Giustizia, il test delle urne in un clima di scontro. Meloni stronca la campagna: “Livello troppo basso”.

Separazione delle carriere, riforma del Csm, equilibrio tra poteri dello Stato: sono questi i temi su cui gli italiani si esprimono domenica e lunedì. Ma la campagna referendaria ha preso strade impreviste, e Meloni si presenta alla vigilia del voto con il compito di rimettere al centro il merito di una riforma che il centrodestra ha voluto con forza.

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Domenica e lunedì gli italiani sono chiamati a esprimersi su una delle riforme più controverse della stagione politica: la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, la modifica della composizione del Csm, il riequilibrio tra poteri dello Stato. Temi che avrebbero dovuto dominare settimane di confronto.

Invece, nell’ultima tranche della campagna referendaria, a occupare la scena è stato quasi interamente il caso del sottosegretario Andrea Delmastro, le sue quote in un ristorante, i soci, il padre di uno di loro condannato nell’ambito di un’indagine sul clan camorristico Senese. Giorgia Meloni, intervistata da Enrico Mentana, prova a tenere separate le due vicende. Non è semplice.

Nuove fotografie continuano a emergere. Delmastro appare ritratto insieme a Mauro Caroccia, poi condannato per reati di mafia. E non è solo: nelle immagini compare anche Giusi Bartolozzi, altra figura del centrodestra. Il perimetro dello scandalo si allarga, e con esso la pressione sulla premier.

La tesi della “leggerezza”

Meloni non scarica il sottosegretario, ma sceglie la linea della colpa minima. La versione che offre agli spettatori è quella di un uomo che ha comprato quote di un ristorante con soci all’epoca incensurati, e che le ha cedute non appena venuto a conoscenza dei problemi giudiziari del padre di uno di loro. Lo avrebbe fatto, sottolinea, prima ancora che la notizia trapelasse sulla stampa. Un dettaglio che nella narrazione della premier non è marginale: serve a distinguere la prudenza tardiva dalla copertura deliberata.

“C’è un sottosegretario di Stato che acquista le quote di un ristorante con dei soci incensurati”, spiega, e “quando scopre che non uno dei soci, ma il padre di uno dei soci, ha problemi con la giustizia, vende quelle quote”. Questa, per Palazzo Chigi, è la storia. Una storia di imprudenza, non di connivenza. La premier aggiunge di aver appreso l’intera vicenda dai giornali: formula di distanza ripetuta già da Bruxelles il giorno precedente, utile a mantenere l’esecutivo fuori dalla linea del fuoco diretto.

Il problema è che la storia non sembra volersi fermare. Le fotografie che circolano ampliano il quadro dei rapporti, e le domande si moltiplicano. Meloni non chiude la porta a possibili sviluppi: “Se fosse più ampia, se ci fossero altri problemi, chiaramente la magistratura farà il suo corso”. Una concessione che, di fatto, ammette l’imprevedibilità di quanto può ancora emergere.

L’ipotesi della “manina”

Quando Mentana introduce il tema di una possibile regia politica dietro le rivelazioni a ridosso del voto, la premier non liquida la domanda. “Se ci fosse stata una manina che dice ‘oh gli ultimi giorni di campagna elettorale tiriamo fuori la cosa peggiore che abbiamo col governo’, gli italiani valuteranno”, risponde. La frase è costruita con cura: nessuna accusa esplicita, ma l’insinuazione è limpida. Di averla “messa in conto”, dice, ci aveva già pensato.

L’operazione è duplice. Da un lato si tenta di svuotare lo scandalo della sua carica destabilizzante presentandolo come un attacco strumentale, orchestrato per condizionare il voto referendario. Dall’altro si affida direttamente agli elettori la valutazione di entrambi i piani: il merito del caso Delmastro e l’eventuale uso politico dello stesso. Una mossa che sposta il giudizio fuori dall’arena mediatica e lo proietta nella cabina elettorale.

Una campagna “brutta”, ma il governo regge

Il referendum arriva in fondo a una campagna che Meloni giudica, senza perifrasi, “brutta”. Le opposizioni, a suo avviso, l’hanno “buttata in caciara”, spaventando gli elettori con argomenti che “non c’entravano assolutamente niente” con il merito della riforma. Ma la premier concede anche che il fronte del sì non è rimasto immune da scivoloni: il riferimento al “Csm mafioso” attribuito a Nordio, le uscite sui pubblici ministeri definiti “cancro” o “plotone di esecuzione”. Errori che classifica come “falli di reazione” più che come derive programmatiche, ma errori.

Sul destino del governo, nessuna incertezza. “Noi sappiamo che il governo viene impallinato dalla sua maggioranza di solito, non dall’opposizione. E questa maggioranza è solida”, afferma. L’esito del referendum, qualunque esso sia, non avrà conseguenze sull’esecutivo. Meloni si dice “fiera” del centrodestra, della sua compattezza in campagna e non solo. Il messaggio è quello di sempre, ribadito per l’ultima volta prima dell’apertura dei seggi: si vota sulla giustizia, non sul governo.