Gli irlandesi votano “no”: l’Islanda resta fuori dall’Ue. Bruxelles: rispettiamo la decisione del popolo
Il risultato interrompe l’iniziativa della coalizione guidata da Kristrún Frostadóttir, ma non modifica i rapporti già stretti tra Reykjavik e le istituzioni europee attraverso Spazio economico europeo, Schengen e mercato unico.
L’Islanda resta fuori dall’Unione europea. Nel referendum di sabato, il 52,5% degli elettori ha votato “no” alla proposta di riprendere i negoziati di adesione interrotti oltre un decennio fa, contro il 47,5% dei “sì”. Ha votato l’80% degli islandesi e anche se il conteggio non è ancora formalmente concluso in una delle sei circoscrizioni, i voti ancora da scrutinare non sono sufficienti a ribaltare il risultato.
La consultazione non riguardava direttamente l’ingresso nell’Unione. Agli elettori veniva chiesto se riaprire il negoziato con Bruxelles; anche in caso di vittoria del “sì”, un eventuale accordo avrebbe dovuto essere sottoposto a un secondo referendum. Il voto rappresentava quindi una scelta sulla direzione politica del Paese e riporta in primo piano una questione che l’Islanda affronta da anni senza aver mai completato il percorso di adesione.
Per la premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir e per il ministro degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, leader di Viðreisn, il risultato costituisce una battuta d’arresto. Il referendum era uno degli impegni della coalizione entrata al governo alla fine del 2024, formata da Alleanza socialdemocratica, Viðreisn e Partito del popolo.
La capitale sceglie una strada diversa
Il risultato evidenzia una frattura geografica precisa. Reykjavik ha votato in maggioranza per la riapertura del negoziato: il “sì” ha raggiunto il 57,5% nella circoscrizione settentrionale della capitale e il 54,5% in quella meridionale. Fuori da Reykjavik il rapporto si è invece rovesciato. Nel sud il “no” ha superato il 60%, così come nelle regioni settentrionali e occidentali.
La divisione riflette anche la diversa struttura economica dei territori. Nelle aree urbane il rapporto con l’Unione europea viene valutato soprattutto attraverso il mercato, gli investimenti e la stabilità finanziaria. Nelle comunità più legate alla pesca, all’agricoltura e allo sfruttamento delle risorse naturali pesa invece la difesa del controllo nazionale.
La pesca è stata il tema più sensibile. Il controllo delle acque territoriali e delle quote rappresenta da decenni uno dei nodi principali nei rapporti tra Reykjavik e Bruxelles. Per gli oppositori dell’adesione, accettare la politica comune della pesca significherebbe esporre una risorsa centrale dell’economia islandese a decisioni assunte a livello europeo.
Gudrun Hafsteinsdóttir, leader del Partito dell’indipendenza e una delle principali esponenti del fronte del “no”, aveva sostenuto durante la campagna che eventuali concessioni ottenute da Bruxelles non avrebbero garantito nel tempo la tutela degli interessi islandesi. La pesca rappresenta quasi il 40% delle esportazioni di beni del Paese.
Il nodo dei tassi e della corona
Gli argomenti economici hanno occupato una parte rilevante anche della campagna a favore del negoziato. L’Islanda mantiene un costo del denaro molto superiore a quello dell’eurozona: il tasso di riferimento della banca centrale islandese è indicato all’8%, mentre quello della Banca centrale europea è al 2,25%.
Per i sostenitori del ritorno al tavolo europeo, una prospettiva di adesione all’Unione e, successivamente, di adozione dell’euro avrebbe potuto ridurre la vulnerabilità della corona islandese, favorire una diminuzione dei tassi e alleggerire il costo di mutui e finanziamenti. Gli oppositori hanno contestato questa impostazione, sostenendo che inflazione, costo della vita e squilibri economici debbano essere affrontati dalle istituzioni islandesi senza trasferire le decisioni a Bruxelles.
Il referendum ha dunque messo a confronto due diverse valutazioni della sovranità economica. Da una parte l’idea che una maggiore integrazione possa offrire a un’economia di piccole dimensioni strumenti di stabilità più solidi; dall’altra la convinzione che proprio la libertà di gestire pesca, risorse naturali e politica economica rappresenti un vantaggio da preservare.
Un Paese già dentro il mercato europeo
La particolarità della posizione islandese è che il Paese è già profondamente integrato nelle strutture economiche europee pur non appartenendo all’Unione. Dal 1994 fa parte dello Spazio economico europeo e dell’Associazione europea di libero scambio; aderisce inoltre all’area Schengen, partecipa al mercato unico e applica una quota consistente della normativa europea.
Reykjavik prende parte anche a numerosi programmi e agenzie dell’Unione, ma non dispone del diritto di voto nelle istituzioni che elaborano le regole alle quali, in molti settori, deve poi adeguarsi. È stato questo uno degli argomenti principali del fronte favorevole alla riapertura dei negoziati: entrare nell’Unione avrebbe consentito all’Islanda di passare dalla posizione di Paese che recepisce molte norme europee a quella di membro che partecipa direttamente alla loro definizione.
Il rapporto con Bruxelles era tornato al centro del dibattito dopo la crisi finanziaria del 2008, che colpì duramente il sistema bancario islandese. Reykjavik presentò la domanda di adesione nel luglio 2009 e i negoziati iniziarono l’anno successivo. Il percorso raggiunse una fase avanzata: furono aperti 27 capitoli negoziali e 11 vennero provvisoriamente chiusi.
Dal congelamento del 2013 al voto
Il cambio di governo del 2013 bloccò però il processo. Nel marzo 2015 Reykjavik comunicò all’Unione europea di non voler più essere considerata un Paese candidato. Anche allora le divergenze riguardavano soprattutto pesca, agricoltura e gestione delle risorse naturali.
La questione europea è tornata negli ultimi anni dentro un quadro internazionale diverso. La guerra in Ucraina, le tensioni commerciali e la crescente competizione strategica nell’Artico hanno rafforzato tra i sostenitori dell’integrazione l’idea che un Paese di circa 400 mila abitanti possa avere maggiore capacità di tutela all’interno dell’Unione.
L’Islanda è già membro della Nato e occupa una posizione strategica nel Nord Atlantico, tra Europa, Groenlandia e Nord America. Nel dibattito interno sono entrate anche le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia, che hanno riportato al centro la sicurezza e gli equilibri nell’Artico. Nella consultazione, tuttavia, le questioni legate alla sovranità economica e al controllo delle risorse hanno prevalso sulle considerazioni strategiche.
Frostadóttir aveva definito il referendum un passaggio decisivo per stabilire se riaprire il dossier europeo. La premier aveva anche precisato che, in caso di vittoria del “sì”, la decisione finale sull’eventuale adesione sarebbe comunque spettata agli elettori attraverso una nuova consultazione. Alla vigilia del voto aveva assicurato che avrebbe rispettato qualsiasi risultato.
Bruxelles prende atto della decisione
La Commissione europea ha preso atto del risultato. “La Commissione ha accettato l’esito del referendum in Islanda e rispetta la decisione del popolo islandese. L’Islanda rimane uno stretto partner dell’Unione europea”, ha dichiarato un portavoce dell’Esecutivo comunitario.
Anche il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha contattato Frostadóttir. I due leader hanno ribadito la volontà di rafforzare la cooperazione tra l’Islanda e l’Unione europea, lasciando aperto il rapporto istituzionale nonostante la decisione degli elettori.
Il voto chiude quindi, almeno per questa fase, l’ipotesi di riaprire formalmente il negoziato. Non interrompe però i legami già esistenti: l’Islanda continuerà a essere strettamente integrata nel mercato e in numerose strutture europee senza assumere gli obblighi politici e istituzionali derivanti dalla piena appartenenza.
È questa la formula che gli elettori hanno scelto ancora una volta: mantenere un’elevata integrazione con l’Europa senza trasferire a Bruxelles il controllo delle decisioni considerate più direttamente legate alla sovranità nazionale.
