Elezioni, l’Ungheria al bivio: Orban sfida la storia, Magyar il sistema

Il voto del 12 aprile è la prova più dura del leader magiaro in sedici anni al potere. Ma anche il sistema elettorale è un campo di battaglia

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Viktor Orbane Peter Magyar

L’Ungheria si avvicina al voto del 12 aprile con un paradosso che dice tutto sulla natura della sua democrazia: i sondaggi indipendenti assegnano a Peter Magyar e al suo Tisza un vantaggio che in qualsiasi altro sistema occidentale sarebbe sufficiente a decretare il cambio di governo, eppure Viktor Orban non è affatto fuori dai giochi. Anzi, secondo il think tank polacco Osw, il premier uscente potrebbe conservare la maggioranza parlamentare anche con un lieve svantaggio in voti. La spiegazione sta nelle regole del campo di gioco, e quelle regole le ha scritte lui.

Il sistema elettorale ungherese è una costruzione ingegnosa. Dei 199 seggi parlamentari, 106 sono assegnati in collegi uninominali a turno secco, 93 attraverso liste proporzionali. Ma la vera asimmetria sta nel meccanismo di trascinamento: i voti dei candidati sconfitti nei collegi e persino i “voti in eccesso” dei vincenti — quelli oltre la soglia necessaria per battere il secondo — confluiscono tutti nel calcolo proporzionale. Il risultato è un doppio premio per chi vince nei collegi: prima il seggio uninominale, poi un vantaggio aggiuntivo nella ripartizione delle liste. E Fidesz domina storicamente nel territorio, nei villaggi, nelle circoscrizioni rurali che rappresentano 88 dei 106 collegi. Secondo il 21 Research Centre, Fidesz conserva ancora un margine nei piccoli centri — 37% contro 33% — pur essendo indietro a livello nazionale. Tisza, stando alle stime dell’Osw, avrebbe bisogno di circa tre punti di vantaggio nazionale per tradurre quel vantaggio in una maggioranza di seggi.

A complicare ulteriormente il quadro c’è il ridisegno dei collegi approvato dal parlamento nel dicembre 2024: oltre un terzo delle circoscrizioni è stato ridisegnato, con venti collegi che presentano ancora deviazioni superiori al 10% rispetto alla media degli elettori registrati. Le circoscrizioni favorevoli all’opposizione tendono a essere più popolose; quelle favorevoli al governo, più piccole. È quello che i politologi chiamano gerrymandering, e in Ungheria non è un’accusa dell’opposizione ma una constatazione dell’Osce/Odihr, che nel suo rapporto interinale del 27 marzo lo ha messo nero su bianco senza mezze misure.

Un terreno di gioco inclinato

L’Osce non parla di brogli in senso tecnico. Parla di qualcosa di più sottile e più difficile da correggere: un campo di gioco strutturalmente asimmetrico. Il rapporto segnala che l’uso di risorse pubbliche e cariche istituzionali per finalità di campagna non è esplicitamente vietato, che non esistono limiti alle donazioni da parte di cittadini ungheresi, che non è previsto l’obbligo di conti separati né di rendiconti intermedi, e che non sono previste sanzioni per la mancata o inaccurata presentazione dei report finanziari. Sul fronte mediatico, la missione internazionale parla di “debolezze sistemiche” di lungo periodo: accesso diseguale all’informazione, pressioni sui media indipendenti, predominio di un ecosistema filogovernativo enormemente superiore per risorse e visibilità.

In questo contesto, anche i sondaggi diventano un terreno conteso. Gli istituti indipendenti — Publicus, 21 Research Centre, Zavecz, Median — convergono su un vantaggio di Magyar che oscilla tra i nove e i ventitre punti tra gli elettori decisi. Nezopont, considerato vicino al governo, fotografava invece a febbraio un Fidesz in vantaggio 46% a 40%. È una guerra dei numeri che è stata parte stessa della campagna, e che riflette una polarizzazione non solo politica ma epistemica: i due campi non condividono nemmeno le stesse fonti di realtà.

L’economia che non ha tenuto fede alle promesse

Se c’è un terreno su cui Orban arriva al voto in condizioni oggettivamente peggiori rispetto ai cicli precedenti, è quello economico. L’Ocse stima una crescita del Pil ungherese appena allo 0,3% nel 2025, con un rimbalzo previsto all’1,9% nel 2026. Gli investimenti sono crollati del 18% dall’inizio del 2023. S&P Global ha già avvertito che chiunque vinca dovrà procedere a un consolidamento dei conti. E sullo sfondo gravano 9,5 miliardi di euro di fondi europei ancora congelati per contestazioni sullo stato di diritto, da erogare entro fine 2026.

Il paradosso è che la disoccupazione è ferma al 4,5%, quindi tecnicamente non c’è una crisi occupazionale. Ma è proprio questo a rendere più visibile il contrasto con la percezione diffusa di stagnazione, con i servizi pubblici che si deteriorano, con il costo della vita che erode il potere d’acquisto delle famiglie. Il profilo sanitario Ocse-Ue del 2024 registra che il 74% dei pazienti ungheresi ha atteso oltre tre mesi per una protesi all’anca, il 78% per una al ginocchio. La spesa per l’istruzione è al 3,4% del Pil, sotto la media Ocse del 4,7%. Transparency International colloca l’Ungheria all’84° posto su 182 paesi nell’indice di percezione della corruzione.

È su questo sfondo di promesse non mantenute che si è logorata anche la grande scommessa delle batterie. Orban aveva puntato a fare dell’Ungheria il cuore europeo della transizione verso l’auto elettrica, attirando dal 2021 26 miliardi di euro di investimenti stranieri, soprattutto sudcoreani e cinesi. Ma la produzione ha rallentato, la crescita non ne ha beneficiato quanto sperato, e le controversie ambientali attorno a impianti come quello Samsung di God hanno alimentato proteste locali e accuse di aver sacrificato le comunità sull’altare del capitale estero e dei sussidi pubblici. Il modello non ha generato il benessere diffuso che era stato promesso. E una parte crescente dell’elettorato — compresi segmenti storicamente fidesiani — sembra giudicarlo su stagnazione, sanità, scuola e corruzione, più che sulla retorica di “guerra o pace” con cui il premier ha impostato la campagna.

Il duello dei duellanti

Più ancora che uno scontro tra partiti, quello ungherese è un duello tra due biografie. Viktor Orban, 62 anni, è al potere dal 2010 ed è ormai il leader europeo con la più lunga continuità in carica. È il fondatore del sistema, il costruttore della “democrazia illiberale”, l’uomo che ha ridisegnato istituzioni, media e relazioni internazionali dell’Ungheria in quindici anni. Nato in un villaggio a ovest di Budapest, ex calciatore semiprofessionista, avvocato, fu uno dei volti della svolta post-comunista quando nel 1989, a ventisei anni, chiese pubblicamente il ritiro delle truppe sovietiche. Arrivò al governo per la prima volta nel 1998 a 35 anni, perse nel 2002, tornò trionfalmente nel 2010 e da allora non si è più fermato.

Peter Magyar, 45 anni, è il prodotto ribelle di quel sistema. Ex funzionario del ministero degli Esteri, poi dell’ufficio del premier a Bruxelles, poi di una banca statale. Sposato fino al 2023 con Judit Varga, ministra della Giustizia del governo Orban. Si narra che da bambino tenesse una foto di Orban appesa in camera, affascinato dal giovane leader anticomunista. La sua rottura col sistema maturò quando, dall’interno, disse di essersi scontrato con la corruzione e la propaganda. L’esplosione politica arrivò nel 2024 sullo scandalo del perdono concesso a un uomo coinvolto in abusi su minori — uno scandalo che travolse la sua ex moglie Varga e aprì una breccia nella narrazione etica di Fidesz. Da allora Magyar ha costruito dal nulla un partito, Tisza, che alle europee di giugno 2024 ha preso il 30% in Ungheria.

Il premier lo ha trattato come il volto del fronte esterno che vuole rovesciarlo, lo ha associato a Bruxelles e a Kiev, ne ha fatto il nemico della sovranità. Magyar ha replicato definendo il voto un “referendum” sul posto dell’Ungheria nel mondo — continuare la deriva verso le autocrazie orientali, o tornare nel perimetro euro-atlantico. In febbraio ha anche denunciato la preparazione di un video intimo per screditarlo, parlando di una campagna “in stile russo”. La durezza dello scontro non sorprende: Magyar conosce il linguaggio, i meccanismi e le fragilità del potere che sfida, perché li ha conosciuti dall’interno. È questo che lo rende, agli occhi di Orban, il nemico più insidioso di tutti.

La dimensione internazionale: chi tifa per chi

Il voto del 12 aprile si gioca anche fuori dall’Ungheria, e forse soprattutto lì. L’arrivo a Budapest del vicepresidente americano JD Vance, atteso al comizio elettorale al fianco di Orban a pochi giorni dal voto, è un’interferenza politica che non ha precedenti recenti in un’elezione di un paese membro dell’Ue. Vance ha definito Orban “uno dei pochi veri statisti in Europa”, capace di “svolgere il ruolo di pacificatore”. È la consacrazione di un asse consolidato: Trump ha già elogiato più volte il premier ungherese, e il ministro degli Esteri Szijjarto ha parlato di una “nuova età dell’oro” nei rapporti tra Budapest e Washington. L’Ungheria di Orban non si appoggia però solo agli Usa trumpiani: mantiene rapporti cordiali con Mosca, ha bloccato iniziative europee cruciali per Kiev, dipende ancora fortemente dalla Russia sul piano energetico, ha costruito con la Cina una partnership economica privilegiata nel settore delle batterie e dell’auto elettrica.

Sul fronte europeo della destra, Matteo Salvini è stato il più esplicito: il 23 marzo, salendo sul palco dell’assemblea dei Patrioti a Budapest, ha definito Orban “un eroe” e “un esempio luminoso”, attaccando Bruxelles, il Green deal e la “deriva bellicista”. Giorgia Meloni ha mantenuto un profilo più sfumato, limitandosi a comparire in un video elettorale di gennaio insieme ad altri leader della destra internazionale — Le Pen, Weidel, Babis, Abascal — su un messaggio centrato su sovranità e radici europee.

Dall’altra parte, Magyar ha costruito la sua sponda continentale nel Partito popolare europeo, dove Tisza è entrata nel giugno 2024 con il 97% dei voti favorevoli. Non ci sono stati comizi con leader europei, nessuna passerella di capi di governo stranieri — una scelta deliberata per non prestarsi all’accusa di essere “l’uomo di Bruxelles”. Ma la simpatia diffusa nell’establishment comunitario è palese: pochi leader europei non di destra sentirebbero la mancanza di Orban se perdesse, e molti nell’Unione vedono in Magyar la possibile via d’uscita dai veti, dai blocchi negoziali e dal deterioramento dei rapporti con Budapest.

Il risultato è che il voto del 12 aprile oppone non solo due candidati, ma due sistemi di relazioni internazionali. Orban si presenta come campione della sovranità nazionale, ma cerca aiuto dagli Usa trumpiani, dai sovranisti europei, mantiene il canale con Mosca e difende l’apertura a Pechino. Magyar offre una destra post-Orban, più compatibile con Ue e Nato, meno ideologica sul piano esterno, più spendibile agli occhi di Bruxelles. È questo, più ancora dei programmi interni, il vero significato geopolitico di una sfida che va ben oltre le frontiere del paese.

La vera contraddizione delle elezioni ungheresi

Se Magyar riuscisse a trasformare il vantaggio nei sondaggi in una maggioranza di seggi, si aprirebbe una fase nuova nei rapporti tra Ungheria, Unione europea e Nato. Ma non sarebbe una transizione semplice: un eventuale governo di Tisza dovrebbe misurarsi con istituzioni, regole, burocrazie e reti territoriali modellate in sedici anni di dominio di Fidesz. Se invece Orban vincesse ancora, anche senza il trionfo schiacciante del passato, consoliderebbe il modello della sua democrazia illiberale e il suo ruolo di fattore di blocco permanente dentro l’Unione europea.

Tisza appare oggi avanti nel paese. Fidesz resta competitivo nel sistema. Ed è questa la vera contraddizione del voto del 12 aprile: in Ungheria, il paese e il sistema non coincidono più. E forse non coincidono da un po’.