Golfo, la guerra che si è fatta routine: cinque Paesi sotto attacco e Washington prepara lo sbarco
Missili, droni e 3.500 marines, il rischio di un conflitto permanente. Base Prince Sultan, colpiti i tanker: a oggi300 americani feriti
USS Tripoli
Il flusso di dispacci che arriva oggi dal Golfo non assomiglia più al bollettino di un’escalation: è il resoconto di una guerra normalizzata, sedimentata nel quotidiano. L’Iran — o meglio l’ecosistema di milizie, proxy e capacità missilistiche costruito in decenni di dottrina della “resistenza” — sta colpendo simultaneamente cinque Paesi della Penisola arabica. Una pressione continua, multilivello, che segna un salto qualitativo ormai irreversibile.
Emirati, il fronte che colpisce la globalizzazione
È dagli Emirati che emerge la fotografia più nitida della natura di questo conflitto. Dall’inizio delle ostilità: 398 missili balistici, 15 da crociera, 1.872 droni. Non un’offensiva, ma un logoramento metodico. Gli Emirati sono il nodo logistico del Golfo: Dubai è porto, aeroporto, hub finanziario, snodo tra Asia meridionale, Africa orientale ed Europa. Colpirli significa colpire la rete che tiene insieme la globalizzazione.
Le vittime — un militare marocchino, otto civili di varie nazionalità, 178 feriti — riflettono la composizione sociologica del Paese, dove gli stranieri superano l’80% della popolazione. È la guerra ai gangli vitali dell’economia mondiale.
Bahrein, la minaccia diventa “strutturale”
Il comunicato di Manama va oltre i numeri (174 missili e 385 droni intercettati). Il Bahrein non parla più di attacchi, ma di “violazione sistematica del diritto umanitario internazionale” e della Carta ONU. È il linguaggio di chi prepara il terreno diplomatico, costruendo un dossier per il Consiglio di Sicurezza o per il dopoguerra. Il piccolo regno, sede della Quinta Flotta americana, resta scudo e bersaglio: la sua vulnerabilità cresce in proporzione alla sua centralità strategica.
La guerra alle infrastrutture civili
Il colpo all’aeroporto internazionale del Kuwait — con danni al sistema radar — è un messaggio all’aviazione civile globale prima ancora che a Kuwait City. In Oman, il porto di Salalah, uno dei terminal container più importanti dell’Oceano Indiano, è stato costretto allo stop: Maersk ha sospeso le operazioni per 48 ore. L’Iran dimostra di poter interrompere, anche solo temporaneamente, infrastrutture critiche non militari ma decisive per il commercio mondiale.
300 americani feriti e la vulnerabilità dei tanker
Il quadro si fa più pesante sul fronte statunitense. Dodici militari feriti — due in modo grave — e diversi aerei cisterna danneggiati alla base Prince Sultan. È il colpo più significativo subito dagli USA, in un bilancio che dal 28 febbraio supera i 300 feriti e 13 morti.
Colpire i tanker significa colpire la spina dorsale della proiezione aerea americana: senza rifornimento in volo, il raggio d’azione si accorcia. È un messaggio diretto al cuore della capacità offensiva di Washington.
Vance e la “neutralizzazione permanente”
Le parole del vicepresidente J.D. Vance, pronunciate in un podcast ma con peso politico pieno, delineano una dottrina in tre punti: gli obiettivi militari sarebbero “in larga parte raggiunti”; la guerra continuerà “ancora per un po’” per impedire all’Iran di riattivare la minaccia nucleare “per un periodo molto, molto lungo”; l’aumento dei prezzi energetici è un costo “temporaneo e accettabile”.
Il termine chiave è “neutralizzare”. Non sconfiggere, non cambiare regime, non denuclearizzare. Neutralizzare: rendere l’Iran incapace di minacciare, senza occuparlo. Una dottrina di interdizione permanente che la storia mediorientale non incoraggia a considerare realistica.
USS Tripoli e l’ipotesi Hormuz
L’arrivo della USS Tripoli — nave d’assalto anfibio, non portaerei — con 3.500 tra marinai e marines è il segnale operativo più rilevante della giornata. Una forza anfibia non serve a bombardare: serve a prendere terra, liberare vie d’acqua, occupare installazioni costiere.
L’ipotesi più accreditata, anticipata dal New York Times, è un’operazione per riaprire lo Stretto di Hormuz, oggi parzialmente interdetto. Sarebbe un’escalation di natura diversa: presenza fisica americana sulle coste o sulle isole controllate dall’Iran.
La condanna dei Pasdaran
Resta opaco l’attacco contro l’abitazione del presidente del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani, rimasto illeso. La condanna immediata dei Pasdaran — che parlano di “attacco terroristico dei nemici dell’aggressore” — è una mossa calibrata: l’IRGC si smarca, si propone come garante della sicurezza regionale e manda un segnale a Erbil, oggi crocevia di intelligence e logistica per più attori. Gli autori restano ignoti: potrebbe trattarsi di un gruppo autonomo o di un messaggio destinato a complicare i rapporti tra Baghdad, Erbil e Teheran.
Il quadro descrive una guerra che non è più una campagna aerea: è un conflitto multi-dominio — marittimo, aereo, missilistico, anfibio — esteso all’intero Golfo e alle sue propaggini irachene. L’Iran subisce pressione ma continua a colpire con una capillarità che smentisce la narrativa americana del conflitto “quasi concluso”. Gli Stati del Golfo resistono, ma accumulano danni. Washington rafforza la presenza, ma i 300 feriti americani pesano sulla retorica ottimista di Vance. Lo Stretto di Hormuz resta il nodo gordiano: chi lo controlla, controlla i tempi e i termini della fine di questa guerra.
