Il lupo torna a crescere in Italia: 3.500 esemplari e più avvistamenti vicino alle città

Tra il 2017 e il 2024 Ispra ha registrato 19 episodi, ma soltanto sette animali sono stati coinvolti. Una sola lupa è associata a 11 casi: per gli esperti si tratta di comportamenti anomali.

lupi

Il monitoraggio nazionale dell’Ispra ha censito in Italia circa 3.500 lupi, sulla base dei dati raccolti tra il 2018 e il 2022, mentre gli esperti stimano che oggi la popolazione sia aumentata di circa 150 esemplari, soprattutto nell’area alpina. Gli avvistamenti vicino ai centri abitati sono più frequenti, ma il rischio per le persone resta molto basso.

Piero Genovesi, responsabile del Servizio per il coordinamento della fauna selvatica dell’Ispra, ha precisato che “le aggressioni da lupo rimangono un fenomeno rarissimo, quindi non c’è un reale rischio per le persone, però negli ultimi anni stiamo vedendo un aumento di questi casi che monitoriamo con grande attenzione”.

Il tema torna al centro del confronto anche per una modifica normativa intervenuta nel 2026. A marzo l’Italia ha recepito la direttiva europea del 2025 sullo status di protezione del lupo, che modifica la disciplina precedente: l’animale è passato dalla categoria di “specie altamente protetta” a quella di “specie protetta”. Le norme italiane dovranno essere adeguate entro gennaio 2027.

Un censimento nazionale con criteri uniformi

Il numero di 3.500 esemplari deriva dal primo monitoraggio realizzato dall’Ispra su scala nazionale con un protocollo uniforme. Lo studio ha utilizzato procedure comuni per il campionamento e l’analisi dei dati, insieme a metodi statistici elaborati per stimare consistenza e distribuzione della popolazione.

Il dato, sottolineano gli esperti, non rappresenta un conteggio minimo. È una stima della popolazione effettivamente presente sul territorio, costruita su una metodologia omogenea. In precedenza, invece, i lupi venivano censiti soprattutto a livello locale o regionale, attraverso sistemi di rilevazione non sempre comparabili tra loro.

Il monitoraggio ha quindi fornito per la prima volta una fotografia complessiva della presenza del predatore in Italia. La successiva crescita stimata di circa 150 unità riguarda soprattutto l’area alpina, ma la distribuzione della specie rimane molto ampia.

Genovesi ha richiamato un elemento decisivo per comprendere l’evoluzione della popolazione: il lupo è un animale territoriale e vive in branchi. “I numeri raccontano solo parte della storia”, ha spiegato, perché i branchi occupano territori nei quali non accettano altri animali della stessa specie. Per questo la crescita numerica non procede necessariamente in modo rapido: quando si libera un territorio, la specie tende invece a occuparlo.

Dalla quasi estinzione alla presenza diffusa

La situazione attuale è il risultato di una forte espansione della specie negli ultimi decenni. Cinquant’anni fa il lupo era vicino all’estinzione in Italia; oggi è presente in un’area molto più vasta, dalle zone alpine alla pianura e fino a territori costieri e prossimi ai centri urbani.

La capacità di adattarsi a contesti diversi spiega anche l’aumento degli avvistamenti in prossimità delle città. La presenza di un lupo vicino a un’abitazione o a un centro abitato, tuttavia, non equivale automaticamente a un comportamento aggressivo.

Il problema riguarda anche la gestione delle interazioni con gli allevamenti e con le attività umane. La maggiore diffusione della specie rende necessario distinguere tra la semplice presenza dell’animale, la predazione sul bestiame e i comportamenti che possono indicare una perdita della naturale diffidenza nei confronti dell’uomo.

Per gli esperti, questa distinzione è essenziale anche quando gli avvistamenti alimentano allarmi sulla sicurezza delle persone. Il dato nazionale sulle aggressioni non descrive infatti un fenomeno generalizzato.

Pochi animali dietro gli episodi di aggressione

Tra il 2017 e il 2024 Ispra ha registrato 19 episodi di aggressione attribuiti a lupi. Il dato più significativo riguarda però il numero degli animali coinvolti: sono stati soltanto sette gli esemplari protagonisti complessivamente dei casi censiti.

Una singola lupa è stata associata a 11 degli episodi. La concentrazione dei casi su un numero così limitato di animali costituisce, secondo gli esperti, un elemento importante per interpretare il fenomeno.

I dati sono stati raccolti anche attraverso la collaborazione con il progetto europeo Life Wild Wolf, cofinanziato dall’Unione europea, che sostiene le autorità nelle attività di prevenzione e nella gestione delle interazioni tra uomo e lupo.

La lettura fornita dagli esperti è che gli episodi di aggressione rappresentino eccezioni rispetto al comportamento abituale della specie. Gli animali coinvolti nei casi problematici possono avere sviluppato comportamenti anomali, tema che viene studiato nella ricerca sulla fauna selvatica e nella gestione dei conflitti tra grandi carnivori e popolazione.

Il nuovo status cambia la gestione

Il secondo elemento che ha riaperto il confronto è il cosiddetto “downlisting”, cioè il passaggio dalla categoria di specie “altamente protetta” a quella di specie “protetta”. La modifica discende dalla direttiva europea del 2025 ed è stata recepita dall’Italia nel marzo 2026.

Il cambiamento non coincide automaticamente con un nuovo regime operativo per il territorio italiano. La legislazione nazionale deve infatti essere adeguata entro gennaio 2027, e sarà quella disciplina a definire concretamente gli strumenti di gestione disponibili.

Il caso tedesco mostra la direzione che alcuni Paesi stanno già valutando. La Germania ha recepito la nuova direttiva e si prepara a modificare la propria legislazione sulla caccia. Il percorso italiano è ancora nella fase di adeguamento normativo.

La questione resta quindi aperta su due piani distinti: da una parte la conservazione di una specie che negli ultimi decenni ha ampliato la propria presenza; dall’altra la gestione delle situazioni di conflitto, soprattutto nelle aree in cui l’espansione del lupo aumenta le occasioni di contatto con allevatori e popolazione.

Conservazione e convivenza restano i due fronti

Il dato dei circa 3.500 esemplari fotografato dall’Ispra non può essere letto soltanto come una misura della consistenza numerica. La distribuzione territoriale, la struttura dei branchi e il comportamento dei singoli animali incidono sulla natura degli incontri con le persone e sugli eventuali problemi per gli allevamenti.

Anche gli avvistamenti nei pressi dei centri abitati devono quindi essere valutati caso per caso. L’assenza di un rischio ordinario per la popolazione non esclude la necessità di monitorare gli episodi anomali, soprattutto quando un animale perde la naturale distanza dall’uomo.

Il quadro normativo europeo è intanto cambiato e l’Italia dovrà tradurre il nuovo status di protezione nella propria legislazione entro il prossimo gennaio. Sarà quel passaggio a stabilire come conciliare la tutela della specie con gli strumenti di prevenzione e gestione dei conflitti.