È morto Jesse Jackson, il predicatore che insegnò all’America nera a sognare la Casa Bianca
Il reverendo battista, storico protagonista dei diritti civili e due volte sfidante alle primarie democratiche, si è spento a ottantaquattro anni nella sua casa di Chicago dopo una lunga malattia neurodegenerativa.
Jesse Jackson
È morto Jesse Jackson. La famiglia ha annunciato la scomparsa del reverendo battista senza indicare la causa ufficiale del decesso, ma da anni la notizia era nell’aria: nel 2017 gli era stato diagnosticato il morbo di Parkinson e dallo scorso novembre era ricoverato per una condizione neurodegenerativa aggravatasi in modo irreversibile. Aveva ottantaquattro anni. Viveva a Chicago, la città che lo aveva consacrato, che lo aveva logorato, che non aveva mai smesso di identificarlo come uno dei suoi figli più scomodi e necessari.
“La sua incrollabile fede nella giustizia, nell’uguaglianza e nell’amore ha sollevato milioni di persone”, hanno scritto i familiari nell’annuncio ufficiale, chiedendo che la sua memoria venga onorata “continuando a lottare per i valori secondo cui viveva”. Parole calibrate, solenni, degne di un uomo che parlava sempre come se stesse officiando una funzione. In fondo, Jesse Jackson non aveva mai smesso di farlo.
Un’origine nella miseria del Sud segregato
Jesse Louis Burns — questo il nome con cui venne registrato all’anagrafe — nacque nella povertà della Carolina del Sud, in quel Sud della segregazione e della discriminazione che avrebbe combattuto per tutta la vita. Sua madre era una maggiorette sedicenne; suo padre, un ex pugile già sposato con un’altra donna. Il cognome Jackson arrivò anni dopo, con l’adozione da parte del patrigno, un uomo che, secondo quanto lo stesso reverendo avrebbe raccontato, non lo considerò mai davvero un figlio.
Fu in Martin Luther King che Jesse trovò ciò che cercava: una figura paterna, un mentore, un orizzonte. Eppure rimase sempre un battitore libero all’interno del movimento per i diritti civili, refrattario alle gerarchie, insofferente ai ruoli secondari. Aveva ventisette anni quando, sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, assistette all’assassinio di King. Sostenne in seguito di aver sorretto il corpo del reverendo morente, e andò in televisione con quella camicia a dolcevita verde macchiata di sangue a rendere il suo resoconto — contestato da altri testimoni presenti — della scena.
Quella mossa rivelò molto dell’uomo: il coraggio e il calcolo convivevano in lui senza imbarazzo. Qualche tempo prima, con King, aveva preso parte alle storiche marce da Selma a Montgomery. Erano i giorni in cui la storia americana si decideva per strada.
La “coalizione arcobaleno” e le due sfide presidenziali
La notorietà raggiunse il suo culmine negli anni Ottanta. Nel 1984 Jackson si candidò alle primarie democratiche raccogliendo oltre tre milioni di voti; nel 1988 quasi sette milioni, con più di milleduecento delegati. La nomination non arrivò mai, ma non era quello l’obiettivo dichiarato. “La mia corsa non è mai stata solo per la Casa Bianca”, spiegò, rivendicando il vero scopo della sua presenza in campo: allargare la partecipazione politica afroamericana, portare alle urne gli invisibili, dare voce a chi non l’aveva mai avuta.
Il suo messaggio era costruito attorno a una visione che lui stesso chiamò “coalizione arcobaleno”: poveri bianchi, lavoratori neri, immigrati, donne, emarginati di ogni tipo uniti da un’unica prospettiva di riscatto collettivo. “La mia base sono i dannati, gli espropriati, i mancati di rispetto e i disprezzati”, disse alla Convention democratica del 1984 con le cadenze solenni di chi conosce il potere della parola pronunciata dal pulpito. Era retorica, certo. Ma era anche politica.
Il suo modello di autosufficienza — “puoi vivere in un quartiere degradato, ma il degrado non deve essere dentro di te” — anticipò decenni di dibattito sull’emancipazione afroamericana. Eppure, come ricorda il New York Times, quella retorica trascinante era inseparabile da ombre considerevoli: l’istinto per l’autopromozione, un “io” ingombrante, e nel 2001 la rivelazione di una figlia avuta con una dipendente della sua organizzazione. Ralph Abernathy, successore e stretto collaboratore di King, disse con amarezza al tempo della seconda candidatura presidenziale: “Spero che Dio lo perdoni”, riferendosi al tentativo di Jackson di appropriarsi dell’eredità morale del padre del movimento.
Mediatore tra dittatori, apripista per Obama
Ma Jesse Jackson non fu soltanto politica interna. Dopo le esperienze elettorali degli anni Ottanta, il reverendo dispiegò il suo carisma sul piano internazionale con una serie di missioni non ufficiali che avrebbero fatto invidia a un diplomatico di carriera. Nel 1984 volò a Damasco e ottenne dal governo siriano il rilascio del pilota militare americano Robert Goodman; subito dopo si recò a Cuba, dove Fidel Castro liberò ventitré prigionieri. Nel 1999, in piena guerra del Kosovo, incontrò Slobodan Milošević e riportò in patria tre soldati americani catturati.
Alla vigilia della prima guerra del Golfo, nel 1990, lo si trovò a Baghdad a trattare con Saddam Hussein. Missioni borderline, spesso scomode per Washington, sempre efficaci sul piano dei risultati concreti. Jackson agiva negli spazi che la diplomazia ufficiale non poteva o non voleva occupare, portando con sé la sola autorità che aveva costruito da solo: quella del predicatore che non teme nessuno.
Sul piano della politica interna, le sue candidature avevano preparato il terreno per ciò che sarebbe venuto. L’elezione di Bill Clinton — che la scrittrice Toni Morrison definì “il primo presidente nero” per la sua sintonia con la comunità afroamericana — e soprattutto quella di Barack Obama nel 2008 devono qualcosa alle battaglie condotte da Jackson nei decenni precedenti. “Io e Michelle siamo cresciuti sulle sue spalle”, ha dichiarato Obama all’annuncio della scomparsa, rendendo omaggio al primo candidato afroamericano che aveva dimostrato come la Casa Bianca non fosse, per un uomo nero, soltanto un’utopia.
Il cordoglio è stato trasversale. Perfino Donald Trump ha definito Jackson “una forza della natura”, salvo poi aggiungere — con il tempismo che lo contraddistingue — che il reverendo e Obama “non si sopportavano”, a differenza di quanto accadde nei suoi rapporti con lui. Una precisazione non richiesta, arrivata a pochi giorni dallo scandalo del montaggio con intelligenza artificiale che aveva sovrapposto i volti di Barack e Michelle Obama a corpi di scimmie. Il mondo cambia; certi riflessi, evidentemente, no.
Jesse Jackson lascia un’America che non sa ancora del tutto cosa farsene della sua eredità. Un Paese che gli deve molto e che gli ha rimproverato altrettanto. Come tutti i grandi scomodi, sarà ricordato meglio di quanto non sia stato compreso.
