Il giorno della resa dei conti. Meloni spazza via i suoi, ma Santanché non cede

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Giorgia Meloni

Ci sono sconfitte che si incassano, e ci sono sconfitte che cambiano tutto. Il referendum sulla riforma della giustizia — bocciato dagli italiani con oltre il 53% di “No” e quasi il 59% di affluenza, una partecipazione che nessuno si aspettava — appartiene alla seconda categoria. E Giorgia Meloni lo ha capito prima ancora che finissero i festeggiamenti dell’opposizione.

Una premier senza più alibi

La sconfitta referendaria non è solo un dato numerico. È la fotografia di un governo che ha perso una battaglia identitaria sul terreno che aveva scelto, in casa propria, sulla riforma che portava il suo nome. Delmastro stesso, nel prendere atto della situazione, si è intestato la responsabilità politica della sconfitta: “Questa è una riforma che porta il mio nome e me ne assumo quindi la responsabilità politica. Se vi sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei”. Una mossa che suona più come l’ultima uscita dignitosa di un uomo già uscito di scena che come un’ammissione spontanea.

Gli attori e il copione di Palazzo Chigi

Il meccanismo si è messo in moto con una velocità brutale. Oggi Meloni ha riunito i vertici di Fratelli d’Italia per dare una risposta forte dopo il risultato del voto popolare sulla riforma della magistratura, imponendo una svolta. Nel pomeriggio, Delmastro e Bartolozzi si sono dimessi al termine della riunione in via Arenula con Carlo Nordio — nonostante il Guardasigilli, quella stessa mattina su Sky TG24, avesse difeso entrambi assumendosi la “responsabilità politica” della sconfitta. Un ribaltamento in ore, plastico nella sua eloquenza: Nordio prima fa scudo, poi apre la porta.

Il caso Delmastro è il più esplosivo. L’ex sottosegretario era da giorni al centro di una bufera per la vicenda delle quote in una società e in un ristorante in cui figurava anche Miriam Caroccia, figlia di Mauro, uomo vicino al clan criminale dei Senese. L’accostamento alla parola “camorra” a pochi giorni dal referendum aveva fatto un danno difficilmente quantificabile.

La destra della legalità non può permettersi zone d’ombra

Quello che emerge dai retroscena è un ragionamento politico preciso, quasi chirurgico. Meloni ha deciso che il prezzo dell’ambiguità — l’immagine di un governo che copre i propri sotto accusa — era più alto del costo del repulisti. La sua storia politica affonda le radici nella stagione post-Falcone e Borsellino, e lasciare che si consolidi la narrazione di una destra “zona franca” per gli indagati sarebbe stata una ferita difficile da rimarginare in vista di una campagna elettorale che non è più così lontana.

Il caso Santanché

È qui che lo scenario si inceppa — e diventa politicamente il più avvincente. A processo a Milano per presunto falso in bilancio su Visibilia e indagata per un’ipotesi di bancarotta, Santanché già a inizio 2025 era finita sulla graticola. Per spingerla a lasciare sarebbe stato coinvolto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa. Anche stavolta la mediazione di La Russa sembra fallita.

Malgrado le voci di possibili dimissioni che si sono susseguite per tutta la giornata, la ministra del Turismo ha continuato a lavorare regolarmente, e al momento sono confermati tutti gli impegni in agenda per domani e per i prossimi giorni. Un segnale inequivocabile: Santanché non intende cedere per via del “pressing”. Lo ha già dimostrato in passato, e intende replicare il copione.

Il paradosso è che la ministra aveva usato Delmastro come scudo argomentativo: a gennaio del 2025, rispondendo a chi nel partito le chiedeva di dimettersi, aveva citato proprio Delmastro che aveva suoi guai giudiziari. Adesso, con Delmastro fuori, quello schermo è crollato.

Un governo verso il traguardo dei record

La premier non chiederà al Parlamento un voto di fiducia dopo la disfatta referendaria, non la considera una crisi politica, e non ha in agenda incontri con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tra le ipotesi per il Turismo c’è anche un interim della stessa presidente del Consiglio, oppure un tecnico di spicco del settore.

Con quelle odierne salgono a cinque le dimissioni tra gli esponenti del governo: da Vittorio Sgarbi a Augusta Montaruli fino a Gennaro Sangiuliano. Tranne Sgarbi, tutti esponenti di Fratelli d’Italia. È un dato che parla da solo: il partito della premier è quello che ha pagato il conto più salato, in termini di teste, dell’intera esperienza di governo.

Lo scontro con Santanché è ora la partita che conta davvero. Se la ministra cederà nelle prossime ore, Meloni potrà rivendicare coerenza e capacità di autocritica. Se resisterà, si aprirebbe una crisi di autorità interna al governo che l’opposizione — già in piazza a festeggiare — non si lascerà sfuggire. Italia Viva e Pd hanno già annunciato mozioni di sfiducia in Parlamento. Il day after del referendum, insomma, è appena cominciato.