Gadi Eisenkot si aggiudica 52-53 seggi contro i 50 della coalizione di Benjamin Netanyahu, secondo gli exit poll diffusi alla chiusura dei seggi in Israele. Il blocco di opposizione supera di misura la maggioranza uscente, mentre il Likud scende a 24-25 deputati dai 32 del 2022 e le liste arabe salgono a 18 seggi. Nessuno schieramento raggiunge i 61 necessari per governare, e il presidente Isaac Herzog dovrà scegliere chi incaricare dopo i risultati definitivi attesi non prima di giovedì.
- Il Likud perde otto seggi, l’opposizione avanza
- Herzog sceglie chi incaricare, la legge non lo vincola
- L’opposizione parla di sconfitta del “governo del 7 ottobre”
- Le liste arabe diventano l’ago della bilancia
- Le tre strade percorribili, tutte in salita
- Netanyahu resta in interim fino alla fine dei negoziati
Il Likud perde otto seggi, l’opposizione avanza
Il partito di Netanyahu ottiene 24-25 deputati contro i 32 delle elezioni del 2022: un calo di otto seggi che ridimensiona la forza del primo partito israeliano. Il blocco guidato da Eisenkot si ferma a 52-53 seggi, due o tre in più della coalizione uscente, ma resta lontano dalla soglia di 61 necessaria per formare un governo. I restanti 18 seggi vanno ai partiti arabi, contro i dieci del 2022. L’affluenza definitiva al 77,7% è il dato più alto dal 2001 e ha contribuito a modificare le stime della vigilia.
Herzog sceglie chi incaricare, la legge non lo vincola
La decisione sull’incarico spetta al presidente Isaac Herzog, che la legge non obbliga ad affidare il mandato né al leader del partito di maggioranza né a quello del blocco principale, ma solo a colui che a suo insindacabile giudizio ha le migliori possibilità di ottenere la fiducia della Knesset. Netanyahu ha rivendicato il diritto all’incarico se il Likud si confermerà primo partito; Eisenkot ha fatto lo stesso se la sua coalizione avrà più voti. Un braccio di ferro politico che si profila già nel pomeriggio del voto.
L’opposizione parla di sconfitta del “governo del 7 ottobre”
Eisenkot e il leader dei Democratici Yair Golan hanno sottolineato come il voto rappresenti una voglia di cambiamento e la sconfitta del “governo del 7 ottobre” e di Netanyahu, che i cittadini “hanno mandato a casa”. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha ribattuto che “una cosa sembra piuttosto chiara: il Likud è il primo partito in Israele”, definendo “prematuro” l’entusiasmo della coalizione. Dall’ultradestra, Itamar Ben Gvir ha avvertito che una grande coalizione che lasciasse fuori il suo partito sarebbe “un terribile errore”, mentre Bezalel Smotrich ha ribadito che “a Gaza sorgeranno insediamenti ebraici”.
Le liste arabe diventano l’ago della bilancia
I partiti arabi raggiungono 18 seggi contro i dieci del 2022, un risultato che li rende potenzialmente decisivi per la formazione di qualsiasi maggioranza. “Formazione importante e solida che non può essere ignorata, indipendentemente dallo scenario politico”, ha dichiarato il leader della Lista Araba Unita Youssef Jabareen. Una loro partecipazione diretta a un esecutivo di coalizione appare però difficile: sullo Stato palestinese Eisenkot e i centristi non la pensano diversamente dalla destra. Se il blocco di opposizione vuole evitare un ritorno alle urne, dovrà trovare una soluzione che gli permetta di superare almeno lo scoglio della fiducia.
Le tre strade percorribili, tutte in salita
Una prima possibilità è un’alleanza con la destra religiosa sefardita dello Shas, uscita dal governo per le polemiche sull’arruolamento degli haredim, fin qui esentati dal servizio militare. Gli exit poll attribuiscono a questo scenario 58 seggi, comunque insufficienti; e Eisenkot, sefardita ma anche ex capo di stato maggiore che ha difeso l’obbligo di leva per tutti, si troverebbe di fronte allo stesso problema, con qualsiasi concessione politica che gli farebbe perdere credibilità presso i vertici militari.
La seconda via è un’astensione degli arabi che desse via libera a un governo di minoranza. Dato il rifiuto di gran parte dell’opposizione a uno Stato palestinese, è difficile ipotizzare quale potrebbe essere la moneta di scambio, se non la testa di Netanyahu, ovvero l’impegno a formare una Commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre che chiarisca le responsabilità dell’esecutivo e del premier uscente.
La terza è un governo di grande coalizione con il Likud, scenario sostenuto da almeno una parte dell’Amministrazione Trump e non senza precedenti, che però toglierebbe credibilità a una coalizione che ha basato l’intera campagna elettorale sul mandare a casa Netanyahu, il quale in questo modo si assicurerebbe la permanenza al potere.
Netanyahu resta in interim fino alla fine dei negoziati
Per legge, Netanyahu regge comunque l’interim fino a che non saranno terminati i negoziati per la formazione dell’esecutivo, oppure, in caso di mancato accordo, fino al ritorno alle urne. I tempi potrebbero essere di settimane, se non mesi. Non sono ancora stati resi noti i dettagli definitivi sui seggi assegnati alle singole liste, che saranno diffusi non prima di giovedì e potrebbero divergere dalle stime degli exit poll per effetto della soglia di sbarramento e dell’affluenza record.

