente il Venerdì santo, durante un concerto, e si era ripetuta il 24 aprile: poco prima dell’inizio dello spettacolo, una voce dai loggioni aveva gridato “Colabianchi dimettiti!”, accompagnata da una pioggia di volantini. Il sovrintendente, in quei giorni, aveva ancora difeso la direttrice.

La posizione di Colabianchi cambia in modo esplicito solo dopo l’intervista al La Nación: “Naturalmente non condivido le affermazioni del maestro Venezi, in quanto conosco l’orchestra e ne apprezzo le qualità”, dichiara pubblicamente. Una presa di distanza che precede di poche ore il comunicato ufficiale con cui la Fondazione taglia il nodo.

Le critiche sul pubblico e la Biennale

Nell’intervista argentina, Venezi non si era limitata alle accuse di nepotismo. Aveva anche articolato una critica strategica alla gestione del teatro: “A Venezia il pubblico è diviso. Abbiamo turisti che vedono un atto dell’opera e poi vanno a mangiare. Abbiamo abbonati, molti dei quali anziani, con le loro preferenze. Ma abbiamo anche giovani che vivono sulla terraferma e non vengono mai sull’isola. E noi non facciamo nulla per loro?”. Poi la frecciata sulla chiusura istituzionale: “La Fenice non ha mai collaborato con il Festival del cinema o la Biennale d’arte. L’orchestra e il coro non lasciano quasi mai l’isola. Non è così che si raggiungono nuovi pubblici”.

Venezi aveva anche delineato una propria visione alternativa: concerti integrati con elementi visivi, collaborazioni con artisti della Biennale, apertura verso la terraferma. Proposte che, nella forma in cui sono state presentate — a un pubblico straniero, con il tono di chi descrive un’istituzione incapace di rinnovarsi — hanno ulteriormente irritato chi lavora al teatro da anni.

La Fondazione chiude il comunicato ribadendo “il proprio impegno nella promozione di un ambiente professionale fondato sul rispetto reciproco, sulla collaborazione costruttiva e sull’eccellenza artistica”. Una formula di circostanza che, in questo caso, suona anche come risposta diretta all’immagine della Fenice disegnata dalla direttrice sulle pagine argentine: un teatro bloccato, chiuso, timoroso del futuro. La Fondazione, in sostanza, la considera una caricatura.