Legge elettorale, il ballottaggio divide la maggioranza e resta fuori dagli emendamenti di Forza Italia
Stefania Craxi
La legge elettorale torna al centro dell’attività parlamentare con 697 emendamenti depositati in Senato, 659 delle opposizioni. Il passaggio decisivo sarà il 9 settembre, quando il provvedimento approderà in Aula senza relatore e il centrodestra dovrà sciogliere i nodi ancora aperti, a partire dal ballottaggio.
Le proposte di modifica arrivano soprattutto da Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva, che hanno presentato anche otto emendamenti unitari. Dalla maggioranza sono arrivati invece tre testi sottoscritti da tutti i partiti della coalizione e un altro, sull’abolizione della norma anti-cespugli, che non porta la firma di Forza Italia.
Il deposito degli emendamenti segna il passaggio dalla discussione politica al confronto parlamentare. Ma la maggioranza non ha ancora definito una posizione comune su alcuni dei punti destinati a incidere sull’architettura del sistema.
Il doppio turno resta il nodo politico
Il confronto più delicato riguarda il ballottaggio. Forza Italia non ha depositato l’emendamento annunciato nei giorni scorsi, quello che avrebbe fissato al 40 per cento la soglia necessaria per accedere al secondo turno.
La presidente dei senatori azzurri Stefania Craxi ha motivato la scelta con la necessità di mantenere aperto il confronto nella coalizione. “Su una materia così delicata e strategica è necessario privilegiare il dialogo, la coesione della coalizione e la ricerca di soluzioni condivise”, ha dichiarato.
La proposta del 40 per cento, dunque, non entra per ora nel fascicolo degli emendamenti della commissione. Il tema, però, non viene accantonato. A tenerlo aperto contribuisce anche il testo presentato dal senatore di Fratelli d’Italia Marcello Pera, che ha depositato in Aula, a titolo personale, una soluzione diversa.
La proposta Pera prevede il ballottaggio tra le prime due coalizioni soltanto se entrambe hanno superato il 38 per cento dei voti. Il testo non è stato presentato in commissione, ma potrà alimentare il confronto nella fase successiva dell’esame parlamentare.
È anche su questa possibilità che Forza Italia fonda la propria scelta di non presentare il testo del 40 per cento. Lo strumento per proseguire la discussione, attraverso eventuali modifiche o riformulazioni, esiste già. La decisione consente quindi agli azzurri di non chiudere il confronto su una soluzione che non raccoglie, almeno per ora, il consenso dell’intera maggioranza.
Lega contraria, FdI ancora riflette
Il punto di maggiore distanza nella maggioranza resta la posizione della Lega, contraria al ballottaggio. Il tema sarebbe stato affrontato anche nel confronto tra Giorgia Meloni e gli alleati, senza produrre una soluzione condivisa.
Fratelli d’Italia mantiene invece aperta la riflessione. La questione non riguarda soltanto la tecnica elettorale, ma anche gli effetti politici che il doppio turno potrebbe produrre sugli equilibri interni al centrodestra.
Uno dei problemi riguarda il rapporto con il fenomeno politico rappresentato da Roberto Vannacci e con l’eventuale crescita di una forza alla destra di Fratelli d’Italia. L’ipotesi del ballottaggio nasce anche dall’esigenza di ricondurre il consenso disperso al primo turno verso il candidato della coalizione vincente al secondo.
Ma il meccanismo potrebbe produrre un effetto diverso. Un elettore intenzionato a sostenere una formazione come Futuro nazionale potrebbe scegliere di farlo al primo turno proprio perché, sapendo che è previsto un secondo turno, conserverebbe la possibilità di votare Giorgia Meloni al ballottaggio.
Il doppio turno potrebbe quindi aumentare lo spazio elettorale delle forze concorrenti al primo giro anziché ridurlo. È uno degli argomenti che alimentano la discussione dentro Fratelli d’Italia e spiegano perché, allo stato attuale, il partito non abbia chiuso la questione.
Da qui anche l’ipotesi, ancora oggetto di confronto, di chiedere allo stesso Pera di ritirare la propria proposta. Una scelta del genere eliminerebbe il testo dal percorso parlamentare e consentirebbe alla maggioranza di rinviare la decisione sul meccanismo.
La prova dell’Aula arriverà il 9 settembre
Il calendario porta il confronto al 9 settembre. Il provvedimento dovrebbe approdare in Aula senza relatore, trasformando la discussione parlamentare nel passaggio nel quale la maggioranza dovrà verificare la tenuta delle proprie posizioni sui punti più controversi.
Tra questi resta anche la norma anti-cespugli. Non è escluso che la maggioranza scelga di modificarla invece di cancellarla. Un emendamento firmato dal senatore di Fratelli d’Italia Matteo Gelmetti propone di non conteggiare, ai fini della cifra elettorale nazionale, le formazioni che restano sotto il 2 per cento. Il testo approvato alla Camera fissava invece la soglia al 3 per cento.
La modifica avrebbe quindi l’effetto di intervenire sul meccanismo senza eliminarlo. Anche su questo punto il centrodestra deve ancora stabilire quale soluzione portare avanti nel passaggio decisivo.
Un altro capitolo riguarda la rappresentanza di genere. La maggioranza ha presentato l’emendamento sulle preferenze sostenuto da Giorgia Meloni, ma l’accordo sottoscritto dai partiti all’inizio di agosto prevede che l’equilibrio della rappresentanza sia imposto dal secondo posto in lista in poi. Resta dunque da verificare se la disciplina sui capilista bloccati subirà ulteriori modifiche.
Il quadro mostra una riforma già entrata nella fase parlamentare, ma ancora priva di una definizione conclusiva sui suoi punti politicamente più sensibili. Il termine per il deposito degli emendamenti ha fissato le posizioni. L’Aula dovrà invece stabilire quali di queste potranno trasformarsi in norme.
L’opposizione prepara una linea comune
Le opposizioni hanno scelto di arrivare al confronto con una parte delle proposte sottoscritta unitariamente. Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e Italia Viva hanno presentato otto emendamenti comuni.
Tra le richieste figura un sistema fondato sulle preferenze per tutti i candidati e la cancellazione dell’obbligo di indicazione del premier. Sono due modifiche che intervengono direttamente sui meccanismi di scelta degli eletti e sulla modalità con cui gli elettori esprimono il proprio orientamento politico.
La segretaria del Pd Elly Schlein ha collegato la contestazione dell’opposizione soprattutto al possibile inserimento del ballottaggio. “Hanno deciso di fare una mossa disperata e che renderebbe questa pessima legge ancor più incostituzionale: inserire il ballottaggio”, ha dichiarato.
Schlein ha poi accusato la presidente del Consiglio di costruire la riforma sulla base delle convenienze politiche del momento: “È vergognoso questo atteggiamento proprietario delle istituzioni, per cui Meloni legge i sondaggi del giorno e prova a costruirsi una legge elettorale su misura”.
La segretaria dem ha annunciato quindi una linea comune delle opposizioni: “Con le altre opposizioni faremo muro, e continueremo a parlare noi dei problemi veri degli italiani, che lei ha completamente dimenticato”.
Il confronto, dunque, si prepara a spostarsi dalle singole proposte alla tenuta dei numeri e degli accordi politici. Da una parte la maggioranza deve trovare una sintesi sui meccanismi più delicati; dall’altra le opposizioni hanno già individuato nel ballottaggio il punto sul quale concentrare la contestazione.
Una maggioranza chiamata alla sintesi
Il deposito dei 697 emendamenti non chiude la partita. La apre nella sede parlamentare, dove le diverse posizioni dovranno misurarsi sul testo e sulle possibilità concrete di modifica.
Per il centrodestra, il passaggio più complesso resta quello di trovare una soluzione che tenga insieme esigenze diverse: il modello di assegnazione della maggioranza, la rappresentanza politica delle formazioni minori, l’equilibrio tra uomini e donne nelle liste e il rapporto tra primo e secondo turno.
Il ballottaggio rappresenta il punto più esposto perché coinvolge direttamente la competizione interna alla coalizione. Forza Italia ha scelto di non depositare la soglia del 40 per cento, la Lega mantiene il proprio no e Fratelli d’Italia non ha ancora escluso una soluzione. La proposta personale di Pera consente intanto di mantenere aperto il confronto in Aula.
Il 9 settembre sarà quindi il primo vero banco parlamentare della riforma. Fino a quel momento, la maggioranza potrà ancora intervenire sui testi e cercare una posizione comune. Dopo l’arrivo in Aula, il confronto entrerà nella fase nella quale ogni scelta dovrà misurarsi con gli emendamenti depositati, i rapporti tra i partiti e i numeri parlamentari.
