Addio a Cirino Pomicino, il viceré di Napoli che sopravvisse a Tangentopoli e alla Prima Repubblica

Con la morte, avvenuta a Roma nella clinica Quisisana, scompare a 86 anni il più longevo testimone del potere democristiano di corrente andreottiana: ministro due volte, parlamentare sette, eurodeputato e scrittore politico sotto pseudonimo.

Cirino Pomicinook

Cirino Pomicino

Paolo Cirino Pomicino è morto ieri pomeriggio alle 16 nella clinica Quisisana di Roma. Aveva 86 anni. Era ricoverato da qualche giorno. Medico di formazione, politico di professione, ministro della Funzione pubblica nel governo De Mita e del Bilancio nei governi Andreotti VI e VII, deputato per sei legislature alla Camera e brevemente eurodeputato, Pomicino è stato per oltre trent’anni una delle figure più riconoscibili della Democrazia cristiana di corrente andreottiana. Il suo soprannome, “‘o Ministro”, non aveva bisogno di glosse: a Napoli, e non solo, bastava quello.

Nato nel capoluogo campano il 3 settembre 1939, quinto di sette figli di una famiglia benestante, Pomicino si laureò in medicina e si specializzò in malattie nervose e mentali, esercitando all’ospedale Cardarelli. La politica era già nel sangue: nel 1970 fu eletto consigliere comunale della Dc a Napoli. Ma fu l’incontro con Giulio Andreotti, nel 1974, a segnare il punto di svolta. Da quel momento, Pomicino divenne uno degli uomini più influenti della corrente che Andreotti guidava — la cosiddetta corrente “Primavera” — e nel 1976 arrivò per la prima volta alla Camera.

Due ministeri e il peso del potere

Negli anni Ottanta Pomicino raggiunse l’apice. Ministro della Funzione pubblica tra il 1988 e il 1989 nel governo De Mita, poi titolare del Bilancio e della programmazione economica dal 1989 al 1992 nei governi Andreotti VI e VII, fu presidente della commissione Bilancio alla Camera e uno dei nodi centrali della rete di potere democristiana a Napoli e nel Mezzogiorno. Era considerato, non senza ragione, il “viceré” della sua città. Con Tangentopoli e l’inchiesta Mani Pulite, avviata nel 1992, quella stagione si chiuse bruscamente.

Pomicino subì 42 processi. Ne uscì con 40 assoluzioni e 2 condanne: la prima a 1 anno e 8 mesi per la cosiddetta tangente Enimont, la seconda a 2 mesi per fondi neri dell’Eni. Trascorse 17 giorni nel carcere di Poggioreale, poi fu trasferito ai domiciliari per ragioni di salute cardiaca. Non si sottrasse mai, neppure allora, al confronto pubblico. “Le tangenti? La corruzione? Sono stati il prezzo pagato per la stabilizzazione del Paese”, disse in una delle sue molte interviste dell’epoca. Una frase che molti non gli perdonarono e che lui non ritirò mai.

La lunga resistenza nella Seconda Repubblica

Quello che sarebbe stato per altri la fine della carriera, per Pomicino fu solo un’interruzione. Dopo una fase con Clemente Mastella e la sua Udeur — con cui fu eletto al Parlamento europeo nel 2004 — rientrò a Montecitorio nel 2006, per la sesta volta, nella lista formata dalla Dc insieme al Nuovo PSI. Nel 2008 non fu ricandidato. Due anni dopo aderì all’Udc, di cui divenne dirigente.

Dal 2008 al 2011 ricoprì anche l’incarico di presidente del Comitato tecnico-scientifico per il controllo strategico nelle amministrazioni dello Stato, a fianco di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Parallelamente scrisse di politica sul “Giornale” e su “Libero” con lo pseudonimo “Geronimo”, acquisendo una nuova riconoscibilità come commentatore. Sul piano personale, Pomicino aveva combattuto per decenni con seri problemi cardiaci, sopravvivendo a più interventi di bypass. Era questa, secondo i suoi amici, la vera misura della sua tempra.

Il cordoglio trasversale della classe politica

Le reazioni alla notizia della morte sono arrivate da tutto l’arco parlamentare, con un tono insolitamente concorde. Matteo Renzi lo ha definito “una delle personalità più raffinate della Prima Repubblica e una delle menti più interessanti e anticonformiste di questa lunga stagione di transizione politica”. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di Forza Italia, pur precisando di non averne condiviso molte valutazioni, ha ricordato in lui “un interlocutore intelligente, ben più colto dei suoi detrattori”.

Pier Ferdinando Casini ha parlato di “ministro di rara intelligenza” e di “parlamentare appassionato e competente”, sottolineando la capacità di Pomicino di restare presente anche nella Seconda Repubblica. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha espresso “vicinanza e sentite condoglianze” alla famiglia. Clemente Mastella, sindaco di Benevento e suo antico alleato, ha scritto di aver “riletto la triste notizia due volte, incredulo”, ricordando l’ultima telefonata avvenuta circa venti giorni fa.