Trump ordina nuovi raid contro l’Iran, seconda offensiva americana in due giorni nel Golfo

Il Centcom conferma l’operazione contro obiettivi militari in più province iraniane, giustificata da Washington come risposta alle aggressioni contro il naviglio civile nello stretto strategico.

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Gli Stati Uniti hanno lanciato una seconda ondata di attacchi contro l’Iran nell’arco di quarantotto ore, intensificando la pressione militare sulla Repubblica islamica dopo i recenti episodi che hanno coinvolto navi commerciali nello Stretto di Hormuz. L’operazione, ordinata dal presidente Donald Trump, rappresenta un ulteriore irrigidimento della strategia americana in uno dei principali snodi energetici mondiali e arriva mentre si deteriorano rapidamente anche i canali diplomatici tra Washington e Teheran.

Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), i raid hanno l’obiettivo di “ridurre ulteriormente la capacità dell’Iran di minacciare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”. Il comando americano attribuisce inoltre a Teheran la responsabilità delle “recenti aggressioni ingiustificate contro le navi commerciali e gli equipaggi civili che navigano liberamente in una via d’acqua internazionale vitale”.

Trump ha rivendicato direttamente l’operazione attraverso Truth Social, definendola una risposta agli attacchi contro il traffico marittimo. “Questa è una rappresaglia per il bombardamento di ieri delle navi da parte dell’Iran. Se accadrà di nuovo, andrà molto peggio”, ha scritto il presidente, accompagnando il messaggio con un’immagine che la Casa Bianca ha indicato come relativa a un’esplosione avvenuta nell’area di Chabahar.

Raid estesi lungo la costa

La nuova offensiva è stata avviata poche ore dopo le dichiarazioni rilasciate da Trump durante il vertice Nato di Ankara, dove il presidente aveva annunciato la sostanziale fine dell’intesa provvisoria con Teheran. “Non sono sicuro di volere un accordo con loro. Possiamo giocare, ma non sono sicuro di volere un accordo. Finiamo semplicemente il lavoro”, aveva dichiarato, lasciando intendere l’imminenza di un’azione militare più ampia.

Secondo un funzionario americano, il numero degli obiettivi colpiti sarebbe superiore a quello della precedente operazione. Il Centcom, tuttavia, non ha ancora diffuso un bilancio ufficiale delle installazioni interessate.

Esplosioni sono state segnalate lungo gran parte della fascia costiera meridionale iraniana, da Chabahar e Konarak, affacciate sul Golfo di Oman, fino ai principali centri strategici di Bandar Abbas, Sirik, Jask, all’isola di Abu Musa e alla provincia di Bushehr. Segnalazioni sono giunte anche da Iranshahr, Khormoj e dal porto di Deyr, anche se non tutte le informazioni diffuse dai media iraniani hanno trovato conferma da parte delle autorità militari statunitensi.

A Chabahar sarebbero stati colpiti i moli di Toosyeh e Kalantari, oltre alla torre di controllo del traffico marittimo. I bombardamenti hanno provocato interruzioni dell’energia elettrica in diversi quartieri della città. La televisione di Stato iraniana ha inoltre riferito che frammenti generati dalle esplosioni hanno raggiunto l’ospedale Imam Ali, senza segnalare vittime all’interno della struttura sanitaria.

Bilancio ancora provvisorio

Nella provincia di Bushehr due proiettili americani hanno centrato una base militare situata a sud del capoluogo provinciale. In un primo momento il vicegovernatore responsabile degli Affari politici e della sicurezza aveva dichiarato all’agenzia Irna che non risultavano vittime. Successivamente la televisione di Stato iraniana ha aggiornato il bilancio, riferendo che otto militari appartenenti all’aeronautica e alla marina sono morti negli attacchi condotti nelle aree di Bandar Abbas e Bushehr.

Le autorità iraniane hanno escluso danni alla centrale nucleare di Bushehr, uno dei siti più sensibili del programma energetico nazionale. Nella stessa provincia, secondo fonti locali, sarebbero comunque finite nel mirino anche installazioni missilistiche e strutture riconducibili ai Guardiani della Rivoluzione.

La strategia americana

L’operazione rappresenta la prosecuzione della campagna avviata il giorno precedente. Il Centcom aveva annunciato oltre ottanta attacchi contro sistemi di difesa aerea, reti di comando e controllo, radar costieri, capacità missilistiche antinave e più di sessanta imbarcazioni veloci in dotazione ai Guardiani della Rivoluzione.

Washington sostiene che la risposta militare sia stata resa necessaria dagli attacchi subiti da tre navi mercantili battenti bandiera delle Isole Marshall, dell’Arabia Saudita e della Liberia durante il transito nello Stretto di Hormuz, passaggio attraverso il quale transita una quota significativa del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. La tutela della libertà di navigazione rappresenta da anni uno degli obiettivi strategici dichiarati della presenza militare statunitense nell’area.

Accordo provvisorio in crisi

L’Iran continua a respingere le accuse americane. Teheran non ha rivendicato gli attacchi contro le navi commerciali e sostiene invece che siano stati gli Stati Uniti a violare l’accordo provvisorio sulla gestione della sicurezza nello Stretto di Hormuz.

La rottura dell’intesa, evocata apertamente da Trump, riduce ulteriormente gli spazi per una soluzione diplomatica e aumenta il rischio di un confronto diretto in un’area già caratterizzata da elevata instabilità. L’ampliamento del numero dei bersagli colpiti e il progressivo coinvolgimento di infrastrutture militari lungo tutta la costa meridionale iraniana indicano un cambio di intensità nelle operazioni americane, mentre resta da verificare quale sarà la risposta di Teheran e quali effetti il confronto potrà avere sulla sicurezza delle rotte marittime e sugli equilibri dell’intera regione mediorientale.