“Coesione e competenza”: Costa nuovo capogruppo FI alla Camera chiude il rinnovo parlamentare imposto dalla famiglia Berlusconi

Barelli propone il proprio successore e si fa da parte in un’assemblea notturna a Montecitorio, mentre rimane incerto il suo futuro e aperto il dibattito sul timing del congresso nazionale del partito.

Enrico Costa

Enrico Costa

Un cambio ordinato, quasi rituale. Enrico Costa diventa capogruppo di Forza Italia alla Camera senza opposizioni, con la benedizione di chi lascia e l’assenza del segretario che regola dall’esterno. Il rinnovamento chiesto da Arcore dopo il tracollo al referendum sulla giustizia si completa nella forma: i nodi politici — dal congresso ai vice, dal futuro di Barelli all’identità liberal del partito — sono tutti ancora da sciogliere.

La serata che non doveva sorprendere

Ore 20, sala Colletti, palazzo dei gruppi di Montecitorio. L’assemblea del gruppo azzurro dura venti minuti. Antonio Tajani è assente. È Paolo Barelli, l’uscente, a prendere la parola per primo e a fare il nome di Costa come candidato unico. Poi l’applauso dei deputati presenti, tra cui Marta Fascina, ultima compagna di Silvio Berlusconi. Nessun voto contrario, nessuna scheda. Prosecco Valdobbiadene a chiudere la serata.

La scena è costruita per non lasciare spazio all’interpretazione: Barelli esce senza sconfitte da registrare, Costa entra senza nemici da neutralizzare, Tajani supervisiona a distanza. Un avvicendamento, nelle intenzioni, che avrebbe dovuto essere analogo a quello del Senato — le dimissioni di Maurizio Gasparri e l’elezione di Stefania Craxi, avvenute quasi tre settimane fa — ma che in realtà ha richiesto più tempo, più mediazione, e più pressione da parte della famiglia Berlusconi per trovare la composizione definitiva.

Costa prende la parola subito dopo l’acclamazione. Il suo discorso è breve e segnala una precisa collocazione politica: “Assumo questo ruolo con un bagaglio di valori liberali mettendo al centro la persona e la sua libertà di scelta. Un centrodestra moderno si deve occupare di libertà e diritti”. Cita come suo “maestro” Nicolò Ghedini, il potente avvocato e parlamentare berlusconiano scomparso nel 2022. Le parole d’ordine, dice, saranno “coesione e competenza”. Annuncia che parlerà con ciascun deputato individualmente per “fare le scelte giuste, rispettando e valorizzando la storia di ciascuno.”

Barelli, l’uscita senza portone

Il destino di Paolo Barelli resta sospeso. Secondo fonti di maggioranza, all’ex capogruppo sarebbe stata offerta la poltrona di sottosegretario al ministero dei Rapporti con il Parlamento, incarico compatibile — tecnicamente e politicamente — con la presidenza della Federnuoto, carica alla quale non intende rinunciare. Ma Barelli non conferma. Ai giornalisti che lo incalzano al termine dell’assemblea risponde con una cautela che suona come un avvertimento a non forzare i tempi: “Non ho assolutamente nessuna richiesta. Se mi chiederanno qualcosa vedremo, ma non c’è nulla, sennò vi direi fesserie.”

Il consiglio dei ministri che dovrebbe procedere alla nomina di nuovi sottosegretari — ipotizzato per giovedì — non è ancora stato convocato. Il passaggio formale, dunque, attende. Nel frattempo Barelli resta in una posizione di transizione definita, nella nota ufficiale, con la formula generica di chi “resta a disposizione del gruppo.” Tajani lo ringrazia pubblicamente: “Il suo lavoro sarà ancora prezioso per il futuro del nostro movimento.” Una liquidazione cortese, con la porta lasciata socchiusa.

Sul resto dell’organigramma — la eventuale sostituzione del vicecapogruppo vicario Raffaele Nevi e degli altri vice — si deciderà in seguito. Nessuna data, nessun nome circolato. La priorità, per ora, era chiudere la questione del vertice. Il resto può aspettare.

Il congresso e la questione del potere interno

Il nodo più politicamente rilevante non è però quello dell’organigramma, ma quello del congresso. La famiglia Berlusconi vorrebbe rinviarlo a dopo le elezioni politiche. Si tratta di una posizione che, tradotta, significa: nessuna verifica interna del consenso finché il quadro esterno non è definito. Un congresso in campagna elettorale, o subito dopo, sarebbe un’arena nella quale le correnti — e le ambizioni personali — potrebbero emergere in modo imbarazzante.

Su questo è atteso per domani mattina un incontro tra Giorgio Mulè e Tajani, anche se la conferma non è arrivata per via degli impegni del ministro degli Esteri, atteso a Berlino. Mulè lascia l’assemblea con una battuta affilata, costruita sul modello della Pace di Augusta del 1555: “Cuius regio, eius congressi.” Il senso è chiaro: chi controlla il territorio decide i tempi e le modalità del congresso. Un modo elegante per dire che la partita non è ancora chiusa, e che i contendenti interni al partito non hanno ancora smesso di misurare i rapporti di forza.

Forza Italia si presenta al nuovo ciclo parlamentare con una guida rinnovata alla Camera, un’identità liberal rivendicata con più insistenza del solito, e una struttura interna che rimanda a più tardi le scelte che contano davvero. Costa arriva con un mandato di facciata sobrio e con il compito reale, molto più complesso, di tenere insieme un gruppo che ha perso voti, credibilità referendaria e, in parte, direzione politica. Il brindisi con il prosecco chiude la cerimonia. La politica, quella vera, ricomincia domani.