Riforma elettorale, parte il cantiere: il “Stabilicum” arriva in Parlamento
Con le prime audizioni in Commissione Affari costituzionali della Camera, la riforma elettorale esce dalla fase delle ipotesi e diventa un cantiere parlamentare con tempi e interlocutori definiti. Martedì 28 aprile, sei professori di diritto costituzionale — chiamati a valutare le proposte di legge sulle elezioni di Camera e Senato — aprono una sessione di consultazioni che si prolungherà almeno fino a giovedì 30, quando saliranno a testificare anche rappresentanti della società civile, tra cui The Good Lobby, il Comitato voto dove vivo e LINK – Coordinamento universitario.
A guidare i lavori ci sono quattro relatori espressione dei partiti di governo. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un testo base entro maggio, su cui avviare il confronto parlamentare allargato. Il progetto, già battezzato “Stabilicum”, ridisegna in modo netto le regole del gioco elettorale.
Il proporzionale puro supera il Rosatellum
La prima discontinuità è strutturale: viene abbandonato il Rosatellum, in vigore dal 2017, che combinava collegi uninominali e una quota proporzionale. Il nuovo impianto è interamente proporzionale: tutti i seggi vengono distribuiti in base ai voti ottenuti da liste e coalizioni, senza più circoscrizioni territoriali a candidatura diretta.
Scompare, in questo modo, il legame diretto tra un elettore e un candidato in un territorio preciso. I parlamentari continuerebbero a essere scelti attraverso liste bloccate, definite dai partiti, senza possibilità per gli elettori di esprimere preferenze nominali. È una scelta che concentra il potere di selezione nelle segreterie nazionali e riduce la variabile territoriale a elemento residuale.
Il cuore meccanico della riforma è il premio di governabilità. Se una coalizione supera il 40% dei voti, ottiene seggi aggiuntivi sufficienti a garantire una maggioranza solida. Se nessuno raggiunge quella soglia, si apre un ballottaggio tra le due coalizioni più votate — a condizione che abbiano entrambe superato il 35%. In palio c’è lo stesso premio. La soglia di sbarramento resta al 3%. Tra le novità, anche l’obbligo per le coalizioni di indicare preventivamente il candidato premier, nel rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica. Un meccanismo che tende a personalizzare la competizione senza formalizzare il semipresidenzialismo.
Il nodo irrisolto della rappresentanza territoriale
Il punto più controverso è proprio l’abolizione dei collegi uninominali. Senza quella struttura, il rapporto tra eletti e territori si assottiglia. Gli elettori scelgono un simbolo, non una persona. Il rischio, secondo i critici, è un Parlamento progressivamente composto da figure selezionate dalle segreterie centrali, con minore radicamento locale e autonomia ridotta.
Non è un argomento nuovo — è emerso in ogni stagione di riforma elettorale degli ultimi trent’anni — ma torna ora con una concretezza inedita, perché questa volta il percorso parlamentare ha effettivamente preso avvio.
Le opposizioni sono già sul piede di guerra. Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle temono una riduzione degli spazi, soprattutto per quelle figure politiche radicate nei collegi che, con l’abolizione del sistema uninominale, perderebbero il canale più diretto di elezione. Non è solo una questione di numeri: è una disputa sul modello di democrazia rappresentativa che si intende costruire.
Il senatore Alessandro Alfieri, responsabile del Pd per le riforme, ha parlato di “forzature delle regole democratiche” e ha collegato la spinta sulla legge elettorale al tentativo di riaprire la partita sul premierato, uscita sconfitta dal recente referendum sulla separazione delle carriere. “Sono sorpreso che vogliano rilanciare sul premierato, perché così dimostrano di non aver capito il messaggio arrivato dal referendum”, ha affermato.
La mossa di Ciriani e la risposta delle opposizioni
Ad alzare la tensione politica è stato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, che ha chiamato in causa direttamente il Pd con una sfida frontale. “Vorrei sapere dalla sinistra, specialmente il Pd, cosa vogliono fare: hanno una proposta? Se vogliono la palude dei governi tecnici o di larghe intese che si avrebbero con l’attuale legge, allora inutile fare le primarie, perché comunque non sarebbe nessuno di loro a governare”, ha affermato.
Una provocazione calibrata, che intende mettere il centrosinistra di fronte a un’alternativa scomoda: partecipare alla scrittura della riforma oppure subirla da opposizione, salvo poi beneficiarne a voti acquisiti.
Sulla stessa linea si è mosso Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione, che ha letto la mossa del centrodestra come un segnale di difficoltà interna. Per Zaratti, l’appello al Pd suona come una “richiesta di aiuto”, a indicare che all’interno della maggioranza un accordo pieno sulla proposta non ci sarebbe ancora. Un’interpretazione che, se confermata dai lavori in commissione, potrebbe ridimensionare i tempi e il perimetro della riforma.
Arianna Meloni prova ad abbassare i toni
A tenere aperto uno spazio di dialogo ci ha pensato Arianna Meloni, responsabile della segreteria politica di Fratelli d’Italia. Il suo intervento ha avuto un tono deliberatamente distensivo, inusuale rispetto al clima del confronto. “Al di là delle prese di posizione ideologiche, credo che molte forze di sinistra abbiano valide ragioni per cambiare la legge elettorale e che troveremo un terreno comune”, ha affermato.
Ha insistito sull’argomento della stabilità come interesse trasversale, non di parte: una nuova legge sarebbe “nell’interesse di tutti, ma soprattutto dei cittadini”.
Sul piano operativo, Alessandro Urzì, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Affari costituzionali, ha fissato le coordinate: chiudere le audizioni entro maggio, ritmo di lavoro dal lunedì al venerdì, e disponibilità a ridurre il numero di audizioni già previste. Anche Fdi, che ne aveva proposte tredici, è pronta a dimezzarle. Il calendario resta stretto, ma la maggioranza scommette sulla possibilità di portare un testo base in aula prima della pausa estiva. Le audizioni in corso diranno se la posizione degli esperti offrirà argomenti per modificare l’impianto o lo consoliderà. Il percorso è aperto. L’esito, ancora no.
