Gianmarco Mazzi giura al Quirinale: il manager di Celentano guiderà il Turismo

Con la firma di Mattarella sul decreto proposto da Palazzo Chigi, il sottosegretario veronese diventa il nuovo titolare di un dicastero da cui transitano miliardi di euro di PIL e che era rimasto in mano alla premier dopo le dimissioni forzate di Santanchè.

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Gianmarco Mazzi

Gianmarco Mazzi è il nuovo ministro del Turismo. Dopo settimane di reggenza silenziosa da parte di Giorgia Meloni, che aveva assunto ad interim il portafoglio lasciato scoperto dalle dimissioni di Daniela Santanchè, Palazzo Chigi ha compiuto la mossa attesa: promuovere dall’interno, scegliendo un uomo già collaudato nell’orbita governativa.

Mazzi ha prestato giuramento al Quirinale davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla presenza della premier e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Una cerimonia sobria, con la firma del decreto di nomina che chiude formalmente una crisi politica rimasta aperta per troppe settimane.

Un curriculum da palco, non da scrivania

Veronese, 64 anni, laurea in giurisprudenza con una tesi sull’intervento pubblico nello spettacolo — quasi un manifesto biografico — Mazzi è una figura anomala nel paesaggio ministeriale italiano. La sua carriera è scritta nei cartelloni dell’Arena di Verona, nei crediti di sei edizioni del Festival di Sanremo, nella regia di decine di grandi eventi televisivi.

È lui che nel 1986 è al fianco di Caterina Caselli quando il nome di Luciano Ligabue emerge dal nulla; è lui che nel 1992 organizza all’Olimpico di Roma la “Partita del Cuore” davanti a 85.000 spettatori; è lui che per oltre trent’anni gestisce l’attività artistica e televisiva di Adriano Celentano, fino ai concerti evento del 2012 all’Arena seguiti da oltre 9 milioni di telespettatori. Nel 2017 firma “La notte di Vasco” a Modena Park — 230.000 presenze, share al 36% su Rai1 — uno degli eventi live più seguiti della storia televisiva italiana. Non è un tecnocrate del turismo. È un costruttore di consenso di massa, abituato a misurare il risultato in ascolti e presenze.

La scelta politica di Meloni: fedeltà e continuità

L’ingresso in politica è recente ma lineare. Candidato capolista di Fratelli d’Italia nel collegio plurinominale del Veneto alle politiche del 2022, Mazzi viene nominato sottosegretario alla Cultura già il 31 ottobre di quell’anno, nel primissimo Consiglio dei Ministri del governo Meloni. Ha lavorato prima con Gennaro Sangiuliano, poi con Alessandro Giuli — due ministri dal profilo opposto, due stagioni difficili per il dicastero. Ne è uscito intatto.

Quella resilienza silenziosa ha probabilmente pesato nella valutazione della premier. Meloni non ha cercato un nome esterno, non ha aperto a suggestioni leghiste o forziste: ha pescato in casa, scegliendo chi già conosceva il meccanismo governativo e non avrebbe richiesto rodaggio. “La sua esperienza nel settore della cultura e dello spettacolo sarà un valore aggiunto per valorizzare l’Italia nel mondo”, ha scritto la presidente del Consiglio su X, con il tono misurato di chi ha chiuso una partita senza drammi.

Il dossier che lo attende

Mazzi raccoglie un ministero che vale circa il 13% del PIL nazionale e che negli ultimi anni ha vissuto una stagione di flussi record, con il turismo straniero in Italia tornato ai livelli pre-pandemia e in alcuni segmenti già oltre. Ma raccoglie anche le incompiute: il piano strategico del turismo ancora in attesa di attuazione piena, la questione degli affitti brevi e dell’overtourism nelle grandi città d’arte, la pressione delle categorie sul fronte della destagionalizzazione.

“Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta”, ha dichiarato il neo ministro dopo il giuramento, promettendo “continuità al lavoro svolto dal ministro Santanchè” — una formula diplomatica che evita qualsiasi distanza dalla predecessora, pur nella consapevolezza che quella stagione si è chiusa in modo traumatico. Il ringraziamento esplicito ad Alessandro Giuli — “lavorare insieme alla cultura è stato entusiasmante” — segnala la volontà di non bruciare ponti interni alla maggioranza. Mazzi parte senza nemici dichiarati. È, per ora, il ministro che nessuno contestava. Resta da vedere se il palco del governo gli offrirà lo stesso controllo della regia che aveva all’Arena di Verona.