Dopo lo strappo con Trump, Meloni diserta i volenterosi e punta sui dossier italiani
Ad Ankara la premier chiarisce di non voler più commentare gli attacchi ricevuti dal presidente Usa, mentre difende scelte compiute negli ultimi mesi su difesa e politica estera.
Giorgia Meloni
Giorgia Meloni pronuncia quattro volte l’espressione “interesse nazionale” nel corso della conferenza stampa che chiude il vertice Nato di Ankara, tre delle quali per rispondere a una domanda sui suoi rapporti con Donald Trump.
La premier prova così a tracciare una linea netta tra il piano personale, segnato dal raffreddamento con il presidente americano dopo le critiche degli ultimi giorni, e quello istituzionale dei rapporti tra Roma e Washington. Non offre alcun segnale di disgelo, ma evita accuratamente ogni espressione che possa alimentare una polemica pubblica. Interpellata sul meme diffuso dalla Casa Bianca in cui Trump invocava per lei un ordine restrittivo, taglia corto: “Ho detto che non sarei tornata su questo argomento, e non lo farò”.
Una strategia rivendicata, non archiviata
Meloni respinge l’ipotesi che il deterioramento dei rapporti con Trump segni il fallimento del ruolo di ponte tra Washington e l’Europa che aveva cercato di ritagliarsi dopo la rielezione del tycoon. “Ho fatto un investimento politico per convinzione sull’unità dell’Occidente”, afferma, “l’ho rivendicato a 360 gradi, non è una strategia messa in campo con l’arrivo di Donald Trump, l’ho fatto con tutti gli interlocutori che ho trovato di fronte”.
Ammette l’esistenza di affinità con l’amministrazione americana “su alcuni temi della politica, l’immigrazione, la cultura woke”, ma rivendica la continuità della propria linea: “Le cose stanno andando come stanno andando, non cambio idea”, perché le scelte compiute non sono “dettate dal piccolo cabotaggio” bensì da una strategia di lungo periodo incentrata sul rafforzamento dell’unità occidentale.
La replica indiretta sulle basi in Turchia
Nel suo intervento da Ankara, Trump aveva definito “pessima” la condotta dell’Italia sull’uso delle basi militari durante il conflitto in Iran. Meloni risponde senza citarlo direttamente: “Abbiamo avuto una linea molto chiara dall’inizio del conflitto e quella linea manteniamo”, ribadendo la scelta di non partecipare agli attacchi.
Aggiunge una considerazione più tagliente sull’efficacia della via militare: “Finora l’opzione militare non ha portato risultati così concreti”. Lo stesso registro prudente accompagna la spiegazione, mai esplicita, del motivo per cui il governo ha scelto di restare fuori dal Purl, l’iniziativa Nato per l’acquisto di armamenti statunitensi destinati a Kiev, ipotesi che a palazzo Chigi viene considerata tra le possibili cause dell’ostilità di Trump verso l’esecutivo italiano. “Se investiamo nella nostra difesa quei soldi devono restare in Italia”, sintetizza la premier.
Il vertice con Zelensky e il nodo degli aiuti
Ad Ankara Meloni incontra anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, al quale conferma il sostegno italiano. Sul fronte degli aiuti, tuttavia, la sostanza resta orientata all’assistenza alla popolazione civile, “con particolare attenzione agli interventi volti a rafforzare la resilienza delle infrastrutture energetiche”, senza alcun riferimento a forniture militari. La premier anticipa che è in preparazione un nuovo pacchetto di sostegno e che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sta conducendo “una valutazione in questo senso”, lasciando aperta la questione delle tempistiche e dei contenuti dell’intervento.
Il disimpegno da Parigi e lo sguardo interno
Il passaggio più politico della conferenza riguarda però l’agenda dei prossimi giorni. Meloni annuncia che non parteciperà lunedì alla riunione dei volenterosi a Parigi: “Stavolta io, al sesto vertice in tre settimane e mezzo, passo”, dichiara, anticipando le critiche che tale scelta potrà generare.
“Potete scrivere tutti gli articoli che volete sull’isolamento, il cambio di posizionamento. C’è il disimpegno sull’Ucraina? No, ma neanche me ne posso permettere uno sull’Italia”. L’Italia sarà rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Dall’entourage della premier trapela inoltre un giudizio poco lusinghiero sui precedenti incontri nello stesso formato, ritenuti privi di “nessun risultato concreto”.
Più uscite pubbliche in vista delle urne
La decisione si inserisce in un riposizionamento più ampio, dettato dall’avvicinarsi della scadenza elettorale e dalla pressione esercitata da Roberto Vannacci sui temi identitari della maggioranza, in particolare sicurezza e immigrazione clandestina.
Meloni intende moltiplicare le uscite pubbliche sul territorio nazionale: il primo appuntamento è fissato per lunedì 13 luglio a Palermo, dove la premier parteciperà alla cerimonia di svelamento della Fiat Croma bianca su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo il 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci.
