Referendum giustizia, ministero contro Anm: “Svelate i donatori”. Il NO secco con Pd che difende le toghe
Cesare Parodi
La vicenda nasce da un atto di sindacato ispettivo pervenuto al ministero della Giustizia. Il parlamentare interrogante riferisce che il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati avrebbe dichiarato come il comitato “Giusto dire NO”, promosso dall’Anm in vista del referendum del 22-23 marzo sulla riforma della giustizia, abbia raccolto contributi da migliaia di cittadini attraverso donazioni volontarie. Da questa circostanza, l’interrogante deduce un potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori, configurando una forma di finanziamento indiretto dell’associazione delle toghe.
Il capo di Gabinetto del ministero, Giusi Bartolozzi, ha formalizzato la questione in un documento indirizzato al presidente dell’Anm Cesare Parodi. Nella comunicazione si sottopone alla valutazione dell’associazione “l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato ‘Giusto dire NO’ da parte di privati cittadini”. La richiesta ministeriale si inserisce nel pieno della campagna referendaria, a poche settimane dalla consultazione popolare.
La replica dell’Anm: autonomia giuridica e tutela della privacy
La risposta del presidente Parodi non si è fatta attendere. Nella lettera a Bartolozzi, inviata nel pomeriggio dello stesso giorno, il leader dell’Associazione magistrati precisa di non essere nelle condizioni di rispondere in quanto il comitato in questione rappresenta un soggetto giuridicamente autonomo, seppure promosso dall’Anm. Parodi specifica che, in qualità di socio costituente, può confermare la possibilità per privati cittadini di effettuare piccole donazioni, con l’unica condizione che non si tratti di persone con incarichi politici, trattandosi di un comitato di servizio alla cittadinanza sui temi del referendum e non di natura politica.
Il presidente dell’Anm richiama l’attenzione sulla trasparenza già garantita attraverso il sito del comitato, dove risultano riportate in modo chiaro tutte le informazioni, compreso lo statuto. Qualora necessitassero informazioni più puntuali, Parodi rimanda ai rappresentanti del comitato stesso. La replica si chiude con un’annotazione personale ma significativa: la richiesta di rendere pubblici dati di privati cittadini appare contraria alla salvaguardia della loro riservatezza, valutazione che il presidente segnala per correttezza istituzionale.
L’interrogazione del Partito Democratico al Senato
Il gruppo del Partito Democratico al Senato, con primi firmatari i componenti della commissione Giustizia Alfredo Bazoli, Franco Mirabelli, Anna Rossomando e Walter Verini, ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia sulla lettera inviata all’Anm. I senatori democratici ricostruiscono la vicenda partendo dalla comunicazione ministeriale che invita l’associazione a valutare l’opportunità di rendere noti i finanziatori del comitato per il No, richiesta formulata a seguito dell’interrogazione parlamentare presentata da Enrico Costa.
Nell’atto ispettivo si contesta la ricostruzione secondo cui le donazioni al comitato possano determinare un legame formale o economico tra donatori e Anm, tale da incidere sull’imparzialità dei magistrati iscritti all’associazione. I senatori del Pd sottolineano come dalle dichiarazioni pubbliche del presidente dell’Anm risulti in modo chiaro che il soggetto beneficiario delle donazioni non sia l’associazione, bensì il comitato per il No, che costituisce un soggetto giuridicamente autonomo e distinto dall’ente promotore.
Le censure costituzionali e la tutela delle libertà democratiche
L’interrogazione dem evidenzia come l’Anm sia un’associazione privata, finanziata prevalentemente dalle quote dei propri iscritti, senza ricevere finanziamenti diretti dallo Stato per la propria attività associativa e sindacale. La ricostruzione secondo cui le donazioni al comitato possano determinare un conflitto di interessi viene definita giuridicamente forzata e politicamente allusiva. I senatori rilevano inoltre come la richiesta ministeriale di rendere pubblici i nominativi dei donatori, oltre a non trovare fondamento in uno specifico obbligo normativo, si ponga in contrasto con la tutela della riservatezza dei cittadini e configuri una forma di pressione impropria nel pieno di una campagna referendaria.
L’iniziativa ministeriale viene collocata dai democratici in un clima di crescente tensione istituzionale nei confronti della magistratura, evocando logiche incompatibili con i principi di libertà di associazione, partecipazione politica e autonomia dell’ordine giudiziario sanciti dalla Costituzione. L’interrogazione si conclude con tre quesiti al ministro: il presupposto giuridico per sollecitare la pubblicazione dei nominativi di privati cittadini che abbiano effettuato donazioni a un comitato referendario autonomo, la valutazione sulla possibile configurazione di un’indebita pressione nei confronti di un soggetto associativo privato e dei cittadini che esercitano il proprio diritto di partecipazione politica, le iniziative per garantire il pieno rispetto dell’autonomia della magistratura e della libera partecipazione dei cittadini al confronto democratico, evitando ogni forma di interferenza o delegittimazione.
