Guerra in Iran, G7 convocato d’urgenza: l’Eurogruppo teme una stagflazione
Il presidente Pierrakakis parla di quadro “profondamente preoccupante” mentre Dombrovskis esclude per ora l’utilizzo delle riserve strategiche di greggio: i ministri delle Finanze si sono riuniti in teleconferenza senza adottare decisioni operative, rinviando la questione ai colleghi responsabili dell’Energia.
Valdis Dombrovskis
L’economia europea guarda all’Iran e vede due futuri possibili. Il primo è gestibile: de-escalation rapida, infrastrutture energetiche intatte, impatto limitato. Il secondo è sistemico: forniture colpite in modo persistente, prezzi del petrolio in rally, inflazione che torna a mordere e banche centrali costrette a tornare sui loro passi. È Valdis Dombrovskis, commissario europeo all’Economia, a tracciare questa biforcazione nella conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, scegliendo un termine preciso per il secondo scenario: stagflazione.
Due scenari, un solo allarme
La parola pesa. Stagflazione significa stagnazione economica e inflazione simultanee — la combinazione peggiore per chi governa un’economia, perché esclude le risposte classiche: non puoi stimolare la crescita senza alimentare i prezzi, non puoi raffreddare i prezzi senza affossare l’attività. L’ultima volta che l’Occidente ha vissuto questa condizione risale agli anni Settanta, dopo il primo shock petrolifero.
Dombrovskis non la evoca per allarmismo, ma per delimitare il perimetro del rischio reale. Sul fronte delle riserve strategiche di greggio, il commissario lettone adotta invece una postura più cauta. Le scorte esistono “esattamente per situazioni come questa”, ammette, ma aggiunge che “non vediamo alcun segno di carenza strutturale nelle forniture” tale da giustificarne l’utilizzo immediato. Una distinzione che non è tecnica ma politica: aprire le riserve strategiche sarebbe un segnale di emergenza che i mercati leggerebbero come conferma della crisi.
Il G7 si riunisce, ma non decide
La presidenza di turno francese del G7 ha convocato una sessione straordinaria in videoconferenza dei ministri delle Finanze. L’esito è stato, nella sostanza, un rinvio. “A questo stadio non è stata presa alcuna decisione concreta”, ha dichiarato Dombrovskis, precisando che il dossier energia verrà affrontato il giorno successivo dai ministri competenti. La divisione di competenze tra Finanze ed Energia non è un dettaglio burocratico: riflette la difficoltà di coordinare risposte politiche quando la minaccia è ancora in evoluzione e le conseguenze restano difficili da quantificare.
Il segnale più netto arriva dal presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis. Prima dell’escalation iraniana, dice, “la situazione appariva relativamente positiva”. Ora il quadro è diventato “profondamente preoccupante.” L’Europa, riconosce, ha “la capacità e la resilienza per assorbire shock temporanei”, ma deve prepararsi “per un periodo di instabilità più lungo, con possibili difficoltà negli approvvigionamenti”. La distinzione tra shock temporaneo e instabilità prolungata è il vero discrimine: nel primo caso il sistema regge, nel secondo cominciano le crepe strutturali.
I mercati anticipano le banche centrali
Sui mercati finanziari il ragionamento è già più avanzato. L’ipotesi che si sta consolidando è che la Banca centrale europea possa essere costretta a uno o due rialzi dei tassi nel corso dell’anno — scenario che fino a poche settimane fa non era contemplato, con gli operatori che scommettevano su un lungo periodo di stabilità. Analoga pressione si profila sulla Banca d’Inghilterra.
Negli Stati Uniti, la Federal Reserve si troverebbe nella posizione opposta: eventuali ulteriori tagli ai tassi, già attesi con scarso entusiasmo, potrebbero essere congelati dall’accelerazione inflazionistica. Una prospettiva che si scontra apertamente con le pressioni esercitate dal presidente Donald Trump sull’istituto di Washington, da sempre refrattario ai diktat della Casa Bianca ma non immune dal contesto macroeconomico che li alimenta. Il quadro che emerge dall’Eurogruppo è quello di istituzioni che scelgono la prudenza delle parole mentre i mercati bruciano le tappe. Nessuna decisione operativa, molti avvertimenti, un’attesa che potrebbe rivelarsi più costosa dell’azione.
