Il Golfo blocca le forniture all’Asia, milioni di persone a rischio fame tra Teheran e Giacarta
La crisi del Golfo ha smesso di essere una questione mediorientale. Attacchi incrociati su South Pars e Ras Laffan, prezzi del Brent sopra i 119 dollari, urea rincarata del quaranta per cento: mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran riscrive la geografia energetica globale, la Cina prova a trasformare l’emergenza in leva diplomatica, offrendo all’Asean un’assistenza che è insieme gesto politico e strategia industriale. Con un’ambivalenza di fondo: Pechino predica cooperazione e nel frattempo blinda carburanti e fertilizzanti per proteggere il proprio mercato interno.
Il Golfo blocca le forniture all’Asia
Il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian ha dichiarato che Pechino è pronta a rafforzare il coordinamento con i paesi della regione sulla sicurezza energetica e ha chiesto la cessazione immediata delle operazioni militari, per impedire che il caos regionale si trasferisca sulla crescita mondiale. La dichiarazione è arrivata mentre lo stretto di Hormuz resta il principale collo di bottiglia dei mercati energetici globali: un canale stretto che vale un terzo delle forniture mondiali di fertilizzanti trasportati via mare e da cui transitano flussi di petrolio e gas che alimentano le economie più dinamiche del pianeta.
Il terreno su cui cade il messaggio cinese è già molto vulnerabile. Secondo il Centro Asean per l’energia, oltre la metà delle importazioni di greggio dell’Asean proviene dal Medio Oriente, prevalentemente da Emirati, Arabia Saudita e Kuwait. Le utility asiatiche hanno già reagito: i prezzi spot del gas naturale liquefatto in Asia sono raddoppiati fino ai massimi da tre anni, le spedizioni via Hormuz si sono quasi fermate e diversi paesi hanno ripreso a bruciare carbone per preservare le scorte di gas. Nelle Filippine sale la generazione elettrica da carbone, il Vietnam cerca nuove forniture alternative, la Thailandia spinge la sua maggiore centrale a carbone per contenere il consumo di Gnl.
South Pars e Ras Laffan: colpita l’infrastruttura
La crisi non riguarda più soltanto il rischio di interruzione delle rotte marittime. Ha colpito direttamente il cuore fisico dell’infrastruttura energetica del Golfo. L’attacco israeliano contro South Pars, il più grande giacimento di gas del mondo condiviso tra Iran e Qatar, ha preso di mira un asset da cui Teheran ricava circa l’ottanta per cento della propria produzione di gas. La rappresaglia iraniana ha poi colpito Ras Laffan, il grande hub qatarino del gas liquefatto. Secondo l’amministratore delegato di QatarEnergy, i danni metteranno fuori uso il diciassette per cento della capacità export di Doha, pari a 12,8 milioni di tonnellate l’anno, per un periodo stimato tra tre e cinque anni.
Il salto di qualità militare ha avuto riflessi immediati sui mercati finanziari. Il Brent è salito oltre i 119 dollari al barile prima di ripiegare; in Europa il gas è balzato del ventidue per cento. Donald Trump ha sostenuto che Stati Uniti e Qatar non erano coinvolti nell’attacco a South Pars, ma ha anche minacciato una risposta devastante contro l’intero impianto se l’Iran dovesse colpire di nuovo il Qatar. L’energia è diventata così, simultaneamente, bersaglio militare, arma di pressione politica e detonatore di inflazione globale.
L’ambivalenza della postura cinese
È qui che emerge la contraddizione cinese. Mentre Lin Jian offre cooperazione all’Asean, Pechino ha già bloccato la settimana scorsa le esportazioni di diesel, benzina e combustibile per aerei per proteggere il mercato interno. E Reuters riferisce che la Cina sta irrigidendo anche i controlli sui fertilizzanti: ai limiti già in vigore sull’urea si aggiungono stop su miscele azoto-potassio e su alcune varietà di fosfati, con il risultato che tra la metà e tre quarti dell’export dello scorso anno potrebbe essere soggetto a restrizioni, fino a quaranta milioni di tonnellate secondo le stime dell’agenzia.
Il banco di prova più immediato è Manila. Il ministro dell’Agricoltura filippino Francisco Tiu Laurel ha riferito che l’ambasciatore cinese Jing Quan ha assicurato l’assenza di restrizioni sulle forniture dirette alle Filippine, mentre il governo tratta con India, Russia e Bielorussia per diversificare gli approvvigionamenti. Ma proprio questo passaggio rivela la fragilità della situazione: la Cina vale già il diciotto per cento delle importazioni di fertilizzanti delle Filippine, e la ministra all’Energia Sharon Garin ha incontrato martedì l’ambasciatore cinese per discutere di cooperazione energetica, in un allentamento tattico rispetto alle recenti tensioni marittime nel Mar Cinese Meridionale. La prossimità geografica e commerciale con Pechino, nel momento del bisogno, ha la meglio sulle frizioni politiche.
Fertilizzanti: una crisi nell’altra
Il nodo dei fertilizzanti è cruciale quanto quello del petrolio. Il gas naturale rappresenta oltre il settanta per cento del costo totale di produzione degli azotati: ogni scatto verso l’alto del Gnl si traduce direttamente in costi più alti per le concimazioni. Reuters calcola che i prezzi dell’urea esportata dal Medio Oriente siano già saliti di circa il quaranta per cento rispetto ai livelli precedenti all’escalation militare e che, se il conflitto si prolungherà, i fertilizzanti a base di azoto potrebbero addirittura raddoppiare di prezzo. Per le economie agricole importatrici del sud-est asiatico questo significa non solo energia più cara, ma anche raccolti più costosi e più incerti.
L’allarme delle Nazioni Unite si muove nella stessa direzione. Una nota tecnica della Fao stima che i tagli produttivi e i vincoli logistici abbiano già bloccato tra tre e quattro milioni di tonnellate al mese di commercio di fertilizzanti. Il Programma alimentare mondiale avverte che, se il conflitto continuerà fino a metà anno con il petrolio stabilmente sopra i cento dollari al barile, quasi quarantacinque milioni di persone in più potrebbero precipitare nell’insicurezza alimentare acuta, portando il totale globale a livelli simili a quelli registrati dopo l’inizio della guerra in Ucraina. L’Asia, secondo il Wfp, è tra le aree più esposte.
La scommessa geopolitica di Pechino
La crisi offre alla Cina un’occasione geopolitica che trascende la gestione dell’emergenza. Analisti vicini agli ambienti del ministero degli Esteri cinese, citati da Reuters, sostengono che l’escalation apre spazi di relazione in paesi dove Pechino aveva faticato a consolidarsi, e che mette in luce la relativa affidabilità delle fonti non legate al Golfo: rinnovabili e nucleare, due comparti in cui l’industria cinese ha un vantaggio competitivo riconosciuto. La promessa di assistenza all’Asean non è quindi soltanto un gesto diplomatico: è anche un messaggio industriale e strategico.
Per il sud-est asiatico la lezione è già chiara. Diversificare i fornitori non basta più: occorre diversificare il mix energetico, le riserve strategiche, le rotte di approvvigionamento e gli input agricoli. Per la Cina la scommessa è più sottile: proporsi come fornitore di ultima istanza e voce della de-escalation, senza tuttavia compromettere la stabilità del proprio mercato interno. Se continuerà a blindare carburanti e fertilizzanti, la retorica della cooperazione rischia di apparire insufficiente. Se invece userà capacità industriale, scorte e diplomazia per tenere aperti i flussi verso l’Asia, la crisi del Golfo potrebbe trasformarsi in un acceleratore della sua influenza economica e politica nell’intera regione.
