Famiglia nel bosco, la Garante rompe il silenzio: “Operatori inadeguati, madre stigmatizzata ingiustamente”
Dopo la visita alla struttura di Vasto, Terragni descrive minori in evidente disagio psicologico, contesta al giudice il diniego di una perizia indipendente e invoca la mediazione immediata, avvertendo che i tempi evolutivi dei piccoli non sono comparabili con quelli dei procedimenti civili.
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham
La Garante per l’infanzia Marina Terragni ha visitato i bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco” ospitati nella casa-famiglia di Vasto: li ha trovati fisicamente integri ma visibilmente segnati. La sua relazione è un atto d’accusa preciso contro i servizi sociali, il Tribunale e un sistema che, nell’interesse dichiarato dei minori, rischia di produrre danni irreversibili.
“Ho incontrato i bambini Trevallion. Stanno fisicamente bene ma la loro notevole agitazione psicomotoria, insieme a un atteggiamento di paura e diffidenza nei confronti degli estranei, rivela un disagio evidente”. Con queste parole Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, ha reso conto pubblicamente della visita compiuta alla casa-famiglia abruzzese dove i minori sono ospitati dall’allontanamento dalla residenza di famiglia. Un disagio che, precisa la Garante, “non sorprende visti i ripetuti traumi a cui sono stati sottoposti, ultimo l’improvvisa separazione dalla madre che ha vissuto con loro questi quasi quattro mesi nella struttura”.
La visita si è svolta in condizioni che Terragni non esita a definire parziali. Aveva richiesto di essere accompagnata da un consulente medico esperto indipendente. Il Tribunale ha negato l’autorizzazione, adducendo il rischio di ulteriori invadenze sull’equilibrio emotivo dei minori. Una motivazione che la Garante smonta senza giri di parole: “Affermazione sorprendente, viste anche le modalità di allontanamento della madre dalla struttura che di questo equilibrio emotivo non sembrano avere tenuto gran conto”.
Il rischio di un nuovo trauma
Sulla prospettiva di un trasferimento dei bambini in un’altra struttura, come disposto da una recente ordinanza del Tribunale, Terragni è categorica: si tratterebbe “di un ulteriore trauma ad aggravare una situazione psicologica già evidentemente problematica”. Per questo motivo esprime soddisfazione per l’annuncio della tutrice e della curatrice di presentare un’istanza di sospensione del provvedimento, auspicando che i minori possano restare nella casa-famiglia di Vasto.
Il punto dirimente, tuttavia, va oltre la singola ordinanza. “Resto dell’opinione che vi sia un’evidente sproporzione tra le problematiche riscontrate nella famiglia Trevallion e la decisione di sradicare i bambini dalla loro casa, dai loro affetti e dalle loro abitudini di vita”, dichiara Terragni. La radice di questa sproporzione, a suo giudizio, risiede nel “sostanziale fallimento del progetto elaborato dai servizi sociali”. Le difficoltà iniziali di relazione con il nucleo familiare, che secondo la Garante si presentano con varia intensità in quasi ogni caso di famiglie monitorate, non avrebbero ricevuto risposte professionalmente adeguate.
Terragni torna così su un tema che definisce “già da tempo” all’attenzione della sua Autorità: la formazione degli operatori dei servizi sociali chiamati a intervenire nelle relazioni familiari. Un tema reso più acuto, in questo caso specifico, dal rifiuto dell’assistente sociale coinvolta nel procedimento di incontrare la Garante. “Sarebbe stato importante un confronto”, osserva Terragni, registrando con sobrietà l’indisponibilità dell’operatrice.
La famiglia come isola da non invadere
Sul piano dei principi, la Garante invoca la mediazione e la rapidità. “La misura del tempo nell’età evolutiva non è paragonabile a quella degli adulti, e in particolare ai tempi dei procedimenti giudiziari”, ricorda, chiedendo una risoluzione sollecita nell’interesse dei minori. Il riferimento culturale che sceglie è significativo: cita il giurista Arturo Carlo Jemolo, secondo cui la famiglia è “un’isola che il mare del diritto deve solo lambire”. Un’affermazione che Terragni carica di senso critico verso un sistema istituzionale che, a suo avviso, rischia di surrogarsi alla famiglia anziché sostenerla.
L’ultimo passaggio della dichiarazione della Garante riguarda Catherine Birmingham, la madre dei bambini. Terragni denuncia quella che chiama “la demonizzazione misogina” della donna, descritta nei documenti processuali come figura “ostativa e oppositiva”. Un’etichetta che la Garante inserisce in un quadro più ampio: “Negli ultimi tempi i tribunali sono sempre più popolati di madri ostative, malevole e simbiotiche”.
Per descrivere la condizione di Birmingham, Terragni sceglie di citare il giornalista e politico Giuliano Ferrara, che l’ha definita “una madre comprensibilmente nervosa, inquieta, stranita dal balletto di funzionari, psicologi e magistrati”, bollata come “una strega maternale” ed “espropriata della potestà genitoriale” — che Ferrara descrive non come facoltà concessa dallo Stato, ma come “condizione naturale, una responsabilità e un potere, non una facoltà dipendente dalla legge”. La vicenda Trevallion, con la sua sequenza di allontanamenti, ordinanze e traumi accumulati, si configura ormai come un caso-simbolo del dibattito nazionale sul confine tra tutela dei minori e ingerenza istituzionale nella sfera familiare. La relazione della Garante non chiude il dossier: lo riapre, con autorevolezza.
