Prodi contro Calenda a Bologna: lo scontro sul futuro del centrosinistra che divide i riformisti
Il leader di Azione vuole un polo degli europeisti trasversale alle coalizioni, l’ex premier gli ricorda che con il 2,5% non si governa. Lo scambio, serrato e rivelatore, mette a nudo l’impasse strategica del campo riformista italiano.
Carlo Calenda e Romano Prodi
A Bologna, in Cappella Farnese, la sala che è da sempre il territorio di Romano Prodi, Carlo Calenda presenta il suo ultimo libro. Ma il dibattito scivola rapidamente dall’occasione editoriale alla politica nuda: con chi si costruisce il centrosinistra, e a quali condizioni. Le risposte dei due interlocutori divergono su ogni punto essenziale, e lo scambio finale — tagliente, senza diplomatismi — fotografa una frattura strutturale nel campo riformista italiano.
Calenda fissa il perimetro fin dalle prime battute: nessuna coalizione con il Movimento 5 Stelle e con la sinistra radicale. La sua diagnosi è sistemica. “Questo Paese sta declinando per il bipolarismo”, dice. Poi l’affondo: “Ci troveremo con cinque anni di destra che non ha fatto niente, e ci troveremo con un centrosinistra senza Azione che prova a fare un governo con Landini, Conte”.
Il leader di Azione immagina invece un accordo tra europeisti trasversale alle coalizioni esistenti: Forza Italia insofferente verso Meloni, una parte della Lega, un Pd che abbandoni la logica del “casting” della leadership. “Schlein ok, Tajani e Crosetto non fanno danni”, sintetizza. E poi il richiamo storico: “Ogni dieci anni questo Paese riconsegna alla politica le chiavi di casa, prima a Monti e poi a Draghi”. Una dinamica che — nella lettura di Calenda — nasce dall’incapacità di affrontare il bipolarismo, non dalla sua inevitabilità.
Il punto dei numeri e della governabilità
Prodi non si limita ad ascoltare. Incalza con una domanda secca, quasi provocatoria: “Ma con chi lo fai? Da solo?”. È una domanda che vale anche come argomento. L’ex premier porta il peso della propria esperienza diretta: due governi di centrosinistra, tra il 1996 e il 1998 e poi tra il 2006 e il 2008, il secondo dei quali naufragò proprio sulle tensioni di una maggioranza che andava dall’Udeur alla sinistra radicale.
Già nel febbraio 2007, una risoluzione sulla missione in Afghanistan aveva spaccato il Senato. La lezione che Prodi ne trae è però opposta a quella di Calenda: non che le coalizioni larghe siano impraticabili, ma che vadano gestite con pazienza e flessibilità, non aggirate con scorciatoie identitarie.
Lo scambio si fa più serrato sulle responsabilità del passato. Calenda attacca il centrosinistra su due dossier industriali: la chiusura dell’Ilva e il prestito ponte da 5,9 miliardi a Stellantis-Elkann “senza chiedere alcuna garanzia”. Prodi replica spostando il bersaglio: “La Lega e questi che stanno governando come dici tu stanno distruggendo l’Ilva”. Calenda non cede: “Ma non si può dire: siccome il problema è Meloni, oggi rifacciamo Conte domani”. L’obiettivo dichiarato rimane un governo con “gli europeisti, non con gli scappati di casa”. E la responsabilità storica, nella sua ricostruzione, ricade sul Pd: “Li ha sdoganati, perché altrimenti non ci sarebbero più”.
Prodi rilancia: “Un aggettivo non basta”
È Prodi a spostare il livello della discussione. Non nega il problema della sinistra radicale — “Non amo la politica dei Cinque Stelle”, dice esplicitamente — ma contesta l’alternativa proposta. “Tu dovresti contribuire a creare un governo in cui bilanci in modo riformista il Pd e le altre forze che ci stanno. Tu invece dici: sto da solo con il 2,5% e con questo conquisto il mondo”.
Calenda risponde con quella che è forse la frase più netta dell’incontro: “Non abdico ai miei valori per andare al potere”. Prodi replica punto per punto: “Occorre creare un potere. Il fatto che tu non ci vada può essere un vantaggio o uno svantaggio per il Paese. Però voglio sapere che tipo di potere hai domani. Non posso accontentarmi di un aggettivo: europeista. Siamo tutti europeisti”.
L’uscita finale del Professore riporta il dibattito sui contenuti, e suona come una chiusura metodologica oltre che polemica. “Stiamo discutendo di slogan o di contenuti? Fratoianni lo impedisce? Chissenefrega. Io sto discutendo il futuro dell’Italia. Bisogna avere un po’ di pazienza e flessibilità per capire come si possono mettere insieme le forze riformiste. E non li metti assieme con gli slogan, ma discutendo di quello che si deve fare”. Una sala bolognese — la sua sala — gli restituisce l’ultima parola. Ma la domanda che Prodi ha posto a Calenda rimane senza risposta convincente: con chi, e come.
