Terremoto sulla Biennale di Venezia: si dimette la giuria e ritornano Russia e Israele in concorso

Biennale Architettura

La sessantunesima edizione dell’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia precipita in una crisi istituzionale senza precedenti. Le dimissioni in blocco della giuria internazionale, arrivate dopo l’invio degli ispettori del Ministero della Cultura, costringono la Fondazione a una rivoluzione totale: saltano i premi ufficiali, sostituiti da due “Leoni dei visitatori”, e la cerimonia di premiazione viene posticipata a novembre.

Il terremoto scuote le fondamenta di Ca’ Giustinian a soli nove giorni dall’inaugurazione ufficiale. La presidente Solange Farkas e le giurate Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi hanno rinunciato all’incarico. La frattura segue la controversa decisione di escludere dai premi i padiglioni di Russia e Israele, motivata con le accuse di crimini contro l’umanità rivolte ai rispettivi leader. La reazione del Ministero della Cultura non si è fatta attendere. L’invio di ispettori nella sede storica della Biennale ha segnato il punto di non ritorno, portando allo scioglimento dell’organismo tecnico.

La svolta dei premi popolari

Per rimediare al vuoto di potere decisionale, la Biennale ha istituito due nuovi riconoscimenti: i “Leoni dei visitatori”. Sarà il pubblico, munito di regolare biglietto e tracciato dal sistema di biglietteria nelle sedi di Arsenale e Giardini, a decretare il miglior artista e la migliore partecipazione nazionale. Questa procedura riammette automaticamente in gara Russia e Israele, in coerenza con i “principi fondativi di apertura, dialogo, rifiuto di ogni forma di chiusura e di censura”.

La cerimonia, inizialmente prevista per il 9 maggio, slitta al 22 novembre, ricalcando quanto avvenuto nel 2021 durante l’emergenza pandemica. Tuttavia, il clima resta teso tra i padiglioni. Lo scultore israeliano Belu-Simion Fainaru accoglie con favore il nuovo corso, sottolineando come “gli artisti debbano essere trattati in modo equo e non discriminatorio, ed essere valutati per il loro lavoro e non per il passaporto”.

Lo scontro tra governo e fondazione

Il fronte politico appare profondamente diviso. La premier Giorgia Meloni, pur definendo Pietrangelo Buttafuoco una “persona capacissima”, ha espresso chiaramente il proprio dissenso sulla gestione del padiglione russo: “la scelta sul padiglione russo, il governo ha dichiarato di non condividerla, dopodiché la Biennale è un ente autonomo, questa scelta non l’avrei fatta al suo posto”.

La presidenza del Consiglio ha demandato al ministro Alessandro Giuli la responsabilità dell’invio degli ispettori, precisando che “la persona giusta a cui chiedere credo sia il ministro Giuli, perché presumo lui abbia fatto questa scelta”. Il Pd definisce l’accaduto come una “crisi istituzionale e culturale senza precedenti”, denunciando che “un organismo indipendente è stato azzerato nel pieno del suo lavoro”. Per comprendere la genesi dello scontro occorre risalire alla nomina di Buttafuoco nel 2023. La sua linea di apertura verso la Russia, intesa come spazio di dissenso, aveva già sollevato perplessità nel governo.

Le ragioni della giuria dimissionaria

La miccia finale è stata accesa dalla giuria guidata da Farkas con la scelta di escludere i paesi guidati da leader “accusati di crimini contro l’umanità”. Una presa di posizione netta e politica, mai vista prima con tale chiarezza in laguna. Il Ministero della Cultura ha reagito prontamente, precisando che “non è, e non è mai stato nelle nostre intenzioni commissariare il presidente della Biennale di Venezia”, ma confermando al contempo la missione ispettiva per verificare la correttezza amministrativa.