Truffa e evasione fiscale, Adinolfi ai domiciliari: sequestro preventivo per 400 mila euro

Il fondatore de Il Popolo della Famiglia finisce sotto misura restrittiva a Roma: la Guardia di Finanza contesta la raccolta di quasi 4,8 milioni attraverso un presunto sistema piramidale legato a un fantomatico gruppo di scommesse online, promosso sui social.

Mario Adinolfi

Mario Adinolfi

Mario Adinolfi, giornalista, ex deputato e leader del movimento politico Il Popolo della Famiglia, è stato posto agli arresti domiciliari dalla Guardia di Finanza di Roma con le accuse di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi.

L’ordinanza, firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Giulia Arcieri su richiesta della Procura della Repubblica, è stata eseguita dai finanzieri del Comando Provinciale della Capitale. Contestualmente è stato dato corso a un decreto di sequestro preventivo per oltre 400 mila euro, finalizzato alla confisca, anche per equivalente, del profitto dell’evasione fiscale relativo a un solo anno d’imposta.

Il presunto schema Ponzi

Le indagini, condotte dall’Aliquota della Sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza presso la Procura capitolina e dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Roma, sono partite da diverse denunce presentate da persone che avevano affidato somme di denaro ad Adinolfi credendo di partecipare a un “Betting Group” denominato “Scommessa Collettiva”, promosso attraverso i social network.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’iniziativa avrebbe raccolto l’adesione di un numero considerevole di clienti, attratti dalla notorietà del promotore, dalla promessa di rendimenti garantiti ben superiori ai tassi di mercato e dall’uso di presunti algoritmi e strategie di scommessa infallibili. Diverse vittime avrebbero versato somme anche superiori a 100 mila euro senza ottenere la restituzione del capitale né la remunerazione promessa.

Il gip definisce il meccanismo riconducibile a un “sistema piramidale, il cosiddetto ‘schema Ponzi'”, basato sulla raccolta sistematica di fondi privati e sull’accredito parziale di vincite e interessi, funzionale a incentivare nuovi versamenti “così da inscenare la parvenza di un meccanismo che funziona”, un sistema che regge solo finché affluiscono nuove risorse.

Oltre 4,7 milioni raccolti in cinque anni

Dalla ricostruzione delle movimentazioni sui conti correnti dell’indagato, relativa all’ultimo quinquennio, è emersa una raccolta complessiva di oltre 4,7 milioni di euro. Secondo l’ordinanza, tra il 1° gennaio 2020 e il 27 febbraio 2026 Adinolfi avrebbe ricevuto con causale “Scommessa Collettiva” complessivamente 4.794.647 euro, a cui si aggiungono 3.830 euro con causale “Cristo Regna”.

Solo una parte delle somme risulterebbe effettivamente collegata ad attività di scommesse sportive: la maggior parte dei fondi sarebbe stata destinata a trasferimenti verso terzi e a spese personali, tra cui l’acquisto di orologi, lingotti, monete straniere, quadri e imbarcazioni, oltre a viaggi alle Maldive e in Egitto.

Gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate, richiamati dal giudice, avrebbero evidenziato “un’incoerenza tra le somme accreditate sui rapporti finanziari di cui il contribuente risultava unico titolare e i dati reddituali e dichiarativi allo stesso riferibili”: per l’anno 2017 Adinolfi non avrebbe presentato alcuna dichiarazione dei redditi.

Beni intestati a terzi e conti all’estero

Un elemento su cui insiste l’ordinanza riguarda l’assenza di patrimonio formalmente riconducibile all’indagato: pur a fronte di movimentazioni “per importi assai considerevoli”, Adinolfi non risulterebbe proprietario di immobili, né titolare di partecipazioni societarie o cariche in enti commerciali.

Sarebbe intestatario soltanto di un’automobile. Beni mobili registrati come imbarcazioni, pur acquistati con denaro proveniente dai conti dell’indagato, non risulterebbero a lui intestati. Il gip richiama inoltre l’esistenza di conti correnti all’estero, tra cui uno in Lituania, sui quali sono in corso ulteriori accertamenti. Per il giudice si tratterebbe di una condotta finalizzata a “disperdere il patrimonio allontanandolo dalla formale riferibilità” all’indagato.

Il ruolo della notorietà mediatica

Il provvedimento sottolinea come la fama pubblica di Adinolfi – “giornalista, opinionista, uomo di fede religiosa”, ex parlamentare – abbia inciso direttamente sulla capacità di raccogliere fiducia e denaro. Secondo il gip, la notorietà avrebbe posto “in una situazione di debolezza il consumatore-cliente”, indotto ad accontentarsi di dichiarazioni scritte senza un confronto diretto che permettesse di verificare i termini dell’accordo.

Il giudice richiama anche l’atteggiamento tenuto da Adinolfi in diverse interviste televisive, nelle quali avrebbe negato i debiti contratti e contestato la veridicità delle denunce presentate nei suoi confronti, elementi che il gip ritiene invece “corroborate dai bonifici eseguiti e dalle mail intercorse tra le parti dell’accordo”.

Le esigenze cautelari

Nel motivare la misura degli arresti domiciliari, il giudice evidenzia un concreto rischio di reiterazione: “è concreto il rischio di recidiva rispetto a nuove condotte di truffa, raccolta abusiva di capitali, delitti tributari, verosimilmente già in atto”. L’attività contestata, protrattasi per un arco temporale esteso e rivolta a una pluralità di persone offese, viene definita dal gip connotata da “sistematicità”, con una pericolosità sociale ritenuta “accresciuta esponenzialmente dalla notorietà del personaggio e dalla sua esposizione mediatica”.

Il provvedimento richiama infine un atteggiamento ritenuto “intimidatorio” da parte di Adinolfi nei confronti di chi ne avrebbe contestato la condotta. L’inchiesta prosegue con gli accertamenti sui rapporti finanziari esteri e sulla tracciabilità dei beni acquistati con i fondi raccolti. Restano da definire gli sviluppi relativi all’udienza di convalida della misura cautelare, nella quale la difesa potrà contestare il quadro accusatorio davanti al Tribunale del Riesame.