Hormuz diventa un dossier europeo. Israele sotto pressione, l’Iran avverte: “Pronti a incendiare il gas della regione”
Un aereo americano si schianta in Iraq, muoiono quattro militari. Beirut, due professori morti sotto le bombe
Quattordicesimo giorno di guerra. Mentre i bollettini militari si accumulano, la diplomazia italiana è costretta a uscire allo scoperto. Fonti interne alla Farnesina smentiscono quanto riportato dal “Financial Times”, secondo cui diversi paesi europei — tra cui Francia e Italia — avrebbero avviato colloqui riservati con Teheran per garantire il transito sicuro di navi cargo battenti le rispettive bandiere attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Iran continua a tenere chiuso lo stretto come leva di pressione su Israele e sugli Stati Uniti.
“Non è in corso nessun negoziato riservato”, recitano le fonti, precisando che i contatti diplomatici di Palazzo Chigi e della Farnesina puntano a “favorire le condizioni per una de-escalation militare generale”, non a tutelare “soltanto alcuni mercantili rispetto ad altri”. La smentita è netta nella forma, ma rivela quanto il nodo di Hormuz stia diventando terreno di pressione anche sui paesi europei che, pur estranei al conflitto diretto, ne subiscono le conseguenze commerciali ed energetiche.
Il Pentagono celebra, ma i missili penetrano le difese
Il capo del Pentagono Pete Hegseth offre la lettura americana del conflitto in termini trionfalistici. Il volume dei missili iraniani, dice, è calato del 90%; quello dei droni unidirezionali del 95%. Le linee di produzione, gli stabilimenti militari, i centri di innovazione della difesa iraniana sarebbero stati, a suo dire, “sconfitti”. Il tono si fa deliberatamente sprezzante nei confronti del regime di Teheran, che descrive come “rannicchiato sottoterra”.
La realtà sul campo racconta però qualcosa di più complesso. Secondo quanto riferisce il quotidiano israeliano “Haaretz”, lo scudo antimissilistico israeliano è sotto pressione. Missili iraniani con bombe a grappolo hanno penetrato le difese in più punti, causando danni nell’area di Tel Aviv e nel centro del paese. Il nodo tecnico è grave: le bombe a grappolo, una volta rilasciate in quota, si disperdono su aree vaste e risultano quasi impossibili da intercettare. La testata israeliana solleva interrogativi precisi sull’efficienza di un sistema difensivo che ha ricevuto investimenti governativi costanti e gode di una reputazione consolidata.
Nel nord del paese, il missile caduto sulla località mista di Zarzir — abitata da israeliani e palestinesi — ha ferito gravemente una donna di 34 anni e procurato lesioni lievi ad altre cinquantotto persone. Le Guardie della rivoluzione iraniana hanno rivendicato nel frattempo un attacco alla base militare di Beersheba, annunciando nuovi obiettivi nelle ore successive. Prima ancora di quella rivendicazione, l’esercito israeliano aveva comunicato che erano in corso “intensi attacchi” contro Teheran, confermando almeno una vittima nei raid sulla capitale iraniana.
Beirut, due professori morti sotto le bombe
Il conflitto si consuma anche su Beirut. I bombardamenti israeliani sul quartiere meridionale di Hadath hanno ucciso due docenti dell’Università della capitale libanese. Il professor Hussein Bazzi era direttore della facoltà di Scienze; il professor Mortada Srour era ordinario. La notizia è riferita dall’agenzia di stampa libanese Nna, che segnala anche nuovi attacchi dall’alba contro il sud del paese e la provincia di Sidone.
A Shebaa un raid su edifici residenziali ha ucciso Mahmoud Akrama Nassif e Mohammad Kanaan. A Qlileh quattro persone risultano ancora sotto le macerie. A Sidone il bombardamento di un altro edificio residenziale ha prodotto “diversi feriti”. I soccorritori operano su più fronti simultaneamente. La Turchia, nel frattempo, entra nella cronaca: il ministero della Difesa di Ankara annuncia che i sistemi di difesa aerea della Nato hanno abbattuto un missile iraniano che aveva violato lo spazio aereo turco. “Si stanno adottando tutte le misure necessarie, con decisione e senza esitazione”, recita il comunicato ufficiale.
Un aereo americano si schianta in Iraq, muoiono quattro militari
Un aereo da rifornimento KC-135 dell’esercito statunitense è precipitato in Iraq occidentale durante l’Operazione Epic Fury. Il Comando Centrale americano (Centcom) esclude il fuoco nemico o quello amico come causa dell’incidente, definito avvenuto “nello spazio aereo amico”. A bordo si trovavano almeno sei membri dell’equipaggio: quattro sono stati confermati morti, le circostanze restano oggetto di indagine. Le identità non sono state rese note.
È in quello stesso scenario iracheno che si consuma un’altra perdita, questa volta francese. Il maresciallo Arnaud Frion, del 7° Battaglione Cacciatori Alpini di Varces, è morto in un attacco con droni nella regione di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Faceva parte di una missione internazionale di sostegno all’esecutivo locale nella lotta al terrorismo islamico. Il presidente Emmanuel Macron, che ha condannato l’attacco definendolo “inaccettabile”, ha voluto precisare che la missione francese in Iraq “rientra strettamente nel quadro della lotta al terrorismo” avviata nel 2015, e che “la guerra in Iran non può giustificare tali attacchi”. Diversi altri soldati francesi sono rimasti feriti.
Netanyahu in conferenza stampa, l’Iran minaccia il petrolio
Per la prima volta dall’inizio del conflitto, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto una conferenza stampa. “Stiamo vivendo giorni storici”, ha detto, rivendicando una “cooperazione senza precedenti con gli Stati Uniti” e risultati che rafforzerebbero la posizione di Israele come “potenza più forte che mai”. Ha aggiunto che Hezbollah “sentirà ancora più intensamente” la forza israeliana e “pagherà un prezzo molto pesante”.
Parallelamente, l’aviazione israeliana ha lanciato volantini su Beirut invitando la popolazione a “ribellarsi a Hezbollah”, con un messaggio che promette ascolto a chi voglia “contribuire alla prosperità e alla difesa” del paese.
Da Teheran arriva una risposta di segno diverso: un portavoce del comando operativo centrale dell’esercito iraniano, noto come Khatam al-Anbiya, ha dichiarato che, al minimo attacco alle infrastrutture energetiche e ai porti iraniani, l’Iran “darà fuoco al petrolio e al gas della regione”. Una minaccia che, se attuata, coinvolgerebbe mercati e approvvigionamenti ben oltre i confini del conflitto in corso.
